WORLD WAR: WOMEN

dal MOMA di New York 2017 (27/10/2017) – Metropolitan Museum of Art

Vladimir: “Ho forse dormito mentre gli altri soffrivano? Sto forse dormendo in questo momento? Domani, quando mi sembrerà di svegliarmi, che dirò di questa giornata? Che col mio amico Estragon, in questo luogo, fino al cader della notte, ho aspettato Godot? Che Pozzo è passato col suo facchino e che ci ha parlato? Certamente. Ma in tutto questo quanto ci sarà di vero?[…]” (Samuel Beckett – Aspettando Godot); probabilmente la stessa ineluttabile verità che Louise Bourgeois ci vuole raccontare attraverso le sue schiaccianti e dinamiche opere che vedono la donna, o un estrapolato potente di essa, al centro del suo percorso iconografico. Beckett parrebbe non rientrare in un contesto femminile ma si parla di assurdo, di rimembranza di ciò che siamo, di ciò che potremmo essere se anche gli altri vedessero ciò che vediamo noi stessi. Certamente. Non è così. Qui inizia l’assurdo della nostra storia contemporanea. La donna è il centro di un universo di procreazione e di stereotipata bellezza, condotta verso una sprezzante e volgare sessualità. L’uomo è, in questo modo, elevato a progenitore dell’individualità nel suo prossimo futuro. Possessore del potere, imprescindibile, di scegliere da chi avere la propria prole, guardando al suo piacere personale, fisico. Il legame psicologico e mentale, con l’essere femminile eletto a questo scopo, è di pochi rari eletti. Louise Bourgeois ci mostra questo: con tutta la sua innovazione, il suo temperamento progressista, il suo intelletto, l’essere maschile è tornato a mostrarsi animale e l’essere femminile ha riassunto il ruolo di preda. Le sue donne sono, per la maggioranza, prive di testa, prive di quell’unico “accessorio” vitale che rende gli individui unici a prescindere dai propri organi riproduttori. Sceglie di mostrarci dei corpi senza anima. Degli organi senza vita ma che, se guardati sotto l’aspetto genitoriale, la maternità, assumono una connotazione più mirata. Non dolce. Non sentimentale. Non edotta. Mirata alla continuità della specie. Sensazione di agghiacciante impotenza temporanea e razionale sofferenza rispetto alla crudezza di una realtà infame. La mercificazione del corpo della donna è, ormai, da anni, materia di studio. Nessuno se n’è mai fatto un grosso problema. Basta avere le forme al posto giusto e nessuna verrà notata. Essere socialmente accettabili, al giorno d’oggi, significa rispettare degli stereotipi di rappresentazione di sé stessi. Il proprio io scompare e resta l’immagine che gli altri hanno bisogno di guardare per non sentirsi urtati nello stomaco. Avvilente. D’altra parte, nella storia, nella storia dell’arte, la donna è sempre stata guardata più per il suo corpo, sessualmente attraente, piuttosto che per le sue doti intellettuali. Pensiamo anche a Picasso, “Les Demoiselles d’Avignon”, 1907, MOMA, ritrae un gruppo di cinque prostitute nude in chiari atteggiamenti provocanti. Il pubblico, oltre a guardare il quadro, può anche fare allusioni e pensieri di altro genere. Ovviamente si rivolge ad un pubblico maschile, non è diverso dalle sfilate di Victoria Secret e dai cartelloni di Intimissimi appesi per le strade. Shocking. Il genio è un uomo, Picasso è un genio, Picasso è un uomo. Il sillogismo non fa una piega e la conclusione risulta immediata. L’uomo al centro del concetto di marketing e la donna schiacciata nella fossa dei leoni a farsi sbranare. Il mondo contemporaneo, arte, politica, business, merchandising: un mondo maschile. L’uomo compra e la donna indossa e mostra gli ammennicoli che l’uomo ha, intrinsecamente, scelto per lei. Uno stereotipo legato ad un concetto di libertà blindata tra le sbarre di cliché maschili. “Non sono un trofeo da vincere” diceva Jasmine in Aladdin, cartone animato ispirato all’omonimo film del 1992. Un trofeo che ha un valore solo se ambito ma, per esserlo, purtroppo, bisogna uniformarsi a ciò che l’uomo ha scelto, ancora una volta, per Lei.

Bisogna tornare indietro, a “Rubens dipinge l’allegoria della Pace”, 1660, a quel tempo, almeno, l’immagine di serenità era legata al sesso debole, sebbene la nudità rimandasse, ancora una volta, all’istinto primordiale. Procreazione e desiderio. Prima di tutto: lasciate che l’uomo sia appagato, il resto sono solo macabre conseguenze.

Arianna Forni

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