Riferimento all’opera di SALVADOR DALI’ “LA PERSISTENZA DELLA MEMORIA”, 1931

RENE MAGRITTE “LA DECALCOMANIE”, 1966

e il contemporaneo MACHAEL CHEVAL “SOUNDING SILENCE”

Assurdo. L’assurdo, nella nostra concezione etimologica del termine, significa fuori dagli schemici logici, è una stranezza talmente evidente da risultare persino ridicola. Assurdo è qualcosa che non deve entrare negli schemi di un vivere normale. Va ripudiato. Allontanato perché ritenuto fuorviante, pericoloso. L’assurdo fa perdere la retta via, può plagiare, può ferire, può far perdere di vista la propria strada e i propri obiettivi. Bisogna tornare indietro alla prima metà del Novecento per comprendere cosa sia il concetto di assurdo e carpirne la profondità con cui viene adoperato nell’arte, in letteratura e in teatro (il Teatro dell’Assurdo di Samuel Beckett, ad esempio, e il suo “Aspettando Godot” 1953). In un contesto storico che si avvia verso la fine della Seconda Guerra Mondiale il sentimento di rinascita inizia a farsi sentire con prepotenza. Sta tornando l’entusiasmo, la voglia di vivere e di guardare avanti con fiducia. Resta, però, una base di alienazione causata proprio dalla Guerra stessa. C’è chi ha perso i propri cari, chi il lavoro, chi la propria abitazione, chi ha perso tutto. Non era facile. Due facce di uno stesso Paese dovevano forzatamente convivere. Gli artisti hanno dato voce sia al potere dei ricchi che alla disperazione dei poveri; lo hanno fatto attraverso composizioni nuove. Stranezze assurde che riescono ad evocare fantasmi e angeli custodi. Si chiama Fantasia. Quella stessa “Fantasia” con cui Topolino (Walt Disney) parlava ai bambini nel 1940. La fantasia è l’espressione di un concetto potente attraverso una diversa cognizione e percezione dello spazio e degli oggetti che, da concreti e stabili, si trasformano in evocazioni dell’animo umano. Per assimilare questo concetto è bene osservare “La persistenza della memoria” di Salvador Dalì, 1931. Una landa desolata. Silenzio. Colori tenui. Nessuna distrazione e poi degli orologi molli, fluidi, dilatati nello spazio proprio come si dilata o si restringe il nostro tempo. Il tempo quotidiano, il tempo della vita dell’uomo può essere percepito in maniera diversa, può far sorridere o far piangere a seconda della situazione. Può essere lunghissimo, quasi eterno; può essere folgorante come un lampo e svanire senza lasciare nemmeno un attimo per accorgersi. Il tempo è ciò che concede all’essere vivente di avere memoria ed è proprio quello stesso tempo futuro che garantirà la chance di recuperare il persistere di quella stessa memoria raccolta in passato. Meraviglioso. Assurdo, direte. Assurdo, surreale e metafisico (rimando a “Vivere una vita surreale”). Altrettanto assurdo potrebbe sembrare “La décalcomanie” di René Magritte, 1966.

Magritte La décalcomanie 1966

Se osservata bene, come per magia, non è molto diversa dal concetto raccontato da Salvador Dalì 35 anni prima. Questi artisti hanno fuso la loro arte per raccontare una storia comprensibile a tutti. Tutto ciò che è espressione artistica, in definitiva, è una favola con una morale. Lascia delle domande, non sempre chiarisce i propri dubbi, ne crea altri. Permette di ragionare. Così, quest’uomo composto ed elegante, con il suo cappello a bombetta, è l’immagine di sé stesso oggi nel riflesso di ciò che è stato ieri. Non è niente altro che una nuova “persistenza della memoria”, una nuova dilatazione del tempo. Il ricordo del passato in un presente dove splende ancora il sole, dove la calma è protagonista. Niente è perduto: è un’immagine di speranza.

Chi maggiormente si avvicina a questo concetto di fantasia nell’assurdo concettuale artistico è Michael Cheval (1966), pittore e ritrattista russo, trasferito in America nel New Jersey. Le sue opere seguono gli schemi dei surrealisti, gettandosi a capofitto nell’ambito dell’Absurdism. Ripesca spesso le tematiche care a Dalì e Magritte, si ispira a loro per raccontare qualcosa di moderno. La sua è una pittura che arriva diretta al cuore ma va osservata molto dettagliatamente per leggerne le più piccole sfaccettature. Ha, in sé, un impatto visivo ed emozionale davvero unico. Nel panorama dell’arte contemporanea ha uno spazio da protagonista. Il suo “Sounding Silence” possiede qualcosa che supera l’illogico, va oltre il tangibile, distrugge i metri di corretta e coerente visione del mondo ma colpisce nel segno. Quella mano sulla tastiera infinita, quel tocco delicato, quelle note lente e leggere come le foglie d’autunno, giungono persino agli osservatori, quella ragazza d’altri tempi attratta e rapita da una nota che nemmeno sa, con certezza, di riuscire a sentire o meno. Un tempo magico, un ricordo dolce e delicato; quello stesso ricordo che ognuno di noi conserva nella “persistenza della sua stessa memoria”.

Arianna Forni

MICHAEL CHEVAL2

 

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