Lui è Wassily Kandinsky (1899-1944); un pazzo, un visionario, una mente da psicanalizzare ma, magica introspezione personale, si è curato da solo e si è espresso attraverso le sue opere. Attraverso un astrattismo incompreso e criticato. Ripudiato come la droga, come l’abuso di qualsiasi sostanza stupefacente. Uno scempio; come l’orco. Ma per piacere. Astrattismo non è reale, è ciò che non rappresenta il mondo, nella sua concretezza, è periocoloso. Back in place. I critici di oggi sono molto più magnanimi, anzi, sono molto più sottilmente comprensivi. Scendono negli anfratti dell’absurdism e le folle, mute, si irradiano di luce propria. Kandisky era un genio, punto. Sagome, colori, forme, immagini indefinite simili alle famose macchie di Rorschach. Un test della personalità scientificamente provato ma solo soggettivamente comprovato, ipotizzato. Quanto è facile dare del matto a un matto che non vuole esserlo e soprattutto non vuole essere matto di fronte a un matto che gli dice di esserlo. Se riuscite a sciogliere il giro di parole capirete cosa intendo dire. Aberrante. In fin dei conti vuol dire tutto e non vuol dire niente. Sono, invece, molto definite le immagini dipinte da Kandinsky. Sono in armonia con sé stesse e con il mondo e si pongono benevole nei confronti di chi le osserva. Trovano pace. Equilibrio dei sensi, dinamismo, gioia ed entusiasmo. Questo è l’astrattismo: è la pura e reale concretezza di ciò che, in questo mondo gorgogliante, ci lascia attimi di silenzio e solitudine. L’astrattismo è la ricerca personale dell’uomo di un angolo di semplicità emotiva. Placebo. Kandisky ha imparato ha lasciarsi folgorare dagli oggetti singoli e singolari in quanto tali; ha imparato a creare una composizione di essi e con essi per rendere magico qualcosa di assolutamente comune: penne, sedie, lavatrici cavalli, tavoli.. finchè non giunse, nella sua massima apoteosi artistica, alla sua figura emblematica di sublime estesi della mente: il cerchio. Il cerchio da cui tutto ha inizio, da cui tutto, in definitiva, ha una fine. Il cerchio, la magia della perfezione di Giotto, la stranezza dei fiori di Van Gogh, il dinamismo prospettico del Parmigianino, di Raffaello, di Michelangelo e…potremmo andare avanti in eterno. Il cerchio. Un cerchio. Il cerchio della vita, sì, anche della vita del “Re Leone” (1994):

“‘ una giostra che va questa vita che
Gira insieme a noi e non si ferma mai
E ogni vita lo sa che rinascerà
In un fiore che fine non ha.” (Ivana Spagna, 1994)

In questo cerchio della vita risulta difficile fare una critica a un’opera che non è un’opera ma è solo un sogno. Critichereste, voi, un sogno? Un sogno fatto di speranza, di colore, di gioia, di entusiasmo verso un futuro che non è, certamente, frutto del nostro presente ma sarà emblema di un nostro auspicabile futuro. Kandisky va osservato, guardato. Bisogna sedersi davanti ai suoi quadri con le cuffie nelle orecchie e le All Star ai piedi per poter entrare nel suo pensiero. No. No. Non siamo comunisti. Siamo sentimentali.

“Al congresso sono tanti,
dotti, medici e sapienti,
per parlare, giudicare,
valutare e provvedere,
e trovare dei rimedi,
per il giovane in questione.”

(“Dotti medici e sapienti”, Edoardo Bennato)

Il giovane malato di giovinezza, ebbro di vita, illuso, disilluso, schernito ma, nonostante tutto, fiducioso. Il giovane va curato ma non esiste “dotto, medico o sapiente” in grado di trovare la cura all’incurabile male di vivere: il desiderio ingenuo in un domani migliore. Kandisky. I suoi quadri sono questo. Sono bambini che ridono, infanti giocherelloni che scherzano con il tempo che scorre perché, in fondo, quel tempo, per loro sembra non poter mai finire. Kandisky. Il genio del sapere umano, il genio che ha riportato in vita i Peter Pan dei tempi migliori. Il genio che ha dato spazio a Trilli e ai suoi consigli saggi, logici e propositivi. Nella vita c’è speranza e l’astrattismo è il solo e unico modo per ricordarcelo, sempre.

Arianna Forni

Kandinsky: The Artist as Shaman Exhibition

 

 

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