“L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi.”

(Marcel Proust)

Fermati, un attimo. Osserva, guarda, ammira ciò che ti circonda. Respira. L’ossigeno scende nei polmoni e apre ad una nuova circolazione, rinvigorita da cellule vive e attive. Il sangue che scorre nelle nostre vene è una linfa vitale, è parte del nostro viaggio, interiore ed esteriore. C’è tempo. Abbiamo tanto tempo per prendere parte al viaggio che stiamo percorrendo. Un viaggio non è solo salire su un aereo e andare oltre Oceano, non è solamente prendere un treno o la macchina per allontanarsi da casa. Un viaggio è quell’attimo che può concederci un sollievo, uno stacco dalla routine; un secondo, infinito, in cui la nostra mente sia talmente fine da regalarci nuovi orizzonti, pur rimanendo seduti sulla stessa sedia, nella stessa casa, nella solita città, con i soliti impegni e le solite preoccupazioni. Viaggiare è il sogno di molti. Viaggiare fisicamente non è per tutti, serve denaro e, soprattutto, tempo. Tempo e Denaro vanno sempre in giro accopiati, non si lasciano mai, chi ne possiede uno, però, difficilmente possiede anche l’altro. Che strano, eppure dovrebbero vivere all’unisono. Credenze popolari, strani meccanismi di forma di un mondo impossibile da decifrare. Chi ha denaro non ha tempo per goderselo; chi ha tempo non ha denaro da spendere per approfittarne. In ogni caso tutti possiamo sognare. Il sogno è, molto spesso, paragonabile ad un viaggio; chiudi gli occhi, ti metti comodo sul tuo letto accogliente, e immagini. Ognuno ha le sue preferenze, c’è chi vorrebbe trovarsi su un’isola deserta e chi nel centro di Manhattan. Non ha importanza, ciò che conta è concedersi quel viaggio. Sentire un profondo rilassamento delle membra, sapere di essere altrove, di poter vivere diversamente, percepire quanto il mondo sia vario e quante, infinite, siano le strade percorribili e le possibilità per poter scegliere. Ascoltiamo quei rumori, sentiamo quei profumi, lasciamoci inebriare dalla gioia di vivere la vita di qualcun’altro. Immaginiamo di poterlo fare veramente. Potremmo, in effetti, ma qualcosa ci trattiene, ci ingabbia, ci costringe dentro la nostra pelle, nel personaggio che più ci appartiene. Apriamo gli occhi, scossi dal pensiero di essere prigionieri. No; non lo siamo. Siamo umani e ogni umano è unico; è sé stesso e, se proprio vogliamo vederla così, siamo prigionieri di noi stessi. Immagine idilliaca perché idilliaco è ciò che facciamo giorno, dopo giorno, dopo giorno, con quel corpo in continua crescita, fisica ed emotiva. Non è facile cambiare vita, lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare ma, a volte, può essere una necessità. Solo chi saprà fare di necessità virtù avrà l’onore di vivere quel cambiamento come un viaggio inaspettato, come una nuova esperienza, come una nuova visione di uno stesso sistema, osservato da nuovi, diversi, punti di vista. Anche nel cambiamento, noi, rimarremo sempre, per sempre, prigionieri del nostro corpo, l’unico corpo che ci appartenga davvero, l’unico mezzo attraverso il quale tentare di viaggiare ancora. Io sono io, basta. Tu sei tu, basta. Proust parla di “avere nuovi occhi” ed è la definizione migliore che si possa dare al senso del viaggio vissuto dall’essere umano, padrone della sua stessa gabbia, del suo corpo. Avere senso e cognizione di sé stessi dovrebbe essere la prima regola da imparare, fin da bambini. Sapere come siamo fatti, come muoverci, come combinarci, come sfruttare le virtù e le doti che ci sono state donate, con quelle mostrarsi aperti all’apprendimento, all’osservazione del mondo da infinite angolazioni. Questo è il viaggio.

Le scarpe sporche, rotte, brutte, forse anche puzzolenti, dipinte da Van Gogh nel 1886 raccontano la vita di chi le ha indossate fino a poco prima di toglierle. Un lavoratore, forse, un forestiero, forse, un viaggiatore, forse. Forse un contadino, forse solo un uomo.

“La solita fiaba dell’eroe che si batte da solo, preso a calci, vilipeso, incompreso. La solita storia dell’uomo che rifiuta di piegarsi alle chiese, alle paure, alle mode, agli schemi ideologici, ai principii assoluti da qualsiasi parte vengano, di qualsiasi colore si vestano, e predica la libertà. La solita tragedia dell’individuo che non si adegua, che non si rassegna, che pensa con la propria testa, e per questo muore ucciso da tutti.”

(Oriana Fallaci, “Un Uomo”, 1979, Prologo)

Ogni uomo ha dentro di sé la capacità di essere un eroe, magari non per il mondo intero, magari solo per pochi eletti, per i suoi cari, per i suoi figli, per i suoi nipoti, però, pur sempre un eroe. Torna a casa tra la gioia di chi lo aspetta, sente l’alito di un respiro familiare e sa di essere proprio a casa sua, non conta dove, non conta quanto grande sia e quanti oggetti di design arredino i locali; conta chi ci abita. Il tempo che trascorre dal momento in cui si esce a quello in cui si rientra fa, anch’esso, parte del nostro viaggio ma sta a noi scegliere cosa guardare, dove concetrare la nostra attenzione. Un viaggio, anche intercontinentale, può essere la cosa più bella e stimolante al mondo, quanto la situazione più orribile mai riscontrata prima. Sono solo i punti di vista a cambiare i contenuti delle storie. Le scarpe di Van Gogh potrebbero essere un idolo moderno di perseveranza, di soddisfazione, di fatica, di ardore. Dipende sempre dal nostro punto di vista. Gli sguardi possono cambiare, le persone che ci accompagnano possono variare, si possono perdere molti pezzi lungo la strada, pezzi di cuore, pezzi di anima, pezzi importanti ma con cui si può imparare a vivere nel viaggio concesso da un ricordo. Questa è roba forte, siamo adulti e abbiamo il terrore di guardarci indietro, eppure sarebbe così bello viaggiare nel tempo e vederci da fuori: quanto eravamo stupidi, quanto eravamo belli, quanto eravamo brutti, quanto stavamo bene o quanto stavamo male. Past is in the past. Ora si deve andare avanti, imperterriti, coraggiosi. Cambiamo scarpe e riprendiamo a camminare guardando “somewhere over the rainbow”, cambiando i nostri occhi, rendendoli più luminosi e attenti.

Leonardo Da Vinci, nei suoi “Studi Anatomici” svolti tra il 1485-1487, ci ha spiegato molto di più rispetto a com’è fatto il corpo umano. Lui, un genio, ha guardato l’interno dell’uomo, la sua anatomia, in effetti, e lo spazio all’interno del quale un corpo deve muoversi. Il corpo nasce piccolo e poi cresce, secondo degli schemi dati dalla sua famiglia e dai suoi insegnanti, ma nasce piccolo, raggomitolato su se stesso, cerca calore, cerca una comfort zone, cerca di tornare da dove è venuto, non sa cosa gli stia succedendo, non può saperlo ma noi sì. Il neonato sta compiendo il viaggio più importante della sua vita, forse anche il più traumatico ma pur sempre un viaggio. La memoria non ci concede il lusso di ricordare quei momenti, Da Vinci li ha resi talmente vivi da sembrare reali e lo ha fatto alla fine del ‘400. Il viaggio della nascita rende l’uomo uguale a sé stesso in qualsiasi epoca stia vivendo:

Leonardo Da Vinci - Studi Anatomici 1485-1487 - da Altervista
Leonardo Da Vinci – Studi Anatomici 1485-1487 – da Altervista

Basta guardarlo e da aggiungere resta davvero poco. Qualcuno di voi ha un ricordo di quel viaggio? Non credo. Osservate questo disegno e vedrete la vita aprirsi ad un viaggio meraviglioso, qualsiasi siano gli sviluppi, senza ritorno ma con un bagaglio destinato a ingigantirsi, istante dopo istante.

Caspar David Friedrich, nel 1819, dipinge qualcosa di magico, quasi fantasy, “Un uomo e una donna davanti alla Luna”:

Caspar David Friedrich, Un uomo e una donna davanti alla luna 1819
Caspar David Friedrich, “Un uomo e una donna davanti alla Luna” 1819 – da Wikipedia

La notte e la magia viaggiano spesso insieme, le radici di quell’albero sembrano prendere vita e poi, nell’ombra, appaiono due figure, immobili, in contemplazione dello spettacolo che, ogni sera, ci regala la natura e nessuno più ci fa caso. La Luna, la rievocazione dei fantasmi, dei lupi mannari, delle streghe e dei maghi, delle riunioni dei Templari. In questo quadro si sente tutto questo, condito da un piacevole, quanto pungente, odore di muschio fresco; staranno guardando verso Nord, staranno aspettando qualcuno o forse stanno solo condividendo il loro viaggio interiore, in una notte di Luna piena, nel silenzio di un bosco familiare, in continua evoluzione. Basta saper guardare meglio.

Poi si giunge, invitabilmente ad un’epoca moderna, alla tecnologia, al futurismo, con Umberto Boccioni e “Stati d’animo. Gli addii”, del 1911:

Umberto Boccioni, Stati d_animo. Gli addii, olio su tela, 1911 - da Artwave
Umberto Boccioni, Stati d_animo. Gli addii, olio su tela, 1911 – da Artwave

Bello, affascinante, attanagliante nel profondo del petto da tanto è potente la sua interpretazione di quel treno. Il suo punto di vista è forte, al diavolo la magia, qui è cruda realtà. Realismo concreto di un dinamismo che cresce e cresce e, ancora, cresce per progredire sempre di più fino ad arrivare ai giorni nostri. Ai giorni in cui le macchine sono il cuore del mondo.

Non si può competere con la tecnologia, non si può controllare il viaggio concesso da tutti i nostri device. Eppure, diamine, quello non è un viaggio, non è movimento, non denota un punto di vista o un’angolazione di inquadratura diversa da quella di un attimo prima. Un monitor è solo un monitor; piatto, freddo, impersonale, schiacciato da un meccanismo infernale gestito da uomini che, prevalentemente, tentano di influenzare i fruitori al fine di vendergli qualcosa. No. Usciamo di casa, andiamo via, scappiamo da questo. La nostra prigione non è il nostro corpo, è quello che ci siamo inventati per farci credere di avere accorciato le distanze. Pensateci bene, ormai è troppo lontano anche il supermercato e il negozio sotto casa: “Compro on-line, in 4 giorni me lo consegnano al piano”. Torniamo da Proust: “L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi.”

Arianna Forni

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