“Mi feci tante domande che andai a vivere sulla riva del mare e gettai in acqua le risposte per non litigare con nessuno.”

(Pablo Neruda)

Quante sono le domande che abbiamo nella testa, di cui stentiamo a darci una risposta logica? Non osiamo nemmeno chiedere ad altri un parere. Abbiamo paura. Le teniamo per noi, non vogliamo discussioni, non vogliamo rischiare di scontrarci con una risposta inadatta alle nostre aspettative, troppo forte da essere sopportata o troppo diretta da farci vacillare. Le domande sono fatte per complicarci l’esistenza oppure per risolvere dei rebus ingegnosi a cui non abbiamo mai dato troppo peso. Le domande. Sì, quali esattamente? Non stiamo certo addentrandoci nell’immensità cosmica delle domande esistenziali, sul perché siamo qui, da dove veniamo, dove andremo e chi abbia avuto la brillante idea di metterci proprio su questa Terra, proprio adesso, governati da un governo ingovernabile privo di credibilità e, in sostanza, buffo. Già. Anche su questo vi sarebbero alcune domande a cui rispondere ma noi non vogliamo fare polemica; vero? Anzi, vorremmo farla ma ci limitiamo a lanciare per aria dei pezzi di un puzzle mai finito sperando che qualcuno li raccolga per disporli nella giusta posizione. Non che ci sia da aspettarselo, viste le menti eccelse pronte a reggere, indisturbate, il peso delle nostre domande, a cui non hanno intenzione di rispondere. Oppressi, loro stessi, dalle loro stesse domande. Non sapranno rispondere e all’incessante richiesta lanceranno la biglia nel vuoto cosmico dell’ignoranza più POP che, conseguentemente, morirà sul nascere. Da qui va formandosi il substrato del parlare domandando. Parlare significa emettere dei suoni di senso compiuto, che possano essere scanditi nel tempo attraverso un ritmo dettato dalla cadenza e controllato dall’udito. Nessuno ci impone di esprime un concetto. Una domanda verbale è un modo, come un altro, di parlare. Ho imparato quanto sia importante saper porre le domande giuste piuttosto di dare delle risposte inadeguate. La risposta potrebbe dar vita ad un dibattito, di genere, di stile e di pensiero mentre la domanda è, e resta, solo una domanda. Nessuno potrebbe mai chiederti perché ti stai arrovellando proprio attorno a quell’argomento. La domanda è sempre lecita e la risposta è cortesia. Niente e nessuno ci impone di essere cortesi, se non la buona educazione e la situazione sociale in cui ci si trova. La risposta evasiva potrebbe essere il giusto modo per sfuggire alla calca di inconsapevoli, inetti, ignoranti che, pur di dimostrare di saperne di più, sono disposti a controbattere con qualsiasi quisquilia insignificante colorita da grandi paroloni altisonanti e costruzioni arcaiche di frasi, per lo più, elementari. “Come potremmo risolvere la crisi che attanaglia il nostro Paese?”, una risposta evasiva potrebbe essere: “Non essendo un economista fatico a trovare una soluzione logica che possa rispondere alla tua domanda in maniera soddisfacente”, un colto meritocratico ma, sostanzialmente, sobrio di linguaggio direbbe: “Avremmo bisogno di ripartire dalle basi, seguendo una strada univoca che possa condurre tutti gli imprenditori verso la soluzione degli ingenti problemi di tassazione, legati, inoltre, all’esubero di dipendenti e all’imposizione sindacale di non licenziare. Per rispondere adeguatamente bisognerebbe rivolgersi ad un economista”, poi c’è il tuttologo indisponente: “Basterebbe radere tutto al suolo e ricostruire, da capo a piedi il Paese, depennare la delinquenza e abbassare le tasse. Ecco così avremmo risolto tutti i nostri problemi; trasferiamoci all’estero”. Una domanda, tre risposte differenti connotate da atteggiamenti altrettando diversi. Scostanti. Tutto questo parte dal substrato che ha generato una richiesta a cui nessuno dei tre astanti avrebbe mai potuto rispondere in maniera circostanziata. Saper chiedere significa scegliere il giusto interlocutore in modo da ricevere una risposta adeguata, che serva ad aprirci la mente e ad insegnarci qualcosa. Da una risposta bisogna iniziare un ragionamento, non è detto che ci conduca alla medesima constatazione ma, quanto meno, ci mette nella condizione di ragionare. Fare delle domande adeguate è il primo modo per imparare a stare al mondo. Tra l’altro, con una domanda giusta si potrebbe saper trovare anche la risposta giusta; farci fare una bella figura di fronte a qualcuno che, conoscendo la risposta, si senta lusingato nel ricevere, proprio da te, quella domanda. Un trionfo di stile. Classe. Chi sa le risposte si gonfia nell’orgoglio quando può sfoggiare la sua infinita conoscenza in materia e, se si trattasse di un ambito lavorativo, anche noi otterremmo qualche punticino in più solo per esserci interessati ad un argomento importante – che ne so – per il nostro capo o per un collega di grado superiore. Imparare a fare le domande giuste significa, soprattutto, iniziare a comprendere il meccanismo che, un giorno, ci permetterà di dare le risposte giuste. Si tratta principalmente del motivo per cui i giovani appaiono arroganti di fronte a chi ha molta più esperienza di loro; è così detestabile avere di fronte un ragazzino privo di domande, appunto, ma colmo di risposte inequivocabili. Da far rabbrividire. Fate conto che, costui, avrà le gambe già tagliate prima ancora di mettere piede ad un colloquio. Tutti i giovani sono così ma c’è qualcuno che dopo aver picchiato il muso una o due volte impara, abbassa le ali, china la testa e ricomincia ad alzare la manina anche per chiedere. Esistono delle piramidi sociali nell’ambito del lavoro, vanno rispettate. Si parte chiedendo e si finisce rispondendo. Il contrario non è possibile, nemmeno se siete convinti di essere i futuri padroni dell’universo.

Guardate l’occhio di Magritte, “The False Mirror”, 1928. Quello specchio, non specchio, in cui si riflettono delle nuvole. Un’iride nera in mezzo che copre la visuale ad altro, qualsiasi altra cosa che, noi spettatori, non possiamo vedere. Le domande nascono spontanee ma nessuno, e sottolineo, nessuno dovrebbe avere l’ardire di dare delle risposte perché non ce ne sono. Se qualcuno crede ancora nelle sedute spiritiche provi ad interpellare Magritte. Altrimenti: silenzio e ammirazione.

Lo stesso vale per “The Lovers II”, 1928, Rene Magritte:

The Lovers II, 1928, Rene Magritte
The Lovers II, 1928, Rene Magritte (da renemagritte.org)

Anche in questo caso la domanda nasce spontanea: “Perchè hanno la testa coperta da un telo?”, possiamo dare milioni di risposte più o meno critiche e più o meno credibili; possiamo associare il titolo dell’opera all’amore surreale tra due persone che non si conoscono ma provano piacere nell’avere un contatto fisico, intimo e personale; possiamo dire che siano due amanti, si stanno nascondendo al mondo per non essere scoperti; possiamo dire che siano sposati, ormai, da anni e il bacio sia diventato un gesto talmente familiare da estraniare l’essere dal gesto stesso; o forse, ancora, sono due sconosciuti, incontrati per strada, in un giorno di sole e, senza un motivo apparentemente logico, si siano uniti in un bacio passionale che trasmettesse partecipazione alle stesse sofferenze di una vita che li accomuna. Nessuna di queste risposte, sebbene siano tutte legittime, possiede una certezza fondata sul resoconto dell’artista e quindi sono tutte parole inutili, belle, magari, ma inutili.

Le domande sono davvero il substrato del parlare, sono il modo di interloquire senza esporsi, senza fare la figura del tuttologo del niente o del professorino indisponente. Sono l’emblema della ricerca di sé e della propria presenza inadeguata nelle circostanze più svariate. Le domande sono anche un modo per apprendere ma, che dir si voglia, non basta porre il quesito lanciandolo nell’etere, bisogna saper scegliere l’interlocutore giusto, colui che, solo, conosce, per certo, la risposta che desideriamo sentire.

Arianna Forni

 

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