“Al cor gentil rempaira sempre amore
come l’ausello in selva a la verdura;
né fe’ amor anti che gentil core,
né gentil core anti ch’amor, natura:”

(Guido Guinizelli, dolce stil novo, XIII sec)

Il cuore gentile a cui l’amore torna sempre; che bel concetto, facile, incisivo, arriva dritto al succo della questione, pochi giri di parole e tanto discernimento personale e sociale. L’amore: un sentimento di coerenza e rispetto nei confronti del prossimo. Non siamo qui a fare del dolce stil novo una nuova fonte di ispirazione, sarebbe impossibile, ci stiamo concentrando su un concetto tanto limpido e cristallino quanto complesso nella sua etica di una morale evanescente. “Al cor gentil”, dando per scontato che si possegga un cuore gentile, ritorna “sempre amore”, ovvero: la bontà d’animo non prevede cattiveria né scaturita da una provocazione né, tanto meno, nata da un insito senso d’immotivata ira o collera. A quel “cor gentil” le angherie, di questo mondo infame, scivolano addosso, nella speranza che possa esserci un domani, colmo di gratitudine, rispetto e nuovo vigore. Con questi concetti semplici, nati durante il periodo in cui Dante, Cavalcanti e Guinizelli, diedero il meglio di sé, il dolce stil novo appunto, si è basata la maggior parte dell’arte successiva, sia essa visiva che letteraria.

Roberto Indiana, nel 2009, dà vita a “Hope”, che non è la ricca ereditiera Hope Logan Forrester protagonista di Beautiful, ma una statua semplice, nella sua semplicità, definitivamente, compatta, chiara nel suo concetto di fondo ed espressiva. Speranza. L’idea nasce molto dopo la ben più nota “Love”, creata dopo innumerevoli prove tra il 1966 e il 1995. Entrambe presenti in differenti forme e colori ma con lo stesso concetto e lo stesso metodo espressivo.

Robert Indiana Love Red - 1966-1995
Robert Indiana “Love Red” – tra il 1966/1995

La perfezione del concetto di amore: quadrato, pratico, buono; ok, no forse questo è uno slogan più da cioccolato ma il concetto non cambia. Si capisce subito quale sia l’intento

“Love is in the air, in the whisper of the tree
Love is in the air in the thunder of the sea
And I don’t know if I’m just dreaming
Don’t know if I feel safe
But it’s something that I must believe in
And it’s there when you call out my name”
(John Paul Young, “Love is in the air”, 1977)

L’importante non è sapere con certezza che Amore e Speranza esistano davvero. L’importante è trovare qualcuno che ci creda e che, con noi, desideri condurre la propria vita nell’incessante ricerca di quel perfetto equilibrio tra certezza e sicurezza, in grado di infondere un sentimento d’amore e speranza in una potenza superiore, per equiparare bellezza e abominio, successi e delusioni. Il bilanciamento è ciò che mantiene stabile qualsiasi condizione umana, sia essa lavorativa che familiare e, quindi, socio-culturare. Il bilancio ci permette di tirare le somme sull’andamento stabile, o instabile, di qualqualsiasi cosa: aziende, rapporti, borse, matrimoni, amicizie, vendite, acquisti. Dare per avere e avere sapendo di dover dare qualcosa in cambio. Si chiama equilibrio e determina un bilancio, abbiamo semplificato un concetto complesso, esattamente come ha fatto Indiana con “Love” e con “Hope”. Ci ha mostrato il quadro di ciò che dovremmo essere ma non siamo; ci ha dato un consiglio, il fatto di seguirlo o continuare a sfuggire sta solo a noi. Si può sempre sbagliare ma sebbene errare humanum est, perseverare autem diabolicum (Seneca il Vecchio), sarebbe meglio aver imparato la lezione nell’osservazione degli errori degli altri. D’altra parte l’uomo apprende per imitazione, anche questo potrebbe avere risvolti equivalenti o equivoci.

In questo contesto di ambivalenza tra l’essere alienato dalla propria vita e l’essere, al contrario, stupito e ben disposto verso il proprio futuro, si va delineando una serie di interpretazioni artisiche tra le più svariate. Ad esempio abbiamo Victor Man, un contemporaneo oppresso da un senso di impotenza che rigetta all’interno delle proprie opere.

Victor Man - 2011
Victor Man – 2011

I suoi personaggi assumono connotazioni al limite tra la vita e la morte, tra l’inebriante attesa e la sottomossione della depressione più acuta. Del vedo non vedo, concepito come cecità di fronte al male del mondo, alla sottomissione, allo stress, all’incapacità di ribellarsi, mollare tutto e scappare altrove. Dove? Come? I suoi protagonisti non hanno iniziativa, sono totalmente apatici, disorientati dalla loro stessa apatia; incorniciati da un contesto indefinito che confonde le idee senza dare mai una risposta. Si tratta, nello specifico, di una condizione di impotenza di fronte ad un mondo polico, sociale ed economico ingestibile dai comuni mortali; i quali possono solo aspettare, attendere un ordine, un’imposizione, un giudizio e adattarsi alle regole imposte da quell’occhio sovrano che tutto vede e tutto governa, chissà da dove. Nei suoi quadri il senso di mistero e oppressione è evidente e sta all’antitesi con le sculture positive e ridenti di Indiana. Ognuno è libero di leggere l’ambiguità di questo mondo secondo un proprio punto di vista. Queste differenze abnormi sono il risultato di quell’equilibrio instabile in cui siamo stati posti, volontariamente, da qualcuno i cui interessi dovevano essere davvero importanti. Che importa, l’importante è vivere bene ciò che abbiamo, facendoci il minimo possibile di domande e, soprattutto, evitando le risposte. Victorn Man, per lo meno, la pensa così. Non saremo mai padroni del nostro io ma abbiamo sempre Amore e Speranza a tenerci compagnia, oppure possiamo farci distruggere come nei quadri di Man. A noi la scelta.

David Schnell, invece inizia un percorso ispirato a un concetto di velocità legato allo sport. In quanto ex atleta di BMX ha imparato ad osservare il mondo con lo sguardo rapido e in continua evoluzione. Diventa un paesaggista vivace, nei colori e nel dinamismo delle sue opere.

David Schnell - 2010
David Schnell – 2010

Sarebbe come dipingere ciò che riusciamo a vedere sfrecciando in auto a 200 km/h sull’autostrada: tutto diventerebbe un’unica immagine, tutto verrebbe sovrapposto dando vita a qualcosa di più simile a una macchia solare piuttosto che un reale paesaggio urbano. Direi che appare positivo sebbene racconti un’incessante necessità di superare sé stessi valorizzando l’irraggiungibile: ovvero il desiderio di essere sempre, incessantemente, più veloci di noi stessi, più veloci della luce, più rapidi del mondo stesso. Un concetto di ambivalenza tra il solito equilibrio di massa e la voglia di emergere di qualcuno che, in definitiva, non ha ancora imparato ad accontentarsi di ciò che possiede e di ciò che è. Tutto questo ha il suo fascino, sebbene l’iniziale perplessità, soffermandosi ad osservare meglio, è possibile vedere i dettagli e scoprire che qualcosa di realistico esiste anche per Schnell.

Siamo partiti da Speranza e Amore e finiamo con L.O.V.E. (Libertà Odio Vendetta Eternità), di Maurizio Cattelan, 2010. Statua neoclassica dal sapore irriverente e spiazzante ma, prima di tirare delle conclusioni, va spiegata. Ci sono parecchie statue antiche che hanno subito mutilazioni, vuoi per atti vandalici, vuoi per l’erosione data dal tempo, L.O.V.E. di Cattelan ha subito la mutilazione, voluta, di quattro delle cinque dita di una mano lasciandone solo una: il medio.

Maurizio Cattelan - L.O.V.E. Libertà Odio Vendetta Eternità - 2010
Maurizio Cattelan – L.O.V.E. Libertà Odio Vendetta Eternità – 2010 Piazza degli Affari, Milano

Qui nasce l’irriverenza, qui spicca un senso di “vai al Diavolo”, con finezza, a tutta la società moderna e contemporanea. Non è esattamente così. Il “Vai al Diavolo” è ben visibile e innegabile, si rivolge alle istituzioni, alla burocrazia, alla corruzione, alla crisi economica, alla disoccupazione giovanile, all’accettazioni dei compromessi di genere, alla sottomissione europeista a cui l’Italia deve sottostare per sopravvivere. Il suo posizionamento in Piazza degli Affari, a Milano, ha il suo intrinseco senso di disapprovazione verso il sistema e nessuno ha niente da dire perchè, infondo, quel “Vai al Diavolo” vorremmo gridarlo anche noi, lo ha fatto lui a nome di tutti.

“Vai al Diavolo”, prima o poi qualcuno si sentirà davvero tirato in causa.

Arianna Forni

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