“- Non sono narcisista né egoista; se fossi vissuto nell’antica Grecia non sarei stato Narciso.
– E chi saresti stato?
– Giove.”

(Woody Allen)

Essere autoreferenziale significa non avere un contatto diretto con la realtà, ovvero enunciarsi con unicità sopra le parti, sopra la media. Una frase è autoreferenziale se non preannuncia possibilità di contraddizione. “Sto scrivendo un meraviglioso articolo” è una frase autoreferenziale, invece dire “Potrei essere nelle condizioni di scrivere un bell’articolo, sulla base di ultimi studi effettuati” non lo è. Apparire, o voler apparire, autoreferenziali significa chiudersi nel proprio scudo cementificato, entro il quale non permettere a nessuno di entrare; significa, appunto, non concedere spazi alla critica, all’umiliazione, alla presa di coscienza di essere in torto. Chi è autoreferenziale non si degna di prendere in considerazione il contesto, concreto, che lo circonda. L’arte, spesso, è autoreferenziale, per questo, deve essere guardata con ammirazione, sottolineandone i pregi e mai i difetti. Non è previsto che un’opera lodata, e ben quotata, possa subire atti denigratori, nonostante questo, in segno degnamente contraddittorio, esiste la critica, utile a creare un giro di pubblicità, volta al marketing, spiccio, diretto alla vendita, paradossalmente, in contrasto con l’autoreferenzialità ma, in sostanziale accordo con il desiderio di trasformare l’opera stessa in un punto focale di attenzione. I critici d’arte, i critici in genere, nascono con questo scopo; i critici hanno in mano la possibilità di trasformare l’autoreferenziale in qualcosa di vicino alle persone, abbassandone il livello culturale, ammiccando al mero commercio, sono loro a definire normale il paradosso patologico del genio autoreferenziale per eccellenza, che sia esso artista, letterato, musicista, giornalista o, addirittura medico e scienziato. In questo senso, qualsiasi opera, testo, enunciato poetico e non, che sia autoreferenziale può acquisire importanza e credibilità anche grazie ai famosi haters moderni. Mi odi e mi critichi? Mi dai visibilità. Mi ami e mi lodi? Mi dai visibilità.

Vediamo l’incipit del carme 85 di Catullo, poeta latino, “Odi et Amo”:

“Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior.”

nella traduzione di Quasimodo appare così:

“Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile; / non so, ma è proprio così e mi tormento”

In apertura, a questo articolo, abbiamo una tela di David Teniers il Giovane, pittore fiammingo vissuto tra il 1610 e il 1690. Teniers racconta perfettamente il significato di arte autoreferenziale attraverso un’opera costruita attorno ad altre opere, a dimostrazione di quanto gli stessi artisti fossero a conoscenza dell’unicità, quasi irriverente e satirica, di ognuno di loro, ritenuto da sé medesimo il solo rappresentante, veramente, degno. Si tratta, in sintesi, di una presa in giro nei confronti del numero infinito di tele dipinte dai più svariati personaggi, ognuno di loro certo, convinto e, radicalmente, cementato nel suo stesso ego, il che dimostra, appunto, l’emblema autoreferenziale con cui si metteva in produzione un’opera. Ognuno avrebbe voluto dimostrare di essere il migliore, il numero uno, il più acclamato. Questa sorta di “Zelig” dell’arte non appartiene solo a Tieniers, infatti, lo ritroviamo, nel 1758 in Giovanni Paolo Pannini, “Gallery of Views of Ancient Rome”:

Pannini, Giovanni Paolo - Gallery of Views of Ancient Rome - 1758. - da Wikiedia
Pannini, Giovanni Paolo – Gallery of Views of Ancient Rome – 1758. – da Wikipedia

Pannini aveva una netta ossessione per Roma, l’arte romana, i grandi latinisti e le innumerevoli opere conservate all’interno della città. Molto famosa è, anche, la sua veduta interna del Pantheon, dopo la quale, nel 1718, è stato introdotto all’interno della Congregazione dei Virtuosi al Pantheon, meglio conosciuta come Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Letteratura dei Virtuosi al Pantheon, ovvero, per semplificare, un’accademia pontificia che avrebbe messo a disposizione materiale con lo scopo di favorire lo studio e l’apprendimento dell’arte attraverso i secoli, partendo, appunto, da Roma. Questa sua veduta, ricca di opere d’arte, tutte incentrate proprio sulle bellezze romane, è un’esaltazione, estremamente, autoreferenziale delle sue conoscenze artistiche e storiche legate alla città, che, di conseguenza, gli permettessero di mostrare i suoi virtuosismi pittorici. Si tratta di un connubio, ben riuscito, tra il marketing di sé stesso, ovvero vendersi bene al pontificato per farsi accettare nella schiera dei grandi eletti, e vendersi come artista dalle doti memorabili. Fosse stato Woody Allen, probabilmente, nell’antica Grecia, non sarebbe stato Narciso, bensì, Giove.

Quello che vorrei mostrarvi, adesso, è quanto non sia né l’epoca, né il contesto storico, né l’avventata ricerca di fama e denaro, né la richiesta di considerazione e appoggio morale a rendere autoreferenziale un’opera, sono gli artisti a vivere di egocentrismo. Gli artisti mettono sé stessi su un piedistallo, altissimo, di fronte ad uno specchio, per potersi idolatrare da soli, per guardare le loro opere e dire “ohhh, ma quanto sono bravo”, pensando che, il restante novantanove per cento della popolazione non possa far altro che inginocchiarsi davanti alla loro genialità. Ormai, sembra ma non è vero, che agli artisti basti vivere nutrendosi del loro estro, crogiolandosi nella beltà di ciò che, solo loro, possono creare. Vivono con la nutrizione meccanica legata alla produzione dell’arte; a loro non serve mangiare e nemmeno dormire, loro non hanno bisogno di tali brutalità umane, sono diversi. Ognuno di loro è, per assunto, meglio degli altri, questo, nel rispetto e con un minimo di capacità cognitiva, parlando solo dei vivi. Poi c’è De Kooning, ma quella è un’altra storia, superiamo i limiti di normale apprezzamento di sé stessi, raggiungendo l’apoteosi divina e divinatoria di un egocentrismo non più personale ma radicato nelle quotazioni dei suoi “Balloons”, potrebbe finire per smembrare l’orgoglio dei suoi, dei nostri, contemporanei. Non è più solo autoreferenziale, è deep-seated in the world. De Kooning può tutto, anche regalare, alla città di Parigi, un enorme mazzo di tulipani colorati a forma di palloncino, per ricordare le vittime degli attentati; Parigi non li vuole, non sa dove metterli, li trova orrendi e offensivi ma, come puoi dire di no a De Kooning? E soprattutto, come fai a rimandarli al mittente?

Per comprendere tutto questo, ritornando sul piedistallo dell’artista medio e non dell’artista per eccellenza SuperUmana, prendiamo le opere di Jan Dibbets:

Collage 1973 by Jan Dibbets born 1941
Collage 1973 Jan Dibbets born 1941 Purchased 1974 http://www.tate.org.uk/art/work/P07232

Questo collage di dentro nel fuori e fuori nel dentro, tanto per intenderci, è un gioco infantile di un bambino mediamente intelligente oppure, un’opera geniale di un artista in preda al panico per non essere ancora giunto ad un master piece, degno di renderlo unicamente lusingato all’interno di una galleria. Si tratta di un tentativo stentato perfezionato, o distrutto, vedete un po’ voi, da “Jan Dibbets at Konrad Fischer”, 2009:

Jan Dibbets at Konrad Fischer, 2009 - da Comtemporary Art Daily
Jan Dibbets at Konrad Fischer, 2009 – da Comtemporary Art Daily

Siamo o non siamo su di un altro metro di paragone? Gli ci sono voluti 35 anni per giungere a questo capolavoro. Da notare l’orizzonte perfettamente allineato all’interno di un nuovo collage tra due immagini raffiguranti, l’una, la terra, l’altra, il mare. Totally impressive; non c’è molto altro da aggiungere, sono certa che di fronte al suo specchio, osservando sé stesso e la sua opera, non potrà far altro che sentirsi, non dico trino per non essere blasfema, ma divino, sicuramente.

Ora, prima di concludere vorrei che osservaste la tela di Michelangelo Pistoletto, del 1965-’66:

Michelangelo Pistoletto, Ti amo, 1965–66 - da Wise Society
Michelangelo Pistoletto, Ti amo, 1965–66 – da Wise Society

Una dichiarazione d’amore tra le più riuscite, una dichiarazione d’amore verso sé stesso e, forse, verso il suo pubblico comprante, verso i critici che ne accrescono la fama e verso il mondo intero, prossimo ad avvicinarsi a lui e alla sua genialità artistica. “Ti amo – Sì, Ti amo anche io”, non potrebbe essere diversamente, chi ti lusinga va lusingato, a prescindere da quali siano i tuoi reali pensieri, poi, per carità, c’è chi scappa da un matrimonio quindi può essere accettabile, anche, rifiutare una, così esplicita, dichiarazione sentimentale profonda. Intanto si guarda allo specchio, accanto al suo “Ti amo”, sorride e non c’è nemmeno bisogno di darsi una risposta; sì, si ama anche lui.

Tutti siamo un po’ autoreferenziali, tutti abbiamo i nostri ambiti prediletti in cui ci sentiamo dei professori, in cui possiamo spadroneggiare all’interno di una discussione. Tutti siamo un po’ Narciso, o forse Giove come Woody Allen, ma cerchiamo di limitarne l’esistenza in un contesto ristretto, familiare, amicale, in cui il nostro egocentrismo, estremo ed estremizzato, viene preso più sul ridere che sul serio.

“Forse non lo dici
Però lo sai
E quindi sei un reci
Divo
Come stai
Ti distingui dal luogo comune
Ti piace vivere come vuoi
E vuoi rispondere solo a te”
(Vasco Rossi, “Come stai”, 2004)
Arianna Forni

 

 

 

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