GEORGES SEURAT

La Ville Lumiere, Parigi. La sua Parigi di metà Ottocento. Sfarzo, eleganza, ricchezza ostentata, lusso sfrenato, sfoggio di arte e di saper fare arte. Chiunque avesse avuto il desiderio di inserirsi nella società che conta avrebbe dovuto, per forza, saper fare qualcosa di “artistico”; non che fosse importante la discilpina, non che contasse il risultato, era l’ostentazione a fare la differenza. Sarebbe bastato un ago e un filo per essere stilista, uno scalpello per fare statue, un calamaio per scrivere versi o romanzi ma, soprattutto, sarebbe bastato un pennello per essere un pittore. Il pennello, a questo punto del gioco, doveva essere adoperato con maestria, sapienza possibilmente raggiungibile solo frequentando le carissime Académie Des Beaux Arts a cui, per forza di cose, non tutti avevano il piacere o il denaro per accedervi. Georges Seurat, figlio di un avvocato e quindi parte di una famiglia dell’alto rango parigino, non aveva di questi problemi e, fin da bambino, conquistò la chance di diventare maestro d’arte, nell’arte che già possedeva di natura: la pittura. Studente modello ma ribelle nei metodi; lui voleva di più, voleva poter essere e rappresentare sé stesso. Si stufa, ben presto, dei dettami accademici, rigorosi e poco permissivi e prova una nuova via di espressione. Nasce il pointillisme. Schematico, preciso, uniforme, più accademico di un accademico ma, accidenti, vero. Vero nella verità del racconto rappresentato, vero nella realtà dei suoi personaggi, vero. Salvo qualche legittimo o illegittimo inserimento d’autore, per esempio la scimmietta al guinzaglio della demoiselle con l’obrellino all’ombra della spiaggia della Gande Jatte, l’insieme resta sempre privo di emozioni nitide. I suoi non sono scatti di ira o entusiasmo. Non sono il trasporto interiore di un subbuglio mai risolto. Non sono il risultato dell’artista maledetto che deve urlare al mondo chi è e cosa vuole. Sono quadri. Sono solo quadri. Ed è proprio in questi quadri che è possibile trovare l’interiorità di quella pace che il mondo non ci regala mai. Lui la trova; la mostra anche a noi e lo fa senza nessun virtuosismo. Lo fa in modo scarno e stenografico. La meraviglia di un’arte sincera che non vorremmo mai smettere di guardare. Il periodo era quello della moda del “plein air”, tutti i pittori si aggiravano per le strade, tela sotto il braccio, cassetta di legno con i colori dall’altra e treppiedi incastrato da qualche parte. “Mi fermo qui? No non mi piace, forse più in là è meglio e poi no, dai vanno tutti all’isola. Ci vado anche io”, indicativamente questi dovevano essere i pensieri degli impressionisti alla ricerca dell’inquadratura perfetta. Poi c’era Seurat a cui poco importava di essere meglio o peggio degli altri. Parlava poco, si confrontava anche meno, non frequentava i caffè bohémien più in voga; aveva qualche amico ma niente di che. Era solo con sé stesso e ragionava lavorando solo per sé. Non doveva dimostrare niente a nessuno. Non gli interessava quali fossero le quotazioni dei suoi dipinti e nemmeno se fossero effettivamente quotati. Voleva solo dipingere, farlo al suo meglio per quello che a lui piaceva di più. A dimostrazione di quanto detto, decise di non focalizzare tutta la sua opera en plein air in quanto unico metodo di pittura ottocentesca. Tutti andavano fuori a prendere freddo. Lui si chiudeva in casa o negli atelier, dimostrando, ancora una volta, che quel che conta è come dipingi, non dove dipingi. Da questo concetto nacque “Les Poseuseuses” 1888, ispirate, secondo qualche poetica visione di chi fa critica e non arte, alle Tre Grazie, forse addirittura a quelle del Canova (1813-’16) ma non è questa la cosa fondamentale.

Georges_Seurat_-_Les_Poseuses 1888

Il locale sconvolge e ribalta gli schemi di quegli anni: si trova nel suo studio, con una sola modella ritratta per ben tre volte in tre pose differenti. Più magico della magia. Più cinematografico del cinematografo. Più impressionante degli impressionisti. Gli abiti gettati a terra alla rinfusa, un ombrellino parasole rosso, un cappellino, delle scarpine, un cestino di vimini pieno di fiorellini posto proprio sul fondo della stanza quasi ad indicare la parete. Quasi ad indicare il plain air all’interno dello spazio chiuso, dando risalto, ancora una volta, alla schematizzazione dell’occhio umano: focalizzarsi sulla stranezza. Ormai, non si può far altro che vedere, osservare, guardare, ammirare Un dimanche après-midi à l’Île de la Grande Jatte 1883-’85 appoggiata a una parete quasi fosse carta da parati. Ridicolo. Geniale, oserei dire. Seurat è il maestro dei maestri, parlo per me, io lo adoro e come me, lo adora Franceco Poli, scrittore di “Il Pittore Solitario. Seurat e la Parigi Moderna”, 2017. Non si può far altro che innamorarsi e sentir crescere il sentimento dopo ogni pagina. Un amore profondo, l’amore degli adolescenti, l’amore che vuole di più ma non lo otterrà mai. Fatti bastare ciò che già hai. Guarda e capisci.

Viviamo in un mondo dove il rigore non fa parte della quotidianità, dove gli schemi esistono per essere distrutti, dove le regole nascono per essere infrante, dove le leggi vengono abrogate per vizio di forma e dove reintegrarle è una guerra talmente sangunaria da dover lasciar perdere, ad ogni costo. Allora ci rilassiamo davanti alla Grande Jatte di Seurat e ci sentiamo partecipi di un atelier raffinato insieme alle sue Poseuseuses. Mi piacerebbe avere la stessa possibilità che Poli si è creato nel passeggiare per Parigi proprio insieme a Seurat, o a un’immagine realistica di esso, vorrei potergli fare una sola domanda, le altre gliele ha già fatte tutte lui: quanta pace hai vissuto uscendo da un’indottrinata accademia per chiuderti in questo tuo splendido e affascinante rigore? Mi piacerebbe che la risposta la leggessero i nostri giovani e i nostri istitutori, credo che in molti ne sarebbero raggelati.

Arianna Forni

FRANCESCO POLI - IL PITTORE SOLITARIO. Seurat e la Parigi Moderna

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