“Robin Hood e Little John
van per la foresta
ed ognun con l’altro
ride e scherza come vuol.
Son felici del successo
delle loro gesta
Urca urca tirulero
oggi splende il sol!
Non pensavano ad i rischi che correvan nel gettarsi in acqua per trovare ristor…
…e che un subdolo sceriffo e i suoi stupidi scagnozzi eran lì decisi a farli fuor.
Robin Hood e Little John
corron come frecce
saltan sugli alberi
e spiccan quasi il vol.
Devono salvarsi e alla fine ci riescono.
Urca urca tirulero
oggi splende il sol.”

(tratto da “Robin Hood”, Walt Disney, 1973)

il Menestrello di Robin Hood - Walt Disney - 1973

Il Menestrello suona e canta mentre Robin Hood e Little John si trasformano in due idoli d’infazia di molti bambini, quelli, sì, che erano cartoni animati. Avevano una morale profonda e restavano impressi nel cuore e nella mente. Certe filastrocche non si dimenticano mai. Chissà dove hanno trovato l’ispirazione per scrivere questo testo? Chissà da dove arriva l’impeto con cui un artista riesce a produrre qualcosa di eterno o, per lo meno, di immancabilmente duraturo? In questo caso la risposta è facilissima: nel 1377, Alexandre Dumas (padre) scrisse una storia fantasiosa in riferimento ad un personaggio, presumibilmente, esistito. Racconta, così, di un bandito, immaginato, per l’appunto, come un giustiziere dall’animo gentile che “rubava ai ricchi per donare ai poveri”. Fantasia e realtà si mescolano dando vita ad un’ispirazione talmente vera da rendere difficoltosa la scissione tra immaginazione e realtà. Se ci pensate è meravigliosa l’accoppiata terminologica delinquenza-bontà, rubare-donare. Equiparazioni dall’impatto umano irrestitibile, tant’è vero che numerosi ladri, protagonisti di storie moderne, sono in realtà dei perfetti gentiluomini, dall’educazione impeccabile e con un animo profondo e sensibile. La domanda, però, a questo punto, cambia destinatario: come ha fatto Alexandre Dumas (padre) ad avere questa grande folgorazione? Da dove deriva la sua ispirazione? Di nuovo siamo costretti a credere che sia rimasto intimamente colpito dal quel bandito-gentile, talmente fuori dagli schemi, di naturale andamento umano, da averlo, appunto, ispirato. Una geniale ispirazione che lo ha condotto verso un prodotto finale immortale; manipolato, alterato, reso meno spigoloso, addirittura trasformato in un cartone animato ma, pur sempre, immortale.

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L’ispirazione era, per i Greci un senso di estasi profonda. Un’entità soprannaturale, presumibilmente una divinità, pronta ad elargire consigli e, in definitiva, ispirare gli artisti prescelti, al fine di permettergli di realizzare qualcosa di incredibile: un’opera degna degli Déi. Il senso con cui i Greci avevano dato vita a questa strana teoria era, in maniera indiscussa, non dare all’uomo nessuna soddisfazione, né di idea né di merito nella realizzazzione della loro stessa arte. Erano gli Déi ad avergli detto cosa fare e come farlo. L’uomo era un mezzo. Solo un semplice vile mezzo di comunicazione con le entità governatrici della terra che tutto vedono e tutto possono. Il concetto dell’ispirazione cambia, ma non di molto, con il Dolce Stil Novo in cui le Muse ispiratrici non erano più mandate da Apollo ma erano la personificazione delle donne amate dai poeti; con la loro bellezza, la loro intoccabile purezza, riuscivano a infondere ispirazione e concentrazione ai poeti, infatuati e incantanti di fronte a contata perfezione. Anche in questo caso se Beatrice, Laura, Silvia, Elena, Fiammetta, Lucia e così via, non ci fossero state, noi non avremmo la Divina Commedia (Dante Alighieri), Chiare e fresche dolci acque (Francesco Petrarca), A Silvia (Giacomo Leopardi), l’Odissea (Omero), Amorosa Visione (Giovanni Boccaccio), I Promessi Sposi (Alessandro Manzoni).

Ora, di grazia, cerchiamo di capire cosa sia l’ispirazione: è un futile pretesto per dare una spiegazione alla nascita di opere magistrali, di invenzioni straordinarie e di gesta eroiche. “Sono stato ispirato è l’ho fatto”, da chi?, caspita, da chi sei stato ispirato? Ci si potrebbe chiedere: possibile che da me non venga mai nessuno ad ispirarmi?! Errore, malefico errore. Tutti siamo ispirati da e per qualcosa. C’è chi scrive, chi dipinge, chi cucina, chi parla, chi cuce abiti meravigliosi, chi addestra animali, chi educa, chi fa volontariato, chi cura, chi si prende cura, chi vive una vita normale senza eccessi e senza pretese. Chi ispira sé stesso per rendere la sua vita un capolavoro. Siamo tutti ispirati da qualche entità superiore, spesso sono i parenti e gli amici più stretti ma, altre volte, siamo noi stessi che ci lasciamo ispirare dal nostro cuore e dalle sensazioni che sentiamo nell’anima. Ciò che ne scaturisce non sarà sempre un’opera immortale, ma sarà enterna e inequiparabile proprio per quelle persone che ci avranno aiutato a trovare ispirazione. La soddisfazione non nasce dalla folla in delirio ma da una lacrima di commozione sul volto di quell’unica persona che abbia creduto in noi fin dall’inizio, a discapito degli scarsi risultati, dei no ricevuti e delle infinite delusioni. Qualcuno c’era e continuerà ad esserci anche, e soprattutto, ad opera compiuta, qualsiasi essa sia. Anche Beatrice si sarà commossa di fronte alla Divina Commedia scritta pensando a lei, ispirandosi ad un amore così profondo e Dante, nonostate sia il nostro Sommo Poeta, avrà tratto il suo maggior orgoglio guardando negli occhi di quella donna stupita di fronte alla sua ispirazione.

Poi c’è qualcosa che va un pochino oltre: la “Nascita di Venere”, Sandro Botticelli, 1482/1485. Purezza, bellezza, bontà d’animo, genuinità, naturale perfezione in quel corpo che, ad oggi, rappresenta il canone di bellezza femminile per eccellenza. Uscita dal mare, da una conchiglia, nuda come simbolo, non di attrazione, di intensa spiritualità. Non ha bisogno di suppellettili per essere l’eccellenza della perfezione umana, generata, e non solo dipinta, da Sandro Botticelli. L’esaltazione allegorica di questo amore infinito verso la Natura, personificata nella Venere, dona, al quadro stesso, una connotazione divina. La pone al di sopra della linea di confine tra terreno e extraterrestre. La Venere deriva da una mente ufficialmente ispirata da qualcosa di più elevato. Ed è così che diventa possibile leggere, vedere, osservare, sentire l’ispirazione dello stesso Botticelli come quell’estasi che, i Greci, attribuivano alle Muse di Apollo. “Talmente bello da non parer vero” ed è così che l’ispirazione glorifica una parte umana rendendola divina e, al contempo, la svilisce dando il merito a qualcosa che, tutt’ora, ai nostri occhi terrestri, non è visibile.

Lasciatevi ispirare dai vostri sensi umani ma sappiate una cosa: esisterà sempre un’entità superiore che avrà la meglio sul vostro concreto, e terreno, prodotto finale. Risulta più semplice elevare la genialità ad una visione generata dall’estasi piuttosto che chiudere un capitolo con una sola parola. Bravo.

Arianna Forni

 

 

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