“Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.” (cap. II)

“[…] il passato è come una tomba che non rende più i suoi morti.” (cap. IX)

(Gabriele d’Annunzio, “Il Piacere”, 1889)

L’impulso primordiale con cui l’uomo affronta la vita è dare una spiegazione agli avvenimenti. Concaternare le situazioni, riassumere l’ambivalenza di piacere e ribrezzo, accomunate ad una stessa condizione non definitiva, è uno stimolo quasi primordiale. Si tratta di un impulso fuorviante, cercare una risposta cognitiva al mondo che ci circonda non è cosa da uomini ma, eventualmente, da entità superiori. Sebbene ci siano degli uomini tanto egocentrici e onnipotenti da credersi super partes, nessuno, ribadisco, nessuno, può dare una risposta, nemmeno vagamente plausibile, a domande d’illogica formazione. Le sesazioni e le emozioni sorgono negli imprevisti, è forse questo l’unico motivo logico per il quale sarebbe un delitto trovare delle risposte a domande a cui nessuno ci ha chiesto di rispondere. Si tratta di una deformazione della mente. Gioca brutti scherzi e rischia di precluderci la bellezza della sorpresa, dello stupore infantile ma anche del terrore, al quale bisogna, inevitabilmente, controbattere per restare integri e integerrimi nel proprio personale mondo, fatto e costruito dalla propria purezza. Essere puri non significa essere religiosi, mistici, privi di errori ed elevati ad un più alto grado di conoscenza. Essere puri significa, semplicemente, rispettare i propri valori, per quanto, agli occhi di altri, potrebbero essere solo, biechi e miseri, tentativi di apparire nell’apparenza riflessa in uno specchio che non ci mostra mai per ciò che siamo. Mostriamo un Io, esternamente, puro, governato dallo stesso Io, profondamente, marcio. In sostanza cambia poco. L’importante è vivere bene nel proprio contesto e comprenderne le necessità, i benefici e i difetti. Questo è il motivo per cui cercare delle spiegazioni all’andamento dell’esistenza serve solo a farci perdere del tempo. Il tempo scorre in avanti, noi dobbiamo andare in quella direzione, ancorarci al terreno servirà solo a farci perdere altro tempo e a limitare le nostre possibilità di affermazione, poche o tante che siano. Dipende da noi. Parlarne è semplice, la teoria la conoscono in molti, è la pratica a diventare, in modo particolare, ostile e perfida. Partiamo dal presupposto di sapere che la vita sia una, in modo definito e definitivo; esistono persone che danno connotazioni differenti alla vita stessa, secondo le quali saremmo immersi in quelle stringhe temporali capaci concederci la reincarnazione o il ritorno, in ambito terrestre, sotto altre forme tangibili o non tangibili, questo va un po’ oltre la concretezza con cui affrontiamo le nostre tematiche. Ciò che appare più difficile è distaccare la mente dalle stesse domande che ella stessa ci pone. Più semplicemente:

“When we all get the power
we all give the best
every minute of an hour
don’t think about the rest
and you all get the power
you all get the best
and everone gives everything
and every song.everybody sings
life is life”

(Opus, “Life is Life” 1984)

L’uomo ha la potenza di costruire e di distruggere sé stesso, gli altri e lo stesso Pianeta su cui abita. Non siamo animalisti, non siamo nemmeno per il totale risparmio energetico e per il ritorno alle carrozze, siamo per l’equilibrio. Quei fiori dipinti da Gianluca Corona sono l’esatta estrazione del concetto di domanda che non dovrebbe esistere e a cui non si dovrebbe saper rispondere: “Perché se recido un fiore e lo metto in un vaso, piano piano, cadono i petali e poi muore?”, tu uomo incapace, tu uomo inetto dalle domande inutili, tu hai distrutto la vita di un fiore, per poco che valga lo hai fatto e se lo hai fatto è proprio perché hai iniziato a porti delle domande dopo aver messo in pratica il tuo intento. Nel caso di un fiore l’importanza è ridicola, ad alcuni, forse, proprio non interessa niente, è in tutto il resto che nascono i problemi. Infrastrutture, Politica, Istruzione, Ambientazione familiare, Coordinamento pubblico e Amministrativo, Nazioni, Comuni, Paesi: fate conto che ognuna di queste personificazioni sia un fiore e tirate le vostre conclusioni. Il mondo continua ad essere bello perché ad abitarlo ci sono ancora dei sognatori, guardano avanti con speranza, con fiducia, con un forte senso di appartenenza e grandi obiettivi realizzabili. Credono che le cose possano cambiare, qualcuno si impegna perché questo avvenga, altri aspettano, non tanto per mancanza di volontà, più che altro per personale insicurezza emotiva e relazionale. Poco studio comporta una ristretta apertura mentale ma non possiamo nemmeno fare una colpa a quelli che non hanno potuto studiare per condizioni di vita e non per mancanza di impegno.

L’arte racconta tutto questo attraverso dei percorsi narrativi tra i più disparati. In questo contesto non voglio andare indietro nel tempo, vorrei rimanere qui, nei giorni nostri, e vedere come, in molti, osservino diversi aspetti del mondo per poi narrarcelo attraverso propri schemi mentali. Prendiamo Matteo Pugliese e la sua “Crisis”, in bronzo, una statua che non è una statua, è qualcosa di vivo al punto da sconvolgere chi la osserva:

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Matteo Pugliese “Crisis” – dalla Grand Arti, 2017, Milano

La disperazione, forse, la costrizione, forse, la sensazione di essere inglobati da un contesto che non ci appartiene, forse, la totale incapacità di smettere di vivere secondo quegli schemi prefissati, prefigurati e adeguatamente studiati fin da bambini, forse. Appare logorante nella contrazione dei muscoli delle mani, del volto, di quel costato ingabbiato dalle sabbie mobili più insidiose mai viste prima. Non c’è scampo. Si può solo rilassarsi e assecondare lo scioglimento lento del soggetto, per noi, già scritto fino al suo inevitabile finale. E allora non ci resta che lasciarci inglobare anche noi nel suo, infinito quanto struggente, “Specchio – Silver”, alluminio, 2017:

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Matteo Pugliese, “Speccio – Silver”, 2017, Aluminium – dalla Grand Art, 2017, Milano

Non voglio vedere, non voglio sentire, non voglio guardare, tanto lo so già che quello che sarò costretto ad osservare non mi piacerà, ma “credimi, non è detto, prova ad aprire quello sguardo, prova a sentire i profumi che avvolgono la stanza, prova a guardare la compagnia che hai attorno. Prova, almeno”. Non è più così facile nemmeno provarci, il tentativo di lasciarsi andare significa avere un briciolo di fiducia verso il prossimo; come si fa ad avere fiducia dopo tutto quello che accade attorno a noi e che, magari, anche solo per un attimo sfuggevole, ci ha toccati nel profondo dell’anima? Meglio chiudere gli occhi e stare lontani da tutto e da tutti. Siamo umani non guerrieri. Lasciateci vivere sereni. Alzo lo sguardo e penso di essermi catapultata altrove. Saluto il mio drammatico amico di alluminio e mi avvicino ad “Azione Sentimentale” di Claudia Giraudo e inizia persino a girarmi la testa. Capisco il principio di non farsi delle domande, capisco la fermezza d’intento con il quale affrontiamo la vita nella totale distensione dei nervi, con l’umana percezione di scivolamento nel proprio futuro ma:

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Claudia Giraudo – “Azione Sperimentale – dalla Grand Art, 2017, Milano

un gallo al guinzaglio, anziché libero nell’aia come dovrebbe essere, un uovo in mano, fatto da una gallina, credo, e che, di conseguenza, non può appartenere al gallo, a meno che non si sia avviato un ribaltamento socio temporale riproduttivo, spiazzante e sconcertante. Poi una ragazzina, alla Pippi Calzelunghe, dallo sguardo, totalmente, apatico. Forse, allora, aveva più senso “Crisis” e “Specchio – Silver” di Pugliese. Tutto è arte ma non è il bel tratto a fare dell’arte un pezzo da collezione, è il significato. Sarò poco edotta ma questa Giraudo mi risulta incomprensibile. Per altro è in vendita a 4.880€. Pare non vi sia molto da aggiungere.

Passiamo oltre, e qui le domande si moltiplicano, “Cubo Intrecciato”, di Giorgia Zanuso:

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Giorgia Zauso, “Cubo Intrecciato”, 2017 – dalla Grand Art, 2017, Milano

Avete presente i quaderni a quadretti con cui si andava a scuola? I classici quaderni su cui esercitarsi in matematica o passare l’ora tirando righe con il righello in un quadrato composto da quadretti pari, 10×10 ad esempio, bene, se qualcuno di voi ha in mente il risultato di questo passatempo, da scolaro svogliato, ecco, è riuscito a dare una definizione di quest’opera della Zauso. Devo assolutamente ritrovare un mio vecchissimo quaderno, avevo le pagine intrise di queste forme, pergiunta, colorate secondo schemi, oserei dire, professionali. Sono un’ignara artista che avrebbe dovuto credere di esserlo quando c’era ancora spazio di azione; ormai il quadrato al righello lo ha già fatto lei, mannaggia.

In ultima analisi ho tenuto una chicca moderna dal fascino animalesco e brutalmente coerente con la devastazione delle specie in via di estinzione; colpa nostra, questo è ovvio, ed è un motivo e un monito per tornare a quelle domande inutili che in molti si pongono ogni mattina prima di alzarsi dal letto per andare a lavorare. Sarebbe meglio chiedersi come mai esistano i rinoceronti e che scopo abbiano sul nostro pianeta Terra, magari la risposta condurrebbe verso una maggior tutela e ad una totale abolizione del bracconaggio che, seppur illegale, prosegue senza tregua e senza alcun provvedimento. A voi la risposta a questa, utile, domanda. Nel frattempo vi lascio osservare questo quadro dalla bellezza penetrante, non tanto per l’inconsuetudine del soggetto ma per il realismo d’immagine e d’immaginazione:

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Marzio Tamer – dalla Grand Art, 2017, Milano

Ora, “Life is Life” e su questo non ci piove; non siamo obbligati a caricarci di tutti i problemi del globo anche perchè facciamo già sufficientemente fatica ad occuparci dei nostri ma, dal punto di vista artistico, iniziamo a scremare, a dare ordine, a mettere i puntini e gli accenti laddove hanno un senso e non solo dove i galleristi sentono odore di grana. Il vil denaro conta molto; pur non facendo la felicità rende, davvero, tutto più semplice. Lo sappiamo anche noi, ma non per questo un bravo paniettiere si mette a fare il broker, chi ha orecchie per intendere…

Mi piace molto sapere di non sapere, è la sola condizione grazie alla quale si può non smettere mai di studiare, di sperimentare, di guardare avanti sapendo che ci sarà ancora altro su cui riflettere. Adoro trovarmi di fronte alle questioni più complesse e meno nitide perché, grazie a loro, posso pormi delle domande concrete, le cui risposte serviranno a regalarmi nuova conoscenza utile e sfruttabile nel seguito della mia vita. In molti la pensano come me, molti altri si accontentano di ciò che possiedono, non c’è nulla di male, se non l’immancabile inconsapevolezza di avvicinarsi alla fine senza aver utilizzato tutte le forze che ci sono state donate alla nascita, la prima è l’intelletto.

D’altra parte:

Charlie Brown

Arianna Forni

 

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