POLITICA E ARTE: COMPLEMENTARE DIVERGENZA

Edgar Degas “L’assenzio” 1876

Viviamo in un mondo di ossequi e perbenismo avvolto da un instancabile alone di volgare ilarità primordiale, animalesca. Coperto da una coltre di lusso, chic, alla moda e molto pop si nasconde un nucleo di infinita povertà culturale. Uno specchio di un mondo in crisi. Uno specchio di una società in degrado mascherata dai cliché di ostentata modernità. Edgar Degas, nella sua opera “L’Assenzio”, 1876, fotografa un sentimento di frustrazione mista a consapevole tristezza. Un’alienazione alla vita. Un’abitudinaria condizione di solitudine nella massa. I colori tenui e le marcate ombre indicano perfettamente un orario serale, notturno; un fine giornata all’insegna del drammatico inizio di quella successiva. Stanchezza. Una donna, elegantemente addobbata, una prostituta, forse, affianco il suo depravato assistente, un bicchiere di assenzio pieno fino all’orlo e silenzio. Solo silenzio. Poi ci si sofferma qualche secondo, si legge la critica all’opera, si studiano i meccanismi di vita di quel 1876 di cui nessuno di noi può avere memoria. Ci si ritrova. In quel bar si ritrova la nostra frustrante debolezza nei confronti del mondo in cui viviamo. Nel 2017. Degas non credo avesse in mente una prostituta, o forse si, ma troppo banale, poco lungimirante. Che una prostituta soffrisse di depressione e alcolismo era, ed è, alquanto comprensibile; che a soffrirne fosse l’attrice Ellen André e l’artista bohemien Marcellin Désboutin era, e sarebbe, assolutamente scioccante. La concretezza di tutto questo, però, riesce ad atterrire con ancora maggiore e imperterrita forza. Si guarda oltre. Si guarda nell’introspezione personale inserita nel contesto quotidiano. Una società, la nostra, costruita su dei meccanismi di violenta sottomissione quasi dittatoriale. Un “1984”, George Orwell, moderno e reale. Un immobilismo generale che porta allo stallo e all’inevitabile tracollo in picchiata nel baratro scavato da noi stessi. Allora si guarda più in alto, si guarda ancora oltre ma non più dentro i singoli individui: si guarda alla politica. Si osserva chi è stato creato per dare ordine e continuità. La politica, come l’arte, è, purtroppo, l’esatta corrispondenza di ciò che siamo nel momento stesso in cui il divenire è divenuto. L’importante è apparire. Ciò che conta è la bellezza. Il Governo regge i fili, muove le pedine e decide sia come sostenere il gioco che le regole per effettuare la mossa successiva. Noi siamo il mezzo per guardare il loro copione in scena sul palco del teatro. Quindi arte e politica hanno molto in comune, sono complementari, crescono insieme e insieme raccontano, criticano, giudicano ma, elevando l’artista a emblema di cultura e bel ragionamento, le opere servono a suscitare una reazione utile a cambiare il corso delle cose. La politica fa di tutto per non cambiare niente. Restare fermi è più facile che navigare. La rotta va controllata in continuazione per evitare errori di direzione. Ancorarsi a un fondale roccioso è garanzia di sicurezza anche investiti da una forte e perdurante tempesta. Degas non spiega come risolvere la frustrazione. La dipinge. Degas non giudica né la prostituta né l’attrice. Le dipinge. Degas non dà una soluzione: si aspetta che sia il suo pubblico a trovarla. Forse, banalmente, basterebbe mostrarci in modo palese ciò che siamo diventati. Allora sì, saremmo in grado di dare una svolta al nostro stallo, evitando a noi stessi e ai pargoli futuri di trovarsi al limitare massimo del precipizio infernale.

Arianna Forni

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