“Senza conservatori e senza rivoluzionari, l’Italia è diventata la patria naturale del costume demagogico.”

(Piero Gobetti, nato a Torino nel 1901 e morto in Francia, a Neuilly-sur-Seine, il 1926, giornalista, filosofo e traduttore)

La demagogia nasce come strategia di comunicazione e convincimento politico; è un meccanismo secondo cui l’interprete, o attore che dir si voglia, sciorina discorsi privi di senso ma intrisi di dottrina utile a confondore, coinvolgere e annientare la platea, in attento ascolto. Letteralmente demagogia significa:

“demagogìa s. f. [dal gr. δημαγωγία; v. demagogo]. – In origine, genericam., arte di guidare il popolo; in seguito (già presso gli antichi Greci), la pratica politica tendente a ottenere il consenso delle masse lusingando le loro aspirazioni, spec. economiche, con promesse difficilmente realizzabili: […] Anche, il regime politico basato su tale metodo, che rappresenta la forma corrotta della democrazia o una simulazione di questa.”

(da Vocabolario Treccani)

Chiarito il significato proprio del termine, possiamo iniziare a determinare quanto, e come, la nostra democrazia non possa più determinarsi tale, proprio perché intrisa di stratagemmi demagogici. Non si parla solo di politica, in quel caso la democrazia non è, quasi, mai esistita, si parla di marketing, di pubblicità, di public speaking, di insegnamento, di istruzione, di studio, di scrittura e, contestualizzando il tutto, di arte. La demagogia è, ormai, insinuata nell’essere umano. Non possiamo farne a meno. Siamo cresciuti secondo insegnamenti demagogici e ci comportiamo in modo demagogico, nel lavoro, con gli amici, nella vita in generale. Siamo nati per essere dei demagoghi di professione, non dovremmo andarne fieri ma, alle volte, può risultarci utile sul piano del business. La capacità di inserirsi adeguatamente in un ambiente nuovo è una delle condizioni più difficili e spiacevoli da affrontare; un buon demagogo saprebbe cosa dire, come dirlo, come comportarsi, come vestirsi, che tono di voce usare e, soprattutto, quando intervenire per farsi accettare senza risultare invadente. Il demagogo condiziona il giudizio di sé stesso, ti mette in bocca ciò che vuole ma, soprattutto, te lo mette in testa. Il demagogo vive per essere l’anima della festa, spesso lo è ma, altrettanto spesso, si scontra con altri come lui, migliori di lui e più ambiti di lui. Sorge il dubbio, lo sconforto e la frustrazione, bisogna andare avanti e fare di più, essere più convincenti, bisogna reggere il gioco senza farsi scansare. La condizione principale è la conoscenza di sé stessi e dell’ambiente frequentato. Entrare in un mondo già solidificato, attorno ai propri guru, determinerà un sicuro fallimento; costruirsi un giro di affezionati fruitori per i quali trasformarsi in guida e riferimento significa aver trovato la strada giusta da percorrere. In entrambi i casi il lavoro da svolgere, precedentemente, è lungo, faticoso, periglioso e dalle rare soddisfazioni. Stremante. I primi demagoghi della storia sono priprio i nostri grandi letterati: Dante Alighieri insieme alla sua psichiatrica e demagogica “Poetica”, alla sua divina “Divina Commedia”; Machiavelli e il suo “Principe”, D’Annunzio e i suoi capolavori intrisi di Super Uomo, Aristotele e la sua “Politica”; tutti demagoghi di sé stessi e per sé stessi convinti di non essere assencondati, nel loro tempo, ma di risultare attraenti e coerenti in un tempo a loro futuro e a noi presente. Eterni.

“Sono tanto semplici li uomini, e tanto obediscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare.”

(Nicolò Machiavelli, “De Principatibus”)

“Il mondo è la rappresentazione della sensibilità e del pensiero di pochi uomini superiori.”

(Gabriele D’Annunzio, “La Vergine delle Rocce”)

“e s’io al vero son timido amico,
temo di perder viver tra coloro
che questo tempo chiameranno antico”

(Dante Alighieri, XVII Paradiso)

In fin dei conti la demagogia siamo noi stessi; è demagogico chi scrive per un giornale perché è demagogica la richiesta del suo editore; è demagogico l’insegnante di scuola perché sono demagogici i libri sui quali gli alunni devono studiare; è demagogico il cinema, il teatro, i libri e le opere d’arte perché è demagogica la società in cui viviamo. Non possiamo scappare. Dobbiamo solo immergerci in un contesto sapendo di esserne presi in giro, sapendo di dover studiare e dedurre per evitare di restare schiacciati dalla sicurezza di parole altisonanti pronunciate, a gran voce, dal demagogo di turno che altro non fa che condizionare delle scelte, più o meno importanti, secondo i propri interessi, più o meno legati a interessenze economiche, politiche, sociali e sociologiche. Tutti noi siamo, infine, demagoghi, di noi stessi e con questo influenziamo chi ci circonda e si fida di noi, si affida ai nostri consigli, si sente tutelato dalla nostra presenza. Il condizionamento familiare è un logico contesto all’interno del quale trovare la propria safety zone, non tanto per i contenuti, quanto per l’assuefazione alle abitudini. Sono le stesse abitudini a creare assuefazione che, i politici di turno, sfruttano nel meccanismo demagogico secondo il quale un cittadino dovrebbe votare A anziché B o viceversa. Non servono esempi pratici. Mi pare che il discorso sia chiaro, fili liscio e non sia, per nulla, influenzante o influenzato; stiamo analizzando la società moderna che crede di vivere in una democrazia liberale, senza accorgersi di vivere in una demagogia costrittiva, sminuente e svilente. Chi è vittima dello speech fluente di un politico, e/o di un istitutore, non lo sa, se lo sapesse cercherebbe di tutelarsi prima di esserne, inequivocabilmente, condizionato. Non parlo né di destra né di sinistra, questo è un discorso ambivalente e sociologico. Si tratta di comprendere e apprendere come, e perché, la psicologia sociale comporti un movimento di massa volto all’uniformarsi di regole, mode e abitudini: è demagogia, è un sociologico mentalismo dai grandi numeri. Si riescono a distinguere, grazie ad anni di studio meticoloso, alcune rare nicchie, le quali, pur non volendo, susciteranno un interesse demagogico in coloro che sanno di non sapere e vorranno delle spiegazioni in merito. Chi spiega, pur non volendo creare inflessioni influenti sul giudizio proprio e personale di chi ascolta, non potrà che parlare secondo un punto di vista interiore con una risultante, finale ma non finalizzata, demagogica.

Non è così difficile. Guardate Eugène Delacroix, “La libertà che guida il popolo”, 1830. Una donna, Marianne, simbolo di libertà, con le vesti strappate e la bandiera della Francia, nella mano destra, incita il popolo, tutte le classi sociali, a ribellarsi all’oppressore. Spinge la gente, ormai allo stremo delle forze, ad alzarsi, a proseguire, con imperterrita decisione, al fine di riprendersi il proprio Paese; al fine di riconquistare la propria libertà. Uomini, anziani, ragazzini, tutti insieme attorno a Marianne, tutti con lo scopo di risollevarsi; chi con forza, il ragazzo; chi con saggezza, gli anziani; chi con potenza, gli uomini. Perché lo fanno? Potrebbero tranquillamente lasciare che le cose proseguano nella direzione presa, potrebbero lasciarsi morire o scegliere di combattere per sé stessi senza curarsi degli altri; potrebbero fare tante cose ma Delacroix ci racconta altro. Ci racconta la demagogia con cui la Francia ha saputo far rialzare il suo popolo dicendogli “Ce la faremo, ce la potete fare, siamo ancora forti e siamo ancora uniti”: Liberté, Égalité, Fraternité, un motto che risale al 1700, epoca, appunto, della Rivoluzione Francese. Non è demagogia questa? Forse è la prima vera demagogia della storia politica e politicizzata.

Ma passiamo oltre, guardiamo “La zattera della Medusa”, di Théodore Géricault, 1818-19:

La zattera della Medusa, olio su tela, Théodore Géricault, 1818-19 - Museo del Louvre di Parigi - da Wikipedia
La zattera della Medusa, olio su tela, Théodore Géricault, 1818-19 – Museo del Louvre di Parigi – da Wikipedia

Géricault scelse un momento molto particolare legato ad un dramma che, nel 1816, aveva grandissima risonanza. Spostò la sua attenzione sulla drammaticità del naufragio della fregata Méduse. La scelta del soggetto non è stato un caso fortuito. Decise di immortalare quella zattera, con più morti che vivi con uno scopo ben preciso. Avrebbe potuto scegliere una normale scialuppa di salvataggio, sulla quale la maggioranza dell’equipaggio riuscì a salvarsi, approdando sulle coste della Mauritania. No, lui decise di immortalare gli unici 150 costretti ad aggrapparsi, alla Rose e Jack di “Titanic”, ad una zattera di fortuna, fatta di pezzi di legno marcio. Di quei 150 se ne salvarono solo 15. Agghiacciante realismo demagogico; la spiegazione nasce da un errore di valutazione, non dell’equipaggio, non di una cattiva costruzione della fregata in questione e nemmeno delle scialuppe di salvataggio ma del comandante. Quelle persone morirono perchè convinte a seguire tutte le indicazioni, gli ordini, di Hugues Duroy de Chaumareys, il comandante appunto, che, pur non avendo alcuna certezza della rotta da seguire, urlava ordini a destra e a manca affinché tutti, tutti, tutti, fino all’ultimo garzone della ciurma si fidassero di lui. Risultato? Incagliati, affondati, diritti verso la morte. Non è demagogia questa?

Potrei mostrarvi altro, potrei passare ai cartelloni delle nostre campagne politiche, potrei registrare uno speech di un professore universitario, ambito Lettere e Filosofia, il cui cappello nasconde anfratti tra i più frequentati. Potrei ma non voglio, risulterei demagogica.

“La legge è ordine e, di necessità, la buona legge è buon ordine.”

(Aristotele, “Politica”)

Arianna Forni

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