“Si comincia con uno spazio bianco. Non dev’essere necessariamente carta o tela, ma secondo me dev’essere bianco. Noi diciamo bianco perché abbiamo bisogno di una parola, ma la definizone giusta è «niente». Il nero è l’assenza della luce, ma il bianco è l’assenza della memoria, il colore del non ricordo.”

(Stephen King, da “Duma Key”, romanzo del 2008, vincitore del Premio Bram Stoker)

Il nero come assenza di luce, assenza di colore, inesauribile inesistenza dell’essere stesso. Il nero non è. Il bianco come presenza di tutto l’arcobaleno, un condensato di colore, di luce vera, radiosa, raggiante, penetrante ma ben più inquietante di quel nero assente-presente costante, nella vita viva e attiva nata nel bianco lucente, opprimente, fastidioso. Il bianco è. Il bianco ti ottenebra il cervello, di distrugge i ricordi, annebbia la tua memoria, ti rende inutile. Non sei niente di fronte a quel bianco che, al contrario, è il tutto. L’insieme di ogni luce colorata, l’insieme del tutto terreno, nel richiamo, inscindibile, al candore della Luna, allo spazio, all’irraggiungibile potenza di ciò che ci sovrasta con prepotenza. Noi siamo troppo piccoli per poterlo dominare. Siamo troppo fragili, troppo timidi e incapaci. Siamo uomini con le nostre affascinanti debolezze. Il blocco dello scrittore, la crisi del pittore, l’ansia del disegnatore, tutte emozioni tipiche di chi è costretto, in modo inesorabile, immancabile e ripetitivo, a trovarsi di fronte ad un foglio. Un foglio bianco. E adesso? Bisogna scrivere qualcosa, una cosa qualsiasiasi. Bisogna fare uno schizzo, una bozza, una linea che interrompa l’accecante bianco di quella pagina, di quella tela. Il bianco atterrisce. Fa paura perché non si riesce a controllare; cosa direbbero di noi se mostrassimo un foglio bianco, solo ed esclusivamente bianco. Nitido, lucende, splendente ma bianco, diamine, bianco e basta. Direbbero che non abbiamo idee, siamo privi di inventiva, privi di memoria, privi di ingegno, privi di iniziativa e di obiettivi, privi di tutto e fatti di niente. Non è vero. Mesti artisti disperati. Non è vero. Tristi scrittori atterriti e stanchi. Non è vero; è il bianco a rendervi così. Il bianco assimilia, il bianco prosciuga qualsiasi cosa gli si avvicini per depauperare il suo immenso potere spazio temporale. La teoria delle stringhe è ancora in fase di sviluppo ma ci si sta avvicinando verso quella che dovrebbe essere, finalmente una teoria del tutto, in grado di dare una descrizione accurata a tutte le forze fondamentali in gioco nel nostro universo. A noi la fisica quantistica non interessa, ci interessa l’arte, ci interessa il bianco che, in arte appunto, assomma quella teoria del tutto, utile a descrivere e commentare tutte le forze, fisiche e mentali, in gioco nella formazione di una determinata opera, sia essa figurativa, letteraria, musicale. “Nel mezzo del cammin di nostra vita..”, Dante Alighieri; “Quel ramo del lago di Como..”, Alessandro Manzoni; “Le donne, i cavallier: l’arme, gli amori..”, Ludovico Ariosto; “Silvia, rimembri ancora..”, Giacomo Leopardi. “When I find myself in times of trouble..”, Lennon / McCartney; “Seguir con gli occhi un airone sopra il fiume..”, Mogol; “Now I’ve heard there was a secret chord..”, Leonard Cohen; “Pieni gli Alberghi a Tunisi – per le vacanze estive..”, Franco Battiato. Potremmo andare avanti ore ripercorrendo tutti gli incipit più o meno celebri della storia mondiale. Incipit che hanno saputo trasformare un terrificante foglio bianco in una pagina da riempire con i propri sogni, i propri desideri e tutti quei pensieri che ci affollano la mente. Scrivi una parola e le altre seguiranno come l’incedere costante di una carovana.

L’arte figurativa non è da meno. Prendiamo da esempio tre opere apparentemente spiazzanti nel loro unico e univoco candore:

“White Paintings” dell’americano Robert Rauschenberg, del 1951

White Paintings dell_americano Robert Rauschenberg, del 1951 - da SFMoMA.com
White Paintings dell_americano Robert Rauschenberg, del 1951 – da SFMoMA.com

Tre pannelli affiancati l’uno all’altro; bianchi come è bianco il muro su cui sono addossati, bianco come il nulla e il tutto racchiuso nel nulla cosmico di un bosone di Higgs e l’antimateria. Nitido, spiazzante e sprezzante nei confronti di tutti quegli artisti che si sono fusi il cervello e distrutti le mani a furia di concentrarsi e cambiare pennelli per creare l’opera perfetta, con il disegno perfetto, i colori perfetti, tutto perfetto e poi? Poi arriva Raushenberg e il bianco diventa arte. Sembra l’armadio di camera mia. Potrei esporlo e venderlo per qualche milione di dollari.

Non è finita qui: “Bridge”, 1980 di Robert Ridman (Christie’s):

Bridge (1980) di Robert Ridman
Bridge (1980) di Robert Ridman (Christie’s) – da il Post

Un Bianco meno bianco ma pur sempre bianco; è una triste realtà, andrebbe benissimo come tagliere per i formaggi o vassoio da esterno un accessorio modesto al solo costo di, sentitemi bene, anzi benissimo, 20,6 milioni di dollari. Qualcuno di voi ha presente quanti siano quasi 21 milioni di dollari? Personalmente faccio una gran fatica a visualizzarli e, sempre personalmente, non credo li avrei spesi per un elegantissimo centrotavola in pura tela da pittura. Potrei fare il battitore d’asta.

Ma ancora, signori non abbiamo finito. Eccovi presentata la ben più complessa opera di  Kazimir Malevich, “White on White”, 1918:

White on White, Kazimir Malevich (1918) - MoMA - da ilpost.it
White on White, Kazimir Malevich (1918) – MoMA – da ilpost.it

Perché, amici e amiche, i bianchi non sono certo tutti uguali, abbiamo il rosato tendente al beige e il verdognolo tendente al grigio che avvicinati, l’uno all’altro, costruiscono un’opera del tutto irripetibile e inimmaginabile. D’altra parte, Malevich, faceva parte di un movimento Russo chiamato Suprematismo in cui la sola cosa importante era centrare perfettamente delle linee geometriche all’interno di una tela, qualsiasi essa fosse. In questo senso, risparmiando sull’ingnegno, sul colore, sullo sforzo nella ricerca di qualsiasi altra forma più complessa di un quadrato, ha portato a casa il risultato con il minimo sforzo. Un quadrato grande di un bianco panna e, al suo interno, non perfettamente allineato, un quadrato più piccolo di un bianco sporco. Mi immagino il tripudio, gli applausi e i complimenti ricevuti, sì, per il coraggio di chiamare arte un quadrato bianco sopra un altro quadrato bianco. La meraviglia dell’intelletto umano non smetterà mai di colpirmi.

Il Bianco è il colore della purezza, della sposa all’altare che aspetta l’uomo della sua vita. Il Bianco è il colore del cavallo del Principe Azzurro – il contrasto è, probabilmente, dettato da un accostamento fashion ben riuscito. Il Bianco è il colore delle colombe, dei cigni, della tigre albina, degli orsi polari. Il Bianco è anche il colore della maggioranza delle pareti delle case di tutto il mondo. Il Bianco è, in maniera imprescindibile, una base su cui costruire. Dal Bianco si possono aprire mondi colorati, tetri, allegri, oscuri, tutto può nascere o morire nel Bianco ma, per favore, il Bianco fine a sé stesso, nonostante la personificazione Bianco ne faccia un individuo e non solo un agglomerato di colori, non può essere arte. Non può essere venduto a quasi 21 milioni di dollari. No. Altrimenti prendo il ripiano della libreria che ho in ufficio e mi presento da Christie’s dicendo che ho il diritto di ricevere una degna quotazione. Dai.

Ma ci pensate al CERN, che il 12 Luglio 2012 ha festeggiato la scoperta del Bosone di Higgs, ne sta ancora studiando il concetto di materia e antimateria, ci ha lavorato dal 1964, solo dopo 48 anni l’ha visto con i propri occhi e cosa scopre? Che Ridman prende una tela bianca, la colora di bianco e guadagna 21 milioni di dollari mentre loro sono una cerchia di intellettuali plurilaureati, ricercatori, professori universitari, geniali in tutto e forse, e ripeto forse, hanno uno stipendio per vivere. Are you seriously?

Bosone di Higgs - scoperto il 12 luglio 2012 ma teorizzato nel 1964 - da focus.it
Bosone di Higgs – scoperto il 12 luglio 2012 ma teorizzato nel 1964 – da focus.it

L’arte è arte, per l’amor di Dio, nessuno me voglia, ma sto riflettendo sulla soddisfazione personale che si possa trarre dall’aver generato un’opera bianca, proprio bianca, ma bianca bianca. Mi do una risposta: la soddisfazione è la vendita, non la creazione.

In definitiva credo che non ci sia niente di più soddisfacente dal convincere qualcuno della propria unicità, a dispetto del concetto stesso e del risultato. Chi paga 20,6 milioni di dollari non pensa di averlo fatto per un bianchissimo “niente”, ha saputo dargli un valore, anzi, il battitore di Christie’s è stato un genio più di Ridman stesso e spero, per lui, che sia riuscito a prendere un’adeguata commissione. “Tutto il resto è noia”, come avrebbe detto Franco Califano, nel 1976.

Arianna Forni

 

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