“È sempre meglio che chi ci incute paura abbia più paura di noi.”

(Umberto Eco, “Il nome della rosa”, 1980)

La vita ci mette di fronte a delle sfide, tante, ripetitive e sempre più complesse. La vita non è quella passeggiata sul lungomare che tutti ambiremmo percorrere. La vita è difficile tanto quanto risulta difficile saper vivere. Ognuno di noi ha delle paure. Si comincia da bambini con la paura del buio, dei mostri sotto il letto, dell’altezza, degli insetti. Paure irrazionali che condizionano le nostre giornate e il nostro modo di interagire con il mondo e con chi lo abita. Si cresce e, con noi, crescono anche le nostre paure, trasformandosi in vere e proprie manipolazioni psicologiche a cui ci sottoponiamo, quotidianamente, da soli. Nessuno ci obbliga a seguire degli schemi, ad avere delle superstizioni e ad avere paura: siamo così e basta. Non possiamo avere un controllo sul nostro domani, possiamo solo aspettare. Non ci sono limiti e non ci sono, di conseguenza, spiegazioni razionali al nostro atteggiamento. Esiste una patina sottile che ci avvolge e ci protegge, sono le paure stesse a costruirla. Chi sarà più attento e coscienzioso avrà una patina più spessa; chi sarà più irrazionale, sprezzante del pericolo stesso, avrà una patina talmente sottile da rompersi con un alito di vento o grazie ad un “Boo” onomatopeico con la classica risposta “Rattle Rattle”:

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Paperino e Paperoga – “Rattle Rattle” onomatopea per esprimere paura

Esistono le paure inconsce ed esistono le paure causate dai traumi, da stress post-traumatici potenti e prepotenti che alimentano la bestia capace di sbranarci dall’interno, dilaniarci l’anima e le viscere fino allo schiudersi di un resoconto che riesca a rendere quel terrore non più cieco ma comprensibile attraverso una, altrettanto profonda, analisi dei fatti. La paura, in ogni caso è paura, è bloccante come la scossa di un taser. Non esiste raziocinio in grado di tenerla a bada, non servono parole di conforto, non serve nemmeno studiare i meccanismi mentali attraverso i quali nascono certi squilibri. Ci si serra, da soli, dentro una propria barricata invalicabile. Questa è la base, seppur razionalmente illogica, attraverso la quale nascono i grandi artisti, i grandi poeti, i grandi comunicatori, i grandi scrittori; le grandi menti moderne hanno un milione di paure, razionali o irrazionali, connotate da un passato scioccante, da un’infanzia difficile o da qualsiasi condizionamento creato o non creato da situazioni contingenti la propria strada. L’emozione trasmessa da un’opera è il risultato di un’anima complessa, che ruota, in maniera costante, attorno alle proprie, instancabili, paure. L’esternazione poetica di un’opera, visiva o letteraria, è la condizione di equilibrio dell’artista/autore. L’opera è il suo personale sfogo, gli permette di osservare dall’esterno il suo stesso tumulto interiore. In definitiva, l’esplicarsi di una produzione artistica di genere, è la capacità consapevole di un individuo particolare, intenzionato a liberarsi di qualcosa, mettendo sé stesso, prima del suo pubblico, nella condizione di osservare dall’esterno ciò che, fino a poco prima, conservava faticosamente dentro di sé. Nel training autogeno, nell’ipnosi retroattiva, si cerca di fare proprio questo: costringere un individuo spaventato a guardare le sue paure da fuori, come se fosse uno spettatore della sua stessa vita. L’artista non ha bisogno di questi escamotage perché, da solo, sa come rappresentare, visivamente, ciò che gli crea turbamento. L’amalgamarsi di anime emotivamente sensibili dà, inevitabilmente, vita a concatenazioni produttive dalla forza inenarrabile.

Giorgio de Chirico, nel 1917, dipinse le sue “Muse Inquietanti” creando un’atmosfera tetra, spaventosa, cieca, in quella cecità senza volto, suggerita, come già detto nell’articolo sul Mi Art 2018, dal fratello Savinio ma che, probabilmente, era riuscito a ripescare all’interno del suo proprio contesto mentale e psicologico, tanto da metterlo su tela. Immobili, le sue muse, statuarie, morfologicamente umane ma soprannaturali, in un supernatural monumentale e, per l’appunto, inquietante.

Torniamo un attimo indietro, al 1610:

Susanna_and_the_Elders_(1610),_Artemisia_Gentileschi - Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni (1610 circa)
Artemisia Gentileschi, “Susanna e i vecchioni” 1610 ca.

Una donna, Artemisia Gentileschi, pittrice, artista nel ‘600. Uno scandalo, un terribile affronto ad un mondo maschilista e maschile che non avrebbe mai lasciato spazio ad una donna nemmeno se, in modo eloquente, superiore nel tratto e nel contenuto. L’hanno massacrata, violentata, picchiata, schernita, beffata, ridicolizzata ma lei ha resistito perché aveva la sua arte a concederle lo sfogo principale, lo sfogo delle sue paure. I vecchioni, i guardoni, i luridi uomini di un tempo, per i quali la donna era un oggetto di scambio, ma cosa dico, il tempo non è cambiato, è ancora così ma all’epoca era ancora più pesante da sopportare, non esisteva una via di fuga, si poteva solo difendersi con quel poco che si possedeva: le mani. Quelle mani cercano di respingere le avances di quegli uomini sessualmente attratti, quelle mani provano a coprire la nudità, a difendere un pudore ormai perso. Artemisia ha sfogato le sue paure in questo quadro, come in tanti altri, ed è rimasta viva ancora oggi proprio per questa sua capacità di combattere il male, le sue paure, attraverso un’arte immortale.

Non è finita:

Caravaggio - Giuditta che taglia la testa a Oloferne (1598-1599)
Caravaggio, “Giuditta che taglia la testa a Oloferne” (1598-1599)

Un soggetto preso e ripreso centinaia di volte, da tutte le angolazioni possibili ma con lo stesso macabro risultato. Una testa mozzata, il sangue che schizza, quasi splatter, e un volto terrorizzato dalla consapevolezza di morire, morire per mano di una donna, implacabile, truce nella debolezza di quel sesso debole, stufo di essere perseguitato. La vittima che diventa carnefice, la debolezza che trova la forza, l’umanità sensibile che si smaterializza in disumana freddezza. La paura di morire? La paura di uccidere? Entrambe, sfogate e ripercorse pennellata dopo pennellata.

Ora, spostiamoci ancora avanti, al 1946:

Salvador Dalì, "La tentazione di sant'Antonio", 1946
Salvador Dalì, “La tentazione di sant’Antonio”, 1946

Salvador Dalì, un surrealista, non dovrebbe avere niente a che fare con la paura ma è un uomo anche lui; nonostante i suoi buffi baffi possedeva, certamente, numerosi turbamenti interiori che, in quest’opera, parzialmente religiosa, si sfogano attraverso un contesto alieno e persecutorio. Sant’Antonio tiene in mano un Crocefisso improvvisato con due pezzi di legno, tenuti assieme da una sottile cordicella; alza il braccio verso un cavallo bianco imbizzarrito e spaventato allo stesso tempo, dietro di lui cinque elefanti dalle lunghissime zampe sottili, un eufemismo di quanto la pesantezza, della vita stessa, debba reggersi su di una superficie troppo instabile per resistere, in eterno. Sant’Antonio cerca di scacciare quelle immagini, cerca di non vedere cosa trasportano gli elefanti, quei simboli di ricchezza, di lussuria, di potere corrotto contro un’anima pulita, limpida e Santa, come dimostra l’aureola appena accennata sul limitare della tela. Questo è il quadro simbolo del terrore moderno: non riuscire a tenere testa ai propri valori, condizionati, manipolati e condotti verso un più facile e ricco fatuo futuro. La paura che prende forma davanti ad un uomo super partes perché, egli stesso, governato da un cuore puro e quindi capace di restare fermo nell’essenza stessa del proprio immutabile io.

Poi ci sono le guerre, le guerre di genere, le guerre tra poveri, le guerre di potere, le guerre per la sopravvivenza, le guerre familiari, le guerre nate dall’onnipotenza di un uomo che, solo, vorrebbe imporre sé stesso senza dare importanza al male che genera e nutre attimo dopo attimo; e ancora le lotte di classe, le rivoluzioni, le guerre tra archi e cannoni, le guerre ingiuste, le guerre malvagie. La guerra è malavagia e ingiusta qualsiasi sia la ragione per cui abbia un inizio. La guerra porta morte, sofferenza e paura. Una paura che, per i sopravvissuti, continuerà in eterno senza tregua, senza sosta e ne determinerà il futuro costruito su schemi e meccanismi mentali spostati verso un grado di sopportazione differente rispetto a quello per cui, e con cui, siamo nati. Si tratta di una comprensione difficile che, però, Pablo Picasso ci spiega molto bene in “Guernica”, 1937:

Guernica, Picasso 1937
“Guernica”, Picasso 1937

Una cittadina rasa al suolo senza una reale motivazione. Distrutta tra la sofferenza e la struggente consapevolezza dei suoi abitanti. Il generale Franco diede ordine alle sue truppe aeree di compiere quell’abominio e così fecero. Un ordine è pur sempre un ordine, è il risultato a non aver ragione d’essere.

Pensiamo a noi, alla nostra società, alle nostre guerre, interne, estere; ai nostri problemi generazionali, alle corruzioni, al motivo per cui le donne non escono più di casa da sole, al motivo per cui abbiamo, tutti, un po’ paura. Forse non è la paura a salvarci dal male, non è la conservazione di sé a renderci immuni dal dolore, forse siamo solo vittime di un sistema che ha, deliberatamente, schierato le sue pedine in modo da vincere sempre la sua partita. Teniamoci le nostre paure ma andiamo là fuori a far vedere chi siamo veramente. Chissà, magari, tra noi, esiste qualcuno, come Sant’Antonio, in grado di scacciare il male riportando la pace, quella vera. Riportando a galla la luce, di una stella.

“Cosa ci fai in mezzo a tutta questa gente
Sei tu che vuoi
O in fin dei conti non ti frega niente
Tanti ti cercano
Spiazzati da una luce senza futuro
Altri si allungano
Vorrebbero tenerti nel loro buio
Ti brucerai
Piccola stella senza cielo”
(Ligabue, “Piccola Stella Senza Cielo”, 2003)

Arianna Forni

Che_cosa_significa_sognare_una_stella

 

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