Uno dei più grandi critici e curatori italiani è Demetrio Paparoni (“Le Nuove Forme Della Pittura”, 2018, SKIRA editore); è grazie a lui che Milano, per precisione la Fondazione Stelline, si sta presentando al mondo come centro focale dello sviluppo di un pensiero artistico e pittorico, in un turbinio dettato dalla voglia incessante di espressione. Il futuro è sempre più alle porte, qualcuno deve pur farcelo sapere e, come in ogni epoca, i primi ad accorgersi di alcune sfaccettature preponderanti all’avanzamento sociale, sono gli artisti. Abbiamo vissuto un periodo di rifiuto nei confronti della pittura figurativa, un esempio, drammatico oserei dire (rimando a “Ribellione Riscossa e..esagerazione”, pezzo in cui ho raccontato la 74esima Biennale di Venezia, 2017) sono le brutali installazioni shock di qualche artista un po’ troppo “artistico” per i miei studi classici e metodici. Da questo livello di un’austerità ridicola e controversa siamo, finalmente, tornati a qualcosa di più verosimilmente iconografico, espressivo, sensibile e commuovente: la pittura. In un panorama tanto ricco quanto vario è quasi impossibile condensare tutto in un unico pezzo; vogliate, quindi, prendere questo mio articolo come un’introduzione ad un argomento che sviscereremo in seguito. Lo spirito del tempo che scorre, avanza e non si ferma è la sola e unica base solida, sebbene un po’ traballante, sulla quale possa poggiarsi un’idea e, con essa, una rappresentazione. Un disegno fatto adesso, mentre chiacchieri al telefono con la tua amica, non sarà più attuale, né nei tratti né nei sentimenti, se verrà osservato domani. L’arte va criticata immedesimandosi sia nell’artista che nell’epoca, nel mese e, se possibile, anche nel giorno di realizzazione. Solo così possiamo parlare di arte contemporanea. Molto più semplice, invece, è il resoconto artistico di pietre miliari dei secoli passati: chi può sapere, realmente, quali fossero le condizioni in cui un Turner dipinse la sua opera? Parlandone, esponendo a platee attonite e interessate, diventiamo tutti grandi studiosi dall’infinita capacità divinatoria. Praticamente Severus Piton di Harry Potter. Ok. Conoscendo queste poche e semplici basi possiamo parlare di modernità pittorica; di storicismo del nostro divenire, attraverso una idealizzazione della realtà. Altro non è che la base sulla quale Hegel (1770-1831) ha costruito tutta la sua filosofia. Anche in questo caso, seppur bravissimi studiosi, viviamo di rendita. I critici dell’arte pongono l’artista come veggente della storia, presente e futura. In quel caos dialettico e iconografico che abbiamo faticosamente creato, bisogna mettere ordine utilizzando il ricordo del grande passato classicista, rieducandolo alla nostra caotica realtà. Si potrebbe ricondurre il nostro modus vivendi al mito della caverna di Platone e, con esso, sarebbe più semplice comprendere la base di studio meticoloso attraverso la quale, ognuno di noi, subisce un intimo condizionamento. In tutto questo la pittura si pone come il classico che non passa mai di moda e ritorna. La stigmatizzazione dell’animo umano viene crocefisso dal dolore di guardare cosa ha fatto di sé stesso. Per non essere sempre apocalittici, riesce, anche, in un quadro, a percepire tutta quella bellezza che lo sfuggire del tempo non ci permette di osservare mai con l’attenzione meritata. Voglio rendere merito a due gradi contemporanei: Michael Borremans (1963, belga) e Paulina Olowska (1976, polacca).

Borremans proviene da una forte tradizione fiamminga che plasma a seconda dello stile che decide di adoperare per una data rappresentazione. Fotografo, regista ma, diamine, di grazia, pittore sottilmente tetro e terrificante, tanto da risultare attanagliante fin nel profondo dell’animo. Dipinge, in prevalenza, volti inespressivi, ipnotici, cromaticamente scarni, mai piatti, anzi. Le sue immagini sembrano uscire dalla tela pronte a catturarti per portarti via, via, via lontano finché non avrai dimostrato di aver capito. Siamo uomini non automi, siamo pensanti non robot, siamo vivi, veri, sinceri. Siamo il contrario delle sue figure e quindi siamo, noi stessi, le sue stesse rappresentazioni. “The Angel”, 2013, olio su tela, la guardi e ti pietrifica. Quel volto coperto di catrame, gli occhi morbidamente chiusi quasi stesse dormendo, le labbra dolcemente appoggiate una sull’altra. Nessuna tensione, nessun rumore, nessun movimento. Niente. Tu. Tu ti aspetti l’Apocalisse e allora capisci. Dobbiamo fare qualcosa perché il giorno del Giudizio è vicino e ciò che stiamo mostrando di noi stessi ora, adesso, è proprio quel volto incatramato e inumano da non avere la minima reazione in quel contesto di totale aberrazione. Insegnamento. Apprendimento.

Olowska è più giovane, è una donna. Guarda il mondo con gli occhi di chi sa che la bellezza conquista e apre le porte ma non lo fa con soddisfazione, bensì, con umiliante rassegnazione, però riesce a raccontarlo con un effetto scenico estremamente positivo. Adorabile. I suoi quadri rappresentano donne, sottospecie di modelle improvvisate che, pur non avendo nulla di estremamente potente addosso, riescono a rendere eleganti e sensuali poveri e scarni abiti da giorno o da lavoro. Riesce a illuminare un manifesto politico oltre al sentimentalismo umano nei confronti di una bella donna. Nasce il “fai-da-te”, ovvero la capacità di impreziosire ogni oggetto grazie alla propria bellezza e all’eleganza nel portamento. Il concetto sarebbe stato da castrare sul nascere perché inserito in un regime comunista in netto contrasto con il senso di indipendenza e di identità personale. Olowska ha fatto una stregoneria inenarrabile e bella. Le sue donne non sono nessuno, prendono una caratteristica solo leggendo i titoli delle opere ma, diamine, sono una meraviglia.

Diventa difficile collocare una suggestiva immagine proiettata nel nostro prossimo futuro partendo da questo aberrante presente ma è pur sempre da qui che dobbiamo partire e allora, cari miei, facciamolo con stile, anche una “The Mycologist”, Olowska, 2016, può essere la maga che cambierà i nostri prossimi, futuri, giorni migliori.

Arianna Forni

“The Mycologist”, 2016 olio e acrilico su tela
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