“May you grow up to be righteous,
May you grow up to be true,
May you always know the truth
And see the lights surrounding you.
May you always be courageous,
Stand upright and be strong,
May you stay forever young,
Forever young, forever young,
May you stay forever young.”

(Bod Dylan “Forever Young”, 1974)

Crescere nella giustizia, crescere nella verità e nella correttezza, crescere con la luce negli occhi e il coraggio nel cuore, rimanere sempre forti e saldi, avere dei valori imprescindibili e andare avanti, migliorarsi. Crescere è una condizione di vita regolare e regolamentata da alcuni passaggi fondamentali. Crescendo si commettono tanti errori, bisogna prenderne coscienza e proseguire. Crescendo si potrà inciampare, anche cadere, farsi male, rialzarsi sarà solo l’inizio di un nuovo percorso in cui, forse, si avrà la fortuna di essere un po’ più saggi. Crescere ci porta ad avere dei ricordi, dei rimpianti, della malinconia. Crescere restando sempre giovani è l’unica nostra vera salvezza. Crescere giocando con la vita, giocando con le difficoltà, affrontando i problemi con l’entusiasmo di chi sa di potercela fare anche nella situazione peggiore. Non parlo di anziani Peter Pan, parlo di interiorità sveglia e dinamica, di una mentalità plastica e plasmabile, parlo di adattabilità ai cambiamenti. Ecco, questo è restare “forever young”.

Non bisogna commettere un errore che ci spiegano bene i Simple Plan, nel 2002, in “Grow up”:

Yeah I don’t want to B told to grow up
And I don’t want to change
I just want to have fun
Yeah I don’t want to B told to grow up
And I don’t want to change
So you better give up
‘cause I’m not gonna change
I don’t want to grow up
Questo, purtroppo, mi ricorda tanto l’eterno ragazzaccio di periferia, il bulletto che ha preso la vita con troppa leggerezza ed è rimasto, da adulto, con un pugno di sabbia tra le dita. Da adolescente, era il fenomeno della compagnia, aveva tutte le donne ai suoi piedi e gli altri ragazzini lo invidiavano a morte. Il tempo è beffardo, si è preso gioco di lui; lo  ha lasciato, solo, fermo a un palo a piangere sulla sua spavalderia, mentre gli altri hanno chinato la testa rimboccandosi le maniche per costruirsi la propria strada una colata di cemento dopo l’altra.

Alcuni artisti contemporanei hanno voluto spiegarlo attraverso le loro opere: parlo di Jeff Koons, Keith Haring, Roy Lichtenstein. Con la loro arte mostrano la gioventù degli adulti moderni, mostrano il bambino grande che vive in noi e ci aiutano a tornare indietro nel tempo, a guardare il mondo che ci circonda con occhi differenti ma consapevoli. Non è facile e non è nemmeno sempre visto in maniera positiva. La razionalità fa da padrona. La schematizzazione della nostra vita contemporanea ci ha condotti verso un continuo inaridire di sentimenti e di relazioni. Noi; gli occidentali tecnologicamente avanzati, ossessionati dall’apparenza, condizionati da noi stessi e da qualsiasi cosa incappi nel nostro microcosmo. Non siamo pronti ad accettare di essere ancora giovani dentro. Bisogna essere saggi e mostrarsi saggi. Lo diciamo spesso, ci prendiamo in giro dicendo che “ci sentiamo ancora adolescenti” oppure che “siamo troppo vecchi per avere altre chance”. Sospirando, però, ci diamo un tono, quello dell’uomo vissuto e consapevole dei problemi, di quei pochi e fugaci attimi di piacere della vita stessa. Si scherza mestamente. Entrambe le affermazioni potrebbero, anzi hanno, un fondo di verità. Non si è mai nel posto giusto al momento giusto, a meno che, la nostra giovane forza interiore, non ci aiuti a scalare quella montagna. Che fatica. Mi capita di chiedermi quante persone, veramente, felici abitino il nostro Pianeta. Mi capita di chiedermi che vita facciano queste persone, veramente, felici. Non siamo capaci di guardare solo al nostro, dobbiamo sempre cacciare il naso negli affari degli altri; dobbiamo costruirci delle storie assurde in cui tutti quelli che ci circondano siano circondati da felicità e abbiano tutto, mentre noi siamo dei poveri derelitti senza una soluzione a portata di mano, tristi e infelici, a piangerci addosso lacrime tremendamente amare. Tutte scuse. A questo mondo siamo tutti uguali, tutti con gli stessi problemi, sebbene di foggia differente, tutti con mille preoccupazioni, tutti consapevoli e altrettanto inconsapevoli di essere al mondo con uno scopo. Quale? Mah. Forse solo vivere. Fosse poco.

Da questo meccanismo infernale nascono le opere di grandi artisti contemporanei.

Jeff Koons “Balloon Dog” (Magenta), 1994 – 2000, ad esempio. Koons è considerato l’artista più ricco del mondo, appartiene allo stile PopArt di Andy Warhol ma ho un non so che di ironico e sarcastico in tutte le sue opere. Nel corso della sua strabiliante carriera sposa la pornodiva Ilona Staller, il che contribuisce, non poco, ad aumentare l’interesse verso questo eccentrico personaggio e verso le sue opere. Cosa potrebbe esserci di più fanciullesco di un enorme palloncino a forma di cagnolino come quello che i clown, al circo, regalano ai bambini? Nulla; forse sono un enorme cagnolino rosa shocking:

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Jeff Koons “Balloon Dog” (Magenta), 1994 – 2000

“Oh, Jeff…I love you, too…but…”, 1964, Roy Lichtenstein, è una delle sue opere più note. Nasce, anche lui, sotto il segno della PopArt, calcando terreni visti e rivisti , finchè non riesce a spostare il suo interesse verso l’immagine dei fumetti. Iniziano a comparire, nelle sue opere, Topolino, Paperino e Bugs Bunny, per poi lasciare spazio a quei fumetti dalla connotazione più adulta. Disegnati imitando, vagamente, la tecnica del pointillisme ma non per la costruzione dell’immagine, che ha un contorno ben definito, per dimostrare quanto la vista possa sgranare la realtà rendendola, essa stessa, effimera:

Infine abbiamo Keith Haring con le sue immagini dalla semplicità infinita e dalla freddezza senza limiti. Non c’è coinvolgimento apparente né emozione. C’è molto di più, basta fermarsi e osservare da vicino. Quelle scimmie sull’albero siamo proprio noi, pronti a disarcionare il vicino pur di accaparrarci la nostra banana. Haring parla della società moderna e della sua evoluzione mettendo l’accento sul potere che tutto governa e sul popolo che tutto sopporta. Si percepisce fatica, tristezza e frustrazione ma anche scherzo e parziale divertimento; non è necessario appesantire l’atmosfera, anzi, bisogna alleggerirla. Haring ha saputo fare una carriera del tutto lampo; si è affermato immediatamente per le sue doti e la sua spiccata capacità espressiva e il suo innato coinvolgimento verso il pubblico, tanto da rendergli facile la partecipazione alle mostre più importanti del mondo intero, compresa la Biennale di Venezia del 1984. La triste contraddizione sta nel fatto che, Haring, morì a soli 31 anni, colpito dal virus dell’AIDS, in quegli anni stava facendo strage di gioventù e lui stesso ne è rimasto coinvolto. Lo spezzarsi della sua giovinezza si vede perfettamente in quest’opera, del 1985, morì appena 5 anni dopo.

Keith-Haring_Untitled_1985-©-Keith-Haring-Foundation
Keith-Haring_Untitled_1985-©-Keith-Haring-Foundation

Non importa quale sia il vostro lavoro, se ne abbiate uno o quale sia il vostro stile di vita e la vostra appartenenza sociale. La vita è uguale per tutti e per tutti riserva momenti di felicità e momenti di angoscia. Sarebbe bello avere la capacità di bilanciare il bene con il male e la gioia con il dolore ma non è sempre possibile. In questo senso sarebbe importante avere, nel cuore, un angolino “Forever Young” che possa bussare dall’interno del nostro petto lanciandoci qualche aeroplanino di carta multicolore ricco di speranza e voglia di fare. Putroppo sono in pochi ad ottenere ciò che vogliono, quando vogliono e come vogliono; sono pochi perché non c’è spazio per tutti. Il nostro grande bambino interiore deve saperci governare scatenando entusiasmo proprio quando, di fronte a noi, vediamo quella strada, lastricata di cemento, creparsi inesorabilmente. Tutti questi artisti un po’ ce lo insegnano. Prima di cadere nel burrone ricordiamoci che, da ragazzini, quel fosso, l’avremmo saltato a piedi pari.

Arianna Forni

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