“You got a fast car
I want a ticket to anywhere
Maybe we make a deal
Maybe together we can get somewhere
Anyplace is better
Starting from zero got nothing to lose
Maybe we’ll make something
Me, myself I got nothing to prove
[…]

See I remember when we were driving, driving in your car
The speed so fast I felt like I was drunk
City lights lay out before us
And your arm felt nice wrapped ‘round my shoulder”

(Tracy Chapman “Fast Car”, 1988)

Auto veloci, treni veloci, aerei veloci; la velocità è diventata preponderante per la nostra vita quotidiana. Siamo circondati da gente che corre. Siamo governati dalla mancanza costante di tempo, dal ritardo nelle consegne, negli appuntamenti, nell’organizzazione generale. Siamo ossessionati da un rigore matematico che ci esorta e ridurre gli attimi di produzione. Dobbiamo velocizzare. Ottimizzare le ore di ogni nostra giornata. Dobbiamo arrivare primi, non importa cosa si stia facendo purché si termini prima degli altri. Ormai è quasi meno importante la raffinatezza e la precisione rispetto alla velocità con cui si porta a compimento un’operazione. Eppure, tuttavia, il risultato è la sola cosa che conti davvero. Puoi aver effettuato un procedimento tra i più ammirevoli, edotti ed eloquenti ma se il risultato, dovuto ad una distrazione tempistica e non mentale, si materializza errato, allora, tutto il tuo lavoro sarà bannato, verrà cestinato con deplorevole umiliazione. Sbagliare alla fine è la conseguenza determinata da un errore di fondo: la tua egocentrica sicurezza di essere il migliore. Puoi essere il corridore più veloce della corsa, puoi rimanere primo ogni singolo chilometro percorso ma inciampara a un metro dal traguardo e farsi superare ti incoronerà come uno sciocco stolto, circondato da un massimo demerito. Se sei il migliore, o credi di esserlo, devi dimostrarlo fino alla fine, altrimenti resterai un perdente la cui fatica e il cui impegno non verranno mai presi in considerazione. Deriso. Vale di più l’ultimo a completare un compito in modo perfetto del primo a consegnare e ad aver sbagliato proprio alla fine. La velocità, imposta da questo nostro mondo contemporaneo, impone concentrazione, massima e continua. La distrazione non è prevista, non c’è tempo; se ti distrai sbagli e se sbagli sei fuori. Corri, corri veloce, corri con la consapevolezza di avere l’allenamento per reggere quel ritmo ma sappi che dovrai correre così tanto fino ad aver tagliato il traguardo, solo dopo ti sarà concesso di crollare a terra per riprenderti, solo dopo e solo per qualche secondo, quel poco sufficiente a riprendere il controllo di sé stessi e ricominciare da capo. Non c’è limite e non c’è fine né alla velocità né alle sfide da affrontare. Il problema non è solo la velocità da mantenere, la regolarità, la calma con cui ci si avvicina al proprio traguardo; il vero dilemma, da assimilare e capire, è che ci sarà sempre qualcuno in grado di alzare l’asticella del limite, spostandola più avanti. La nostra rapidità di esecuzione diventerà insufficiente e bisognerà tornare ad allenarsi, a studiare, a sbagliare, a perdere e poi a vincere e a farsi superare di nuovo per dover ricominciare, ancora, tutto dall’inizio. Infernale. Stressante, ma questa è la vita. Che sia sport o lavoro il concetto non cambia: chi primo arriva meglio alloggia e, oltre alla corona d’alloro, riceverà una giusta ricompensa. Bisogna essere i più veloci evitando di farsi turlupinare dai furbetti. Non esistono scorciatoie e se ti vengono proposte sappi che stai andando verso un burrone.

“Quanta fretta, dove corri; dove vai
se ci ascolti per un momento, capirai,
lui è il gatto, e io la volpe, stiamo in società
di noi ti puoi fidare….”

(Edoardo Bennato “Il Gatto e la Volpe”, 1977)

Giacomo Balla, nel 1912, rappresenta, in modo quasi fanciullesco, il sentimento legato alla velocità in continuo aumento. Una signora, borsetta, gonna lunga, scarpe comode e il suo bassotto al guinzaglio. Camminano per la strada, non si sa dove siano diretti né quanto tempo abbiano per raggiungere la loro meta eppure sembrano di fretta, di corsa, in ansia per un appuntamento sfuggevole come la vita stessa. Bisogna fare il più rapidamente possibile per tenere testa a tutti gli impegni e gli interessi che la vita ci butta in faccia. Questa signora con il suo cane sembrano aver capito benissimo questo concetto. Le zampette rapidissime asseconadano il passo, un po’ più lento, della padrona. Uno affianco all’altro, si fanno compagnia nel cammino che li attende ed è un’immagine perfetta: velocità, compagnia, rispetto e condivisione. Non serve molto altro per vivere bene.

Ogni giorno, da quando la tecnologia avanza e le auto si spingono a velocità sempre meno comprensibili, anche l’uomo prova ad uniformarsi alle richieste di ottimizzare le tempistiche. Aumenta lo stress e aumentano gli errori e aumenta la paura di non essere adatti a soddisfare le richieste del mondo in cui viviamo. Pensate a William Turner che, nel 1844, dipinse “Pioggia, vapore e velocità”.

Pioggia, vapore e velocità - William Turner 1844

Attratto e sconvolto da quella locomotiva. Il modo di vivere stava cambiando, le distanze si stavano accorciando e l’uomo aveva molte chance in più per ridurre i tempi negli spostamenti e nella conclusione degli affari. Sembrava ancora magia; d’altra parte la prima Locomotiva aveva viaggiato il 27 Settembre 1825, era passato troppo poco tempo per essersi abituati a questa stregoneria. La pioggia cadeva prepotente ma quel treno non si fermava, procedeva inesorabile, avanzava veloce, sostenuto dalla tecnologia che un uomo aveva approntato con tanto impegno e dedizione. Chissà quando ci era voluto per inventare cotale mezzo di trasporto. Forse anche Turner se lo stava chiedendo.

Allora, diciamola tutta, potrebbe non essere così importante il tempo di realizzazione quanto, invece, risulta imprescindibile il risultato ottenuto grazie al proprio lavoro. Correte correte, il primo che inciampa, però, è fuori dai giochi perché recuperare, ormai, è per pochi clientelari eletti.

Arianna Forni

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