Coroniamo la nostra esistenza con le colonne sonore più svariate, stili differenti per caratteri differenti, abientazioni diverse e situazioni la cui etichetta prevede un certo tipo di musica, di aplomb, di eleganza. Evochiamo fantasmi attraverso immagini, del nostro passato, legate al nostro presente proprio da qualche nota, proprio da quella melodia, a noi, tanto cara. Arte nell’arte, arte di comporre musica, arte di saperla ascoltare. Il percorso non è semplice, non è immediato ma è di sicuro impatto. La musica crea aggregazione ed è, forse, per questo che non si smette mai di produrne, il mercato cresce e gli artisti aumentano, in modo esponenziale. Possono esserci delle differenze nette tra artisti POP e di nicchia, artisti e compositori di melodie immortali e artisti da tormentone estivo, in questo caso, per questo 2018, credo basti una citazione “e anche se piove la musica suona” (J-Ax e Fedez, “Italiana”). In effetti non fa una piega, anzi, sotto la pioggia le note non servono nemmeno, basta il lento ticchettio delle gocce sui tetti, sugli alberi e la melodia è fatta, un po’ come all’inizio del video, incredibile, di “Losing my religion”, un lento gocciolare che apre le porte a questo:

“Consider this
The hint of the century
Consider this
The slip that brought me
To my knees failed
What if all these fantasies
Come flailing around
Now I’ve said too much
I thought that I heard you laughing
I thought that I heard you sing
I think I thought I saw you try

But that was just a dream
That was just a dream”

(REM, “Losing my religion”, 1991)

Quanti avranno frainteso il titolo della canzone dei R.E.M., quanti avranno pensato a qualche riferimento religioso, blasfemo, quanti non avranno dato ascolto alle parole, limitandosi alla piacevolezza della melodia. Quanti? Me lo chiedo spesso. Secondo la rivista statunitense Rolling Stone, questo brano entra, di diritto, nella top 500 mondiale dagli albori della musica, dovrebbe occupare il posto 170 ma credo si tratti di una lista abbastanza plasmabile. L’avrei messo al primo posto, per quel che mi riguarda. “Losing my religion” è arte nell’arte, arte nella composizione, nella scrittura del testo, nella musicalità che ti perfora l’anima, nel suo video, nel suo significato di abbandono totale a quel:

“Oh no, I’ve said too much
I haven’t said enough”

Ma cosa significa Losing my religion? Un italiano medio direbbe “perdendo la mia religione”, si sbaglia, il significato stretto, di questo modo di dire americano, è “perdere la ragione”, eventualmente anche “perdere la pazienza”, ma non in questo caso. Michael Stipe, il cantante, nonché paroliere della band, paragonò il suo brano a quello dei Police, “Every Breath you take”:

“Since you’ve gone I’ve been lost without a trace
I dream at night I can only see your face
I look around, but it’s you I can’t replace
I feel so cold and I long for your embrace
I keep crying baby, baby please
Oh can’t you see
You belong to me
How my poor heart aches with every step you take

Every move you make
And every vow you break”

Con la sola differenza che nella canzone dei Police pare di leggere le frasi dei Baci Perugina, mentre i R.E.M. hanno saputo costruire un pezzo immortale, dalla potenza artistica senza confini, intergalattici. Per carità, potrei associare, a tutto questo, anche “Please don’t go” dei KC & The Sunshine Band, del 1979 ma, tutto sommato, mi sembra di sentir cantare “Anima mia”, del 1995, dei Cugini di Campagna. No, non ci siamo. Noi, qui, parliamo di arte, quella vera. Gli anni Novanta del Novecento sono una fucina incredibili di grandi testi, intrisi di memoria e di riferimenti storici che oggi possiamo solo sognarci. Mi sovviene “Zombie”, scritta nel 1993 e pubblicata nel 1994, dei Cranberries, in realtà la scrittura del testo è opera di Dolores O’Riordan. Si tratta di un grido contro le violenze subite dall’Irlanda del Nord proprio durante il 1993; ricordiamo l’attentato dell’IRA e la bomba di Warrington in Inghilterra e la morte di un bambino e due ragazzi, oltre a tante altre vittime di quel periodo tumultuoso. Questa canzone è stata scritta per loro, come contrasto al dolore inaudito, senza un motivo ragionevole. Le guerre, lo dico spesso, sono sempre e solo guerre ma portano con sé tanto di quel dolore da lasciare scie infinite nel cuore di troppe persone:

“It’s the same old thing since 1916
In your head, in your head
They’re still fighting
With their tanks and their bombs
And their bombs and their guns
In your head, in your head they are dying”

La canzone è spesso associata ad altre contro la guerra come “Sunday bloody Sunday” degli U2, del 1983 o di John Lennon, del 1972.

“I can’t believe the news today
I can’t close my eyes and make it go away.
How long,
How long must we sing this song?
How long, how long?
‘Cos tonight
We can be as one, tonight.

Broken bottles under children’s feet
Bodies strewn across the dead-end street.
But I won’t heed the battle call
It puts my back up
Puts my back up against the wall.” (U2)

Non possiamo non ascoltare anche le parole di una gioventù alla ricerca dei propri spazi, in un periodo in cui le concessioni familiari non erano poi così tante, come erroneamente si fa al giorno d’oggi, e così Cyndi Lauper con “Girls just want to have fun”, del 1983. Si respira un po’ di positività, volta all’emancipazione femminile e mentale, forse, in modo esagerato, sprezzante nei confronti della propria famiglia ma, tutto sommato, si tratta solo di un modo per urlare uno spirito libero tipico dei teenagers di qualsiasi epoca, ma con rispetto. -Le ragazze vogliono solo divertirsi ma tu, papà, sei sempre il numero uno – :

I come home in the morning light
My mother says when you gonna live your life right
Oh mother dear we’re not the fortunate ones
And girls they wanna have fun
Oh girls just want to have fun

The phone rings in the middle of the night
My father yells what you gonna do with your life
Oh daddy dear you know you’re still number one
But girls they wanna have fun
Oh girls just want to have

That’s all they really want
Some fun”

Questa è arte musicale, di artisti della musica, artisti che non moriranno mai, veramente, loro vivono nelle loro canzoni e continueranno a farlo. Si associano molto bene agli artisti contemporanei, quelli che raccontano storie attraverso immagini visive, a volte aggressive, a volte delicatamente stimolanti. Philippe Parreno, nel 2016, crea un’installazione stupenda proprio perché evoca la musica, e le immagini che ad essa possiamo associare, pur nel silenzio:

Philippe Parreno, 2016 - da estherschipper
Philippe Parreno, 2016 – da estherschipper

Un pianoforte immerso in un oceano fittizio, reso concreto dai palloncini a forma di pesce. La musica che riesce a suonare anche ovattata dall’acqua. Uno strumento, anche silenzioso, riesca a far sentire delle note presenti nella nostra mente. Ognuno di noi ha vissuto, parte della sua vita, ascoltando melodie, ognuno ha i suoi artisti preferiti, il suo genere più congeniale alle varie situazioni ma tutti, proprio tutti, conosciamo il suono che può scaturire solo da un pianoforte. Si guarda, si osserva e si ascolta, nell’estasi, momentanea, dell’introspezione uditiva legata alla propria memoria.

Un artista contemporaneo, Mino Lo Savio, nato nel 1922, dipinge “Strumenti Musicali”, nel 2002:

Mino Lo Savio, Strumenti musicali, 2002 - da IoArte
Mino Lo Savio, Strumenti musicali, 2002 – da IoArte

Il suo stile, molto particolare, resta sempre simile a sé stesso lungo tutta la sua carriera, anche in questa sua opera tarda, l’unica nella quale decide di ritrarre strumenti a corde. Nelle sue intenzioni, probabilmente, c’è proprio il desiderio di creare un’evocazione permessa solo dalla musica, solo da quelle note nell’etere che servono a ricordare antichi momenti:

“Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?”

(Giacomo Leopardi, “A Silvia”, 1828)

Paul Villinski, nato nel 1960 nello York, Maine, negli Stati Uniti d’America, ha dedicato parte della sua carriera a combinare strumenti musicali con farfalle, piccoli uccelli, snaturandone il concetto espressamente musicale:

Paul Villinski's Beer Can Butterflies - da Neatorama
Paul Villinski’s “Beer Can Butterflies” – da Neatorama

In questo caso, una chitarra brucia e dalla sua cenere nascono farfalle nere o cromaticamente vicine al colore del legno e del bosco da cui è stato preso il materiale per costruire lo strumento. Il simbolo della vita all’interno della devastazione, il simbolo di una nota che, sebbene spenta, potrà continuare, proprio come una farfalla, a volare nell’aria, giungendo alle orecchie di chi vorrà sentirla. Non importa quanto sia forte il rumore, non importa quanto si urli alla libertà, quanto si gridi contro la violenza, quanto si chieda perdono e quanto si aspetti di ricevere in cambio qualcosa di concreto, l’importante è, sempre, lo spirito con cui ci si avvicina ad un concetto estrapolandolo da sé stessi per renderlo di dominio pubblico. Qualcuno ci seguirà, apprezzerà il nostro lavoro, il nostro impegno, qualcuno, invece, ci criticherà, parlerà male di noi, cercherà di metterci in difficoltà. Ciò che conta avere ben chiaro in mente, nel cuore, è dove si vuole arrivare, non bisogna lasciare che qualcuno spenga il nostro fuoco che arde, nessuno dovrebbe avere l’ardire di credersi superiore. Dal nostro fuoco possono nascere tante farfalle e saranno proprio loro a raggiungere le menti di tutti coloro che vorranno unirsi a noi, nel nostro stile di vita, nella nostra lotta personale, nel nostro progetto lavorativo, lungo la strada che stiamo percorrendo. Marco Montemagno, un guru delle StartUp, un grande Public Speaker, ha detto, in uno dei suoi ultimi video, che non è mai importante quanti siano i nostri seguaci, l’importante è che siano fedeli. Ecco, è esattamente quello che vorrei trasmettervi. Non conta quanta gente voglia pensarla come noi, non importa che siamo milioni o decine, l’importante è che non ci abbandonino e continuino a credere in ciò che stiamo facendo perché saranno loro a darci la possibilità, e la forza, di andare avanti e crescere ancora.

Questo connubio tra musica e arte è una sommatoria credibile di quanto la vita ci sappia regalare stimoli. La musica fa parte degli stimoli sensoriali, uditivi, evocativi, introspettivi, l’arte visiva fa parte degli stessi stimoli pur non rilasciando alcun suono. Non è magia, è immaginazione, fantasia, sensibilità. Si tratta di evocare fantasmi buoni, gli Angeli Custodi, che ci sappiano consigliare il giusto scacciando il malvagio. Siamo sempre noi a dover decidere, sappiate, però, che il bello è bello per tutti, alla stessa maniera.

Arianna Forni

Philippe Guillerm - da Pictify
Philippe Guillerm – da Pictify

 

 

 

 

 

 

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