“Y aunque la vida, tal vez
Nos haya llevado por distintos caminos
No somos súper humanos
Para controlar o cambiar el destino”
(Prince Royce, “Soy el mismo”, 2013)
Qualche volta capita che la vita ci accompagni verso cammini differenti, lungo una strada parallela ma lontana rispetto a quella degli altri abitanti del nostro tempo in, inesorabile, avanzamento. Pare ovvio dare sempre la colpa ad un destino beffardo e incontrollabile ma, ne sono certa, si possa sempre fare qualcosa, di più incisivo, per dare una svolta a qualsiasi beffarda situazione scatenata, negli angoli temporali più remoti, per svegliare una massa informe, denominata scompiglio, o rovinare situazioni apparentemente perfette. Siamo umani, non siamo intelligenze soprannaturali in grado di manipolare e controllare ciò che lo stesso destino ha già deciso per noi. Andiamo avanti troppo rapidamente per avere il tempo di metabolizzare i cambiamenti, le necessità di variazione, le novità, i nuovi incontri. Non siamo in grado di mantenere un equilibrio stabile. Siamo umani e, come tali, siamo pernemmente destabilizzati da qualcosa di superiore. Qualcosa che, davvero, può cambiare le nostri sorti. Non è detto che si parli, per forza, di negatività, esistono tante situazioni positive che conducono verso novità allettanti, comode, inaspettate e piacevoli. Purtroppo, sono più le volte in cui dobbiamo, scornarci, scontrarci con le difficoltà e l’incapacità di tenere testa ai nostri fantasmi. L’arte ne parla da sempre; l’arte racconta il cambiamento sotto una forma tangibile ed è proprio la sua concretezza a mostrarci quanto, tante volte, ci comportiamo in modo troppo riluttante, per paura o incospavolezza, rispetto alle nostre enormi potenzialità. L’uomo è un essere intelligente, chi più chi meno, come direbbe Vittorio Sgarbi esistono molte “Capre”, liberate e libere di esprimersi anche quando, il buon senso, direbbe di tacere. Non importa perché il destino gioca anche con loro, e anche con loro porrà i suoi dictat, immutabili e stabili, nello stesso andamento quotidiano. Capita di chiedersi quanto tempo trascorra prima di riuscire a capire, davvero, cosa significhi vivere. Probabilmente non si può quantificare, sicuramente sarebbe meglio non porsi, nemmeno, questa domanda. Lascia che le cose accadano “Como el rìo que fluye” (Paulo Coelho, 2006): “Un río nunca pasa dos veces por el mismo lugar”, dice un filósofo. “La vida es como un río,” dice otro filósofo, y llegamos a la conclusión de que esta es la metáfora más aproximada al sentido de la vida.
Questa è la definizione più appropriata per definire cosa sia, sotto ogni aspetto, la vita di ognuno di noi; è vero, “un fiume non passa mai due volte dallo stesso luogo” ed è una conseguenza che “la vita sia come un fiume” che scorre, aggiungo io, veloce o lento, a seconda delle pendenze che assume il terreno. La vita “fluye”, scorre, non possiamo far altro che lasciarci trasportare, portando con noi un remo solido che ci garantisca la possibilità di frenare per non correre troppo e accelerare per superare, con classe e dignità, ciò che meno si addice ai nostri propositi. Filosofia, pazienza, capacità di ottimizzare il proprio tempo, comprensione e attività propositive; tutto questo potrebbe essere l’unico modo per dare una connotazione stabile del nostro “rìo que fluye”, della nostra vita, metaforicamente, definita come un fiume che scorre. Questi aspetti reconditi, ma molto semplici, ci servono per spiegare quale sia la ragione per la quale due artisti, nati pressapoco, negli stessi anni, diano vita ad un’arte diamentralmente opposta.
Valerio Adami, nasce nel 1935 a Bologna; dopo aver studiato all’accademia di Brera, a Milano, durante gli anni ’50, inizia a spostarsi in giro per il mondo, da New York a Pargi, da Madrid a Buenos Aires, oltre a qualche inframmezzo italiano a Siena e a Ravenna. Si lascia ispirare molto dalla pop-art di Roy Lichtestein e dal concetto di astratto di Fracis Bacon; infine giungerà a quella che, in modo definitivo, sarà la sua visione dell’arte e della pittura. I suoi quadri si presentano, sempre, con grandi similitudini: un netto e sicuro tratto nero, nel contorno di un disegno riempito da una campitura di colore piatto, omogeneo e lucente. Attraverso questo stile, molto personale, riesce a trovare un equilibrio tra movimento e immobilismo tipico dei fumetti; risulta affascinante proprio per la diversità di genere rispetto ad altri suoi contemporanei. Osserviamo “Idee”, dipinto nel 2010:
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Valerio Adami, “Idee”, 2010 – dalla Grand Art 2017, Milano

Possiamo apprezzare l’idea di colore e di contorni con la quale ha dato vita alla sua, personale, arte, inoltre, pur essendo un quadro tardo, rispetto a produzioni precedenti, mantiene i dogmi con i quali ha avviato la sua carriera: modernità, spiccati riferimenti sessuali e sentimentali, pur restando vincolato dall’immobilismo dinamico delle sue figure, appiattite dalla campitura di colore. Lo stesso discorso, forse ancora più evidente, possiamo trovarlo in “Au Vestiaire”, 1998:

Valerio Adami - Au Vestiaire , 1998 , acrilico su tela , 198 x 147 cm - da Mazzoleni Art
Valerio Adami – Au Vestiaire , 1998 , acrilico su tela , 198 x 147 cm – da Mazzoleni Art

Innanzi tutto, è un dovere soffermarsi sui due nomi scritti, in modo molto chiaro, al centro dell’opera. Orfeo: colui che, nel mito dell’Orfismo, è in grado di percorrere una vita controllando la propria anima lungo il percorso che, per ognuno di noi, condurrà alla morte. Inoltre, secondo lo stesso mito, incarna l’emblema di arte, amore e mistero. In questo modo, Adami, eleva la sua produzione artistica al mito per eccellenza, superando gli ostacoli dello stesso cammino della vita. Sotto troviamo Euridice: la ninfa della Amadriadi che, guarda caso, sposò Orfeo; morì troppo presto, a causa del morso di un serpente, mentre sfuggiva alle avances di un pastore, Orfeo ne rimase talmente distrutto da chiedere aiuto agli dei, a Ade e Persefone in persona, affinché le permettessero di tornare nel regno dei vivi. Il mito, trasmette tremenda concretezza, racconta una storia straziante. Ade e Persefone apparvero colpiti dalla richiesta, scaturita da un amore sincero, furono accondisendenti ma ad una sola condizione: se l’avesse guardata, prima di essere colpiti dalla luce del sole, l’avrebbe persa per sempre. Fu imposto, allo stesso Orfeo, di camminare davanti a lei attanagliato dal desiderio di guardarla, cercò di distrarsi con la sua lira, capace di allietarli con una musica sublime. Il, tremendo, caso ha voluto, a dimostrazione di quanto sia impossibile cambiare il corso della vita, che Orfeo si voltasse quell’attimo prima di essere, entrambi, colpiti dai raggi lucenti, perdendo per sempre Euridice e costringendolo a vivere nel dolore cieco e nel pianto. I due miti si intrecciano creando una contraddizione ambivalente tipica della vita stessa: l’eroe, apparentemente, immortale e stoico, reso debole, alla stregua dell’uomo qualunque, a causa di un profondo amore. Nel quadro di Adami il mito non compare, compaiono due nomi, sta allo studio e alla conoscenza di chi osserva capirne i contenuti. Ad un primo sguardo si nota solo una stanza atta alla vestizione, un camerino, forse, dove si può spiare, con un blando pudore, una donna in deshbille. Niente è mai ciò che appare.

Diametralmente opposto, abbiamo un altro artista, Enrico Castellani, nato nel 1930 e morto, compianto da tutto il mondo dell’arte, nel 2017; è considerato uno degli artisti europei di maggior rilievo intorno alla metà del Novecento. Ora, risulta necessario, approfondirne la tecnica e le tematiche. Mentre Adami costruisce i suoi quadri attorno ad un realismo seppur dal genere poco consono alla norma, Castellani realizza delle superfici a rilievo, di cui la prima appartiene al 1959, che proprio non rientrano in quella norma. Come Adami, anche Castellani, viaggia attorno a tutto il mondo, studiando e approfondendo le varie tecniche artistiche; i luoghi di studio non cambiano di molto, ciò che cambia, veramente, è il risultato. Se osserviamo “Superficie bianca”, 1987, battuto all’asta da Christie’s per un totale di €1.117.692, potremmo rimanere sconcertati:

Enrico Castellani, Superficie bianca, 1987 Christie's €1.117.692 - da Artribune
Enrico Castellani, Superficie bianca, 1987 Christie’s €1.117.692 – da Artribune

Difficile. Psichedelico nell’osservazione continuativa dell’opera ma pur sempre bianco. Totalmente bianco. L’escamotage del rilievo sottostante garantisce un movimento, lineare e circolare, che permette all’occhio di vedere ciò che preferisce. Castellani ci mette nella condizione di scegliere cosa osservare e come farlo ma, in definitiva, le sue opere sono, e restano, sempre ugauli a sé stesse, la sola cosa che, eventualmente cambia, è il colore, monocromatico, ma non vincolato esclusivamente al bianco. Direi che si tratta di una discreta alternativa. Così possiamo trovare “Superficie rossa”, acrilico su tela del 2010:

Enrico Castellani, «Superficie rossa» acrilico su tela, 2010
Enrico Castellani, «Superficie rossa» acrilico su tela, 2010

Oppure “Superficie argento” del 2008:

Enrico Castellani, Superficie argento, 2008, acrilico su tela, 150x120cm
Enrico Castellani, Superficie argento, 2008, acrilico su tela, 150x120cm

Volendo considerare l’arte solo, ed esclusivamente, come espressione di un Io profondo, spesso martoriato da problemi sconosciuti, altre volte emotivamente spinto da una necessità di creare qualcosa di attraente e piacevole, possiamo dire che sia Adami che Castellani hanno raggiunto il loro scopo. La mission di chi fa arte è comunicare e, di fatto, entrambi comunicano ma in modo differente. Ognuno di loro avrà dei ricettori diversi e un pubblico di riceventi ancora differente. Cosa cambia? In realtà niente, fanno proprio la stessa cosa: creano. Danno vita a mondi diversi.

La cosa più affascinante in tutto questo è la constatazione di quella realtà, tipicamente umana, che ci permette di osservare in migliaia la stessa cosa riuscendo a dare, all’unisono, migliaia di definizioni differenti. Siamo fatti di carne e di ossa, abbiamo, quasi tutti, le stesse capacità e possibilità cognitive ma, per fortuna, non siamo tutti uguali. A distinguerci è la mente, l’anima, il cervello ed è proprio da qui che parte l’input capace di dare correlazione e concatenazione agli eventi di una vita che “es como el rìo que fluye”.

“Non giudicare sbagliato ciò che non conosci, cogli l’occasione per comprendere.”
(Pablo Picasso)

Arianna Forni

 

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