“Un uomo labirintico non cerca mai la verità, ma sempre e soltanto Arianna.”

(Albert Camus)

Insomma, questa povera Arianna non se l’è passata proprio alla grande nella mitologia greca. Nasce bene, come si suol dire, principessa di Creta, figlia del Re Minosse e di Pasifae ma poi cresce e si innamora, dell’uomo sbagliato, ma questo è ovvio! Si innamora perdutamente di Teseo che, con il suo spirito eroico del tipo “Mister Muscolo Idraulico Gel”, decide di infilarsi nel groviglio del labirinto per uccidere il Minotauro e liberare i cretesi da questo mostro orrendo. Prende la sua amata tra le braccia, la guarda negli occhi e le dice, sicuramente: “Tornerò vittorioso e ti porterò lontano da questo postaccio”. Lei, allocca, ci casca e lo mette, addirittura, nelle migliori condizioni possibili affinché non si perda nel dedalo infernale. Più semplicemente, gli regala una matassa di lana, da srotolare lungo il cammino, in modo da poterla riavvolgere, una volta compiuto l’eroico omicidio, e ritrovare, così, facilmente, la strada verso l’uscita. Che grazia e che gentilezza in cotale beltà. In effetti Teseo uccide il Minotauro, torna a Creta, si avvia con Arianna verso la spiaggia dell’isola di Nasso, dove decide, senza motivo, di abbandonarla e partirsene, solo soletto, verso nuovi lidi e nuove avventure. Ci sono varie versioni del seguito di questa storia, oserei dire, moderna, dovute al fatto che, probabilmente e presumibilmente, una parte del mito sia andata perduta e qualche dilettante, dall’inventiva fragile, abbia improvvisato qualche scenario più o meno verosimile. Si dice che il pianto straziante di Arianna abbia condotto a lei il Dio Dioniso, giunto sulla spiaggia con un carro tirato da pantere, lo stesso dipinto da Tiziano nell’incontro tra Arianna e Bacco; devo dire che la questione inizia ad essere un filo confusa. In ogni caso, altri sostengono che Arianna, nonostante l’abbandono di Teseo si fece forza perché incinta di quello che diverrà un grande eroe: Demofonte. Non è finita qui, qualche tetro amante delle tragedie sostiene che Arianna, impazzita nel suo dolore, dovuto al meschino abbandono di un deficiente, si sia gettata in mare lasciandosi morire. Tutto questo, raccontato così, per metterla un po’ sul ridere, sembra la storia della nostra vita. Nasciamo quasi tutti bene, ovviamente parlo per coloro che stanno leggendo questo pezzo, quindi posseggono un computer, la linea internet e un luogo dove ripararsi durante le gelide notti invernali e le torride serate estive. Ora che abbiamo definito cosa significhi nascere bene, possiamo andare avanti. Cresciamo, o così sembrerebbe, ci innamoriamo, veniamo lasciati tra atroci sofferenze giovanili, cresciamo ancora, ci innamoriamo di nuovo, spesso la storia si ripete finché, finalmente, qualche fortunata Arianna della situazione, si riesce a trovare il suo Dioniso, le fa fare quattro figli in men che non si dica (Toante, Stafilo, Enopione e Pepareto) e vissero tutti felici e contenti. Ok. Stop. Rivediamo i contorni di questa storia, al limite del comico, o satirico che dir si voglia. Crescere significa addentrarsi nel nostro dedalo infernale; significa affrontare delle avversità e trovare la soluzione migliore per uscirne, possibilmente vivi; significa abituarsi a non essere da soli, su questa Madre Terra; significa condividere, capire le esigenze dei propri famigliari e dei propri amici; significa assimilare le difficoltà quotidiane e trasformarle in esperienza. Crescere significa imparare ad avere una coscienza, saper essere carismatici, autorevoli, autoritari, qualora dovesse servire, ma altrettanto amorevoli, gentili, sensibili e altruisti in tutti gli altri casi. Crescere, al giorno d’oggi, nel 2018, è diventato impossibile. Cellulari, tablet, computer, qualsiasi accessorio tecnologico ha sostituito i rapporti umani e genitoriali e questo comporta una crescita vincolata a degli strumenti meccanici e, quindi, imperfetti. La logica conclusione è la risultante visibile a tutti noi: adulti imperfetti, bambini atteggiati, ambizioni di bassissimo livello, interessi quasi azzerati, annientamento culturale e esaltazione della più vile tra le capacità umane: l’apparenza. Viviamo dentro un labirinto da cui nessuno può uscire; sebbene mi chiami Arianna non ho mai trovato nessuna matassa in grado di mostrarmi che strada percorrere per non farmi male, come me chiunque altro non sa, esattamente, cosa capiterà né a breve né, a maggior ragione, a lungo termine. Siamo vittime di un sistema psicotico, in cui l’uomo sarebbe nato per essere un animale sociale ma, evidentemente, tra sociale e socievole c’è una enorme differenza. Ci facciamo la guerra l’uno con l’altro, commettiamo errori su errori che, anche senza volerlo, compromettono l’altrui equilibrio; cerchiamo di essere perfetti, ordinati, adeguati al nostro micro cosmo quando, la realtà cruda dei fatti, è che non siamo adeguati nemmeno per stare con noi stessi. Viviamo in un labirinto che ci costringe a credere di avere delle relazioni buone, e magari le abbiamo, per riuscire a superare le, strazianti, avversità a cui, in un modo o nell’altro, andremo in contro. Fa paura? No, è la vita, è così per tutti e tutti ne sono consapevoli, anche chi fa finta di nulla e sorride sempre, rendendosi, alle volte, inadeguato e indisponente. Non ci rendiamo conto di quanto sia facile ferire chi ci sta vicino, chi cerca di aiutarci, di darci amore, di proteggerci; noi, senza una ragione, rispondiamo maleducati e sgarbati al punto da far del male. Perché? Perché gli unici con cui possiamo prendercela sono coloro che ci vogliono bene e a cui ne vogliamo altrettanto; dal resto dell’universo becchiamo solo sberle, magari non da tutti ma prima di trovare una carezza dobbiamo esserci procurati i calli sulle guance.

Quella povera Arianna, del mito greco, è stata dipinta da un sacco di gente, ognuno con una visione diversa dei fatti, hanno tutti cercato di dare un seguito alla sua triste storia come se volessero sperare di trovare un buon seguito anche per la loro e, forse, per la nostra. La maggioranza degli artisti la vede sempre insieme a Bacco, è strano perché nel mito si parla di Dioniso, o della morte della stessa, ma mai di Bacco, eppure, come Tiziano, molti altri hanno scelto questo soggetto come il miglior compagno della giovane sedotta e abbandonata:

Lei è sempre il centro focale del dipinto, nella sua imperfezione è sempre bella e rassicurata dalla presenza di quel Bacco, che ancora non sappiamo esattamente da dove sia arrivato, unico uomo in grado di darle conforto dopo un abbandono tanto brutale come quello commesso da Teseo.

Però c’è anche chi la vede da sola, su quella spiaggia di Nasso, abbandonata a sé stessa, senza speranza, senza conoscenza, senza ambizione, senza sicurezza, sola e basta:

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“Ariadne at Naxos”, 1877, by Morgan, Evelyn – da Wikipedia

nei suoi abiti morbidi, nel suo corpo sinuoso, nella sua carnagione chiara, tristemente sola e inconsapevole del reale motivo, del perché sia successo proprio a lei. Se potesse guardare nel futuro vedrebbe di quelle cose da far rabbrividire, forse, riuscirebbe persino a ridere della sua condizione. Su una spiaggia deserta, il mare a farle da cornice, il drappo dorato come asciugamano e una bella conchiglia tra i capelli, manca solo un frigorifero con i gelati e poi sarebbe tutto perfetto.

Un mito è un mito e così va raccontato, senza revisioni, senza mistificazione, però vorrei mostrarvi due opere di Pierre-Auguste Cot, la prima potete osservarla in apertura, risale al 1880, “The Storm”. Una tempesta in arrivo, reale o metaforica, non ha importanza, ciò che conta sono gli sguardi dei due personaggi, con molta probabilità due giovani innamorati, lui protegge lei, lei si volta e guarda verso di noi che li osserviamo, ha uno sguardo pudìco, è una situazione imbarazzante, eppure sono sereni mentre corrono al riparo. Quella serenità è la stessa che possiamo vedere in un Cot del 1873:

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Pierre-August Cot, “Springtime”, 1873 – immagini riservate PIC by AF presso il MET, New York

Sono sempre loro, in Primavera, su di una altalena improvvisata nel bel mezzo del bosco. Sono talmente belli e tranquilli da sembrare elfici. Questo momento, si suppone, sia esattamente antecedente la loro fuga dalla tempesta. Che bello sguardo innamorato e coinvolgente, che bella posa in quei drappi che paiono parte degli stessi corpi. Lui regge le corde per mantenere l’equilibrio e intanto la osserva, colpita da una luce divina che Cot ha modulato, magistralmente, in modo da accompagnare anche il nostro sguardo verso di lei.

Il labirinto è uguale per tutti, in quest’epoca e nelle epoche passate. Siamo nati per doverci divincolare da qualcosa che ci costringe o ci trattiene. Sono i sentimenti, sono la cosa più bella e umana al mondo, sono la sola cosa a distinguerci dalla vegetazione, badate bene, ho detto dalla vegetazione non dagli animali perché gli animali hanno, spesso, più sentimenti e riconoscenza di quanta non ne abbia l’uomo. Viviamo e cresciamo tra i sentimenti, li custodiamo nel nostro cuore e solo se ci sentiamo al sicuro li lasciamo uscire allo scoperto; non è detto che sentirsi al sicuro sia sinonimo di sicurezza ma ci permette di mostrarci per ciò che siamo, davvero. Solo il continuo ferimento di tali sentimenti comporterà una totale chiusura al mondo, la fortezza invalicabile di un cuore ferito è terrificante per chiunque voglia avvicinarsi.

“E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”. “E’ il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurrò il Piccolo Principe per ricordarselo. “Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”. “Io sono responsabile della mia rosa…” ripeté il Piccolo Principe per ricordarselo.

(Antoine de Saint-Exupéry, “Il Piccolo Principe”, 1944)

Cosa significa tutto questo? Tutto e niente, dipende da voi, dalla vostra interpretazione, dalla vostra sensibilità. Questo significa che per quanto arduo sia il tuo labirinto, se saprai guardare bene, ci sarà sempre qualcuno al tuo fianco in grado di indicarti la strada migliore e consentirti di farti il meno male possibile. Non siamo onniscienti, non abbiamo la sfera di cristallo, così come non ce l’ha chi ci vorrà, amorevolmente, aiutare. Se cadiamo, ci facciamo del male, piangiamo, non diamo la colpa a loro, anzi, alziamoci e torniamo indietro, stringiamoci in un abbraccio e ripartiamo, perché l’esperienza insegna, proprio a tutti.

Arianna Forni

 

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