“L’Alchimista prese un libro, […]. Il volume era privo di copertina, ma lui riuscì a identificarne l’autore: Oscar Wilde. Mentre sfogliava le sue pagine, trovò una storia su Narciso. L’Alchimista conosceva la leggenda di Narciso, […] Era talmente affascinato da sé stesso che un giorno scivolò e morì annegato.”
(da “L’Alchimista” Paulo Coelho 1988)

D’altra parte, chi non conosce la storia di Narciso? Infondo, tutti noi siamo un po’ Narciso, tutti noi corriamo dei rischi per ostentare le nostre uniche e irripetibili peculiarità. Spesso, per fortuna, riusciamo a fermarci prima del burrone. Siamo così sicuri di noi stessi da giungere fino al limitare massimo, fino a sentire la pietra sgretolarsi sotto le suole delle scarpe prima di capire che, forse, stiamo esagerando. Richiuse le alette tarpate, già troppo spiegate per ricordarsene, si torna in sordina.

“E guardo il mondo da un oblò – mi annoio un po’ – passo le notti a camminare – dentro un metrò sembro uscito da un romanzo – giallo – ma cambierò, sì cambierò”
(Gianni Togni, “E guardo il mondo da un oblò”, 1980)

Osservi, studi, provi anche a complimentarti con i successi degli altri, mentre rosichi all’inverosimile. Sei convinto di saper fare meglio ma, diamine, sei meno raccomandato. La storia della meritocrazia, per quanto possa essere fondamentalmente vera, in un Paese retrogrado come il nostro, è sempre una valida scusa per giustificare un insuccesso o, per meglio dire, un successo mancato. Per un soffio. Va bene. Ci sta. Ci sta anche che ognuno riempia la sua scatola magica, delle soddisfazioni personali, come meglio crede. C’è anche chi la riempie con i disastri degli altri , mal comune mezzo gaudio, oppure, per meglio dire, mors sua vita mea..forse. Meritocraticamente parlando bisogna sapersi esprireme, esporre e vendere al meglio. Vendere sé stessi prima del proprio prodotto è la strategia migliore per attirare un acquirente verso una persona prima dell’oggetto materiale. Ad esempio, nella sua irripetibilità. Apple è Apple. Perché? Monsieur Lapalisse: Steve Jobs era un mago del marketing, uno stregone. Ha saputo calamitare milioni di persone sul suo nome, qualsiasi cosa uscisse dalla sua bocca era idolatrato come i fanatici degli UFO e dell’area 51. L’unica mela morsicata che ha saputo conquistaro il globo grazie a un solo uomo. Chiedersi come abbia fatto è legittimo, pensare di eguagliarlo è da stupidi. Bisogna scegliere se essere Narciso e credere, con tutto il proprio fattore intellettivo cognitivo, di essere, davvero, all’altezza del buon Steve, oppure bisogna fare come Santiago (de “L’Alchimista”): “Tu non morirai. Vivrai e imparerai che l’uomo non può essere tanto stupido. Lì, nel punto in cui ti trovi, anch’io ho fatto un sogno che si è ripetuto, ormai sono due anni. Ho sognato che avrei dovuto attraversare la campagna della Spagna […] se avessi scavato alla radice dell’albero, avrei trovato un tesoro nascosto. Ma io non sono tanto stupido da attraversare un deserto solo perché ho fatto un sogno[…]”, Santiago aveva capito, tutti abbiamo capito, si alzò da quella polvere e sorrise alle Piramidi “Aveva trovato il tesoro”, aveva capito che la vita ci pone di fronte a grandi difficoltà che vanno superate passo dopo passo prefissandosi un obiettivo raggiungibile. Niente di eclatante. Niente di altisonante. Niente che faccia tremare le folle. Deve essere un obiettivo concreto, reale e, soprattutto, raggiungibile con uno sforzo moderato, che non ci uccida ma ci fortifichi. Poi, per carità, nessuno vieta a nessuno di essere un genio. L’arte, così come la filosofia, passa questi concetti in diversi modi. Jackson Pollock, ad esempio, in “One: Number 31”, 1950 parrebbe non dirci un gran che, alla fine, direte voi, sono schizzi su una tela di soli 2,7 m x 5,31 m. Cosa vuoi che sia; potremmo farlo tutti. Già, tutti. Tutti gli stessi che potrebbero impersonare Steve Jobs e inventarsi la Pear. La genialità di Pollock non è esclusivamente nel risultato ma nel percorso utile ad avvicinarlo all’esito finale dell’opera che, noi cultori amanti dell’arte, abbiamo l’opportuità di guardare. Dietro un suo quadro c’è sudore, c’è introspezione impersonale, c’è capacità di estrapolare un rigido sentimento rendendolo plastico e amalgamato nell’atmosfera. I suoi quadri sono la folla di menti aperte convinte di avere il successo fra le dita quando, in realtà, non è altro che un grumo di polvere sottile. Non a caso si è ispirato proprio al sand painting prima di mettersi a tirare litri di vernice su metri di tele disposte sul pavimento. Perché dico questo? Perché Pollock è l’ennesima dimostrazione di quanto il figlio di un agricoltore possa raggiungere il successo che il restante 99% della popolazione non raggiunge a causa del clientelismo. Lasciate entrare dentro di voi la sua confusione su tela e avrete delle rivelazioni che nemmeno i libri possono darvi. Altro che digital marketing.

Non è finita, ora voglio essere pungente, voglio farvi sentire una stilettata nel fianco che svegli il vostro desiderio di lottare: Salvador Dalì “Sogno causato dal volo di un’ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio”, 1944. Già il titolo fa male. Attenzione. Non fa soffrire, non è drammatico, non crea commozione. Fa proprio male. Ed è esattamente ciò che vuol fare. Immaginatevi nudi, distesi e addormentati, abbandonati ai vostri sogni, sì, a quei sogni di gloria che vi vedono a capo di una miltinazionale capace di fare concorrenza proprio alla Apple. Siete lì, la folla vi acclama, vi sistemate la cravatta, allacciate la giacca e, con nonchalance, infilata la mano nella tasca dei pantaloni. Sembrate Sean Connery ai tempi di 007. Chi potrebbe fermarvi ora? La risposta ve la dà Salvador Dalì, nel modo più infantile della storia ma più incisivo di uno scalpello: un’ape.

Sogno causato dal volo di un_ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio (1944) - Salvador Dalì

Suvvia, cari ragazzi, prima di lanciarvi alla conquista del mondo spargetevi di Autan insettorepellente, sedetevi, meditate e ascoltate il vecchio saggio: “io non sono tanto stupido da attraversare un deserto solo perché ho fatto un sogno”

Arianna Forni

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