“Sono tanto semplici gli uomini e tanto obbediscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare.”
(Niccolò Machiavelli, “Il Principe”, capitolo XVIII)

Apparenza e apparire sono due concetti molto vicini ma diametralmente opposti. Ciò che appare è un oggetto, o una persona, che si mostra ai nostri occhi e si lascia giudicare. Sta a noi decidere se farlo rientrare in un contesto positivo o negativo. Il bene, troppo spesso, si mischia al male e il male, più di rado, ha delle connivenze con il bene. Scindere giusto e sbagliato, corretto e scorretto, è per i grandi saggi e quindi non rientra nelle nostre facoltà umane, pericolose per la loro frivola ingenuità ma anche per la loro schematica razionalità. Dobbiamo imparare ad osservare guardando il profondo di ciò che ci circonda. Dobbiamo entrare nel contesto e sviscerarne i dettagli fino ad averne assimilato l’antropologia, eclettica o scarna, riducendo i singoli frammenti in risposte utili a condire un resoconto preciso di quello che dobbiamo, dovremmo, potremmo affrontare oppure eliminare di sana pianta senza addentrarsi e correre rischi inutili. L’apparenza, invece, è un nostro stato mentale, fisico e culturale. Siamo noi a volerci mostrare, e apparire, per qualcosa che rappresenti la nostra essenza o quella prevista dagli astanti. Il vestito non fa il monaco, ma lo fa eccome, un parziale divertimento, festaiolo, potrebbe essere solo la nostra migliore recita. Anche in questo caso dovremmo guardarci bene attorno per comprendere se, e quanto, sia davvero necessario fare di tutto per impressionare il pubblico, rendendoci ben visibili e ben inseriti, oppure agghindarci nelle nostre consuete eleganti vesti discrete e starcene in un angolo, osservare il movimento di quello strano apparire nell’apparenza dei vari personaggi, reali o meno. L’osservazione rende l’apprendimento più immediato e concede la possibilità di darsi delle risposte tanto edotte quanto concrete; ci regala delle opinioni. A vivere si impara solo vivendo ma per vivere bene sarebbe un bene vivere la propria esistenza evitando di scimmiottare quella degli altri. Una base su cui costruire il proprio io lontano da quel “Il fu Mattia Pascal”, Luigi Pirandello, 1904: “C’è chi comprende e chi non comprende, caro signore. Sta molto peggio chi comprende, perché alla fine si ritrova senza energia e senza volontà. Chi comprende, infatti, dice: “Io non devo far questo, non devo far quest’altro, per non commettere questa o quella bestialità». Benissimo! Ma a un certo punto s’accorge che la vita è tutta una bestialità, e allora dica un po’ lei che cosa significa il non averne commessa nessuna: significa per lo meno non aver vissuto, caro signore.” – Incipit: “Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de’ miei amici o conoscenti dimostrava d’aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo:
– Io mi chiamo Mattia Pascal.
– Grazie, caro. Questo lo so.
– E ti par poco?
Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all’occorrenza:
– Io mi chiamo Mattia Pascal.” 

Ecco questo è un punto di partenza immediato per comprendere l’apparenza di qualcuno che vuole essere ciò che non sarà mai, qualcuno che deve essere, per forza, qualcosa che non vorrebbe essere ma è la sola strada per sopravvivere e andare avanti. Alienazione di sé stessi per la consuetudine di una vita ai margini. Chi ha l’ambiguità di rendersi tanto attore da vivere come se fosse qualcun altro deve sapersi prendere tutte le responsabilità, quelle belle e quelle brutte, soprattutto. Deve anche sapere che l’io “non io”, che si sta interpretando, potrebbe non avere la nostra stessa attenzione, quella finestra aperta sul mare, “Rooms by the Sea”, 1951 di Edward Hopper, starebbe per trasformarsi nella nostra fine o in un nuovo inizio. Dipende: sappiamo nuotare? Sappiamo difenderci da un ambiente conosciuto solo parzialmente? Sappiamo dove siamo diretti e perché? Hopper ha reso un’idea immancabile di pericolo e voglia di saltare, un po’ come le vertigini di Jovanotti: “La vertigine non è – Paura di cadere – Ma voglia di volare” (Jovanotti “Mi fido di te” 2005). L’apparenza inganna, a volte no, è talmente evidente da lasciarci senza fiato, decisi a lanciarci nel vuoto per scoprire cosa si prova a precipitare ma si ha talmente tanta paura di morire da aggrapparsi a qualsiasi appiglio, anche laddove non abbiamo più né il piacere né l’interesse di continuare a recitare. Fare come Mattia Pascal, però, non è una grande soluzione.

Forse è meglio interpretare quel personaggio volubile, la starletta di periferia, sicura di sé e mangiatrice di uomini come quella di Reginald Marsh “Ten Cents a Dance”, 1933.

Reginald Marsh - Ten Cents a Dance, 1933
Reginald Marsh – Ten Cents a Dance, 1933

 

Sguardo ottenebrato dai fumi dell’alchool, inebriata da una serata danzante in compagnia di parecchia gente, e chissà che gente? Possiamo immaginarlo, anzi, Marsh, lascia ben poco all’immaginazione e ci mostra la recita di qualcosa che appare divertente anche per chi, sicuramente, sta provando qualsiasi sentimento tranne la gioia. Si tratta delle prime feste dei ricchi americani degli anni ’30, quando il pudore lasciava lo spazio all’erotismo ma solo in alcune sporadiche occasioni in cui tutto era concesso. Qualcuno, probabilmente, si stava divertendo, qualcuno aveva pagato per divertirsi, mentre qualcun altro aveva la costrizione speculativa di immedesimarsi nel personaggio richiesto. Questa balconata è una rappresentazione minuziosa di uno di quei dettagli da osservare, dettagliatamente, per comprendere la trepidante condizione di instabilità emotiva e personale di alcuni “invitati-lavoranti”. Realismo, nudo e crudo realismo di un Paese in crescita economica e retrocessione mentale dovuta alla voglia di sperpero nella pomposità della propria apparenza sociale.

Proprio come i grandi teatri Newyorkesi, “Twenty Cent Movie”, sempre di Reginald Marsh 1936, è proprio da lì che sono nate le situazioni aberranti di divertimento forzato e di costrizione attoriale, per sembrare sempre ricchi, belli, orgogliosi e influenti.

Twenty Cent Movie Reginald Marsh 1936
Twenty Cent Movie Reginald Marsh 1936

Bello, affascinante, attira come una calamita ma respinge come una tarantola. Si ricerca libertà, cosa possibile se si pensa alla possibilità di spendere il proprio denaro accumulato con fatica, e ci si costringe a fingere in quel gioco di relazioni mai sincere e intellettualmente povere di spirito e di contenuti. L’America inizia ad aprirsi all’immigrazione e la multietnia è ben visibile in tutti i quadri di Marsh, si percepisce, però, una certa divisione di ruoli e di importanza tra i generi; forse non dovrebbe esserci ma c’è. Si tratta di un dato di fatto? Forse. Sorgono spontanee delle domande a cui non voglio dare delle risposte.

Da qui abbiamo compreso come l’apparenza, spesso, voglia ingannare, lo fa per un vizio di forma e non per necessità. Si tratta solo di un modo di dire con qualche insito fondamento. Ora vi mostro una foto che ribalterà il vostro significato di apparenza e di apparire:

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Kevin Richardson and Lions. (Photo Credit: courtesy of Renegade)

La differenza non va nemmeno spiegata. Si chiama relazione e non si sa né perché né come possa esistere; quindi non sempre l’apparenza che inganna vuole essere negativa; quindi, a volte, è possibile incontrare un’apparenza che appare concreta pur nella sua strana normalità. La psicologia ci verrebbe in aiuto ma la complessità dell’argomento merita un altro approfondimento.

Possiamo solo fare una constatazione: essere sé stessi, sapersi rendere apparenti nell’apparenza di ciò che dobbiamo o vogliamo mostrare, è nella natura umana. A volte è necessario staccare da tutto e da tutti, rigenerare la propria anima e riprendere le forze. Siamo uomini non animali, siamo intelligenti dobbiamo solo imparare a plasmare l’intelligenza avvolgendola alla realtà attorno a noi. Dimentichiamo i libri e viviamo davvero secondo i nostri valori familiari e primordiali. Avremo un’esistenza dall’apparenza invidiabile.

Arianna Forni

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