“La bellezza della natura suscita in me questo sentimento; un sentimento non so se di gioia, di tristezza, di speranza, di disperazione, di dolore o di piacere. E quando arrivo a questo sentimento, mi fermo. Già lo conosco, non cerco di sciogliere il nodo, ma mi accontento di questa oscillazione.”

(Lev Tolstoj)

La nostra Terra è la nostra Arte, noi viviamo in un cosmo fatto e creato nell’arte, per l’arte. Durante la fine degli anni Sessanta del Novecento, qualche artista ha compreso questa magia e ha ideato un modo per rendere giustizia al nostro pianeta, ovvero, creando arte nello spazio aperto della natura. Ciò che è emerso è qualcosa di spettacolare, lascia a bocca aperta, fa sorridere, rende possibile ammirare intallazioni superbe, perfettamente, integrate con il paesaggio circostante. Uno spettacolo nello spettacolo, un insieme di emozioni e di stimoli visivi e uditivi che solo il “plein air” riesce a garantire. La convivenza tra arte e natura è immediata, proprio perché un albero, di per sé, è arte e questo rende, immancabilmente, l’idea di quanto sia semplice introdurre qualsiasi cosa, parlandone in modo artistico, magari critico ma sempre artistico. La Land Art nasce, più precisamente, negli Stati Uniti, tra il 1967 e il 1968, con il chiaro intento di intervenire su di un luogo, espressamente, naturale, nei deserti, sui laghi, tra le montagne, nei boschi, nelle praterie. Ovunque ci fosse dello spazio per una installazione le possibilità di produzione e creazione avevano la chance di moltiplicarsi. La Land Art nasce in un contesto anti-formale rispetto all’arte consueta, in totale antitesi alla PopArt e al successivo costruttivismo, alla Op Art e all’Arte Cinetica. Si tratta di un percorso, non più solo iconografico, sensoriale, plasmabile attraverso varie percezioni ambientali, nonché, strutturali. Un ruolo fondamentale, nella Land Art, è giocato dalle condizioni atmosferiche che, in maniera del tutto ovvia, influiscono, in modo netto e radicale, sulla visione dell’opera stessa. Quante volte ci è capitato di dire “quel tronco sembra un elfo, quella nuvola assomiglia a un drago, questa pietra potrebbe essere un bambino addormentato”, ecco, la natura è arte perché riesce a creare evocazioni mentali, riesce ad aprire gli occhi verso qualcosa che, nella maggioranza dei casi, non esiste o, per lo meno, esiste solo per noi perché solo noi riusciamo a vederlo. Ogni artista, annoverato nell’elenco della Land Art, vede qualcosa in più rispetto a noi e cerca di regalarcelo attraverso installazioni destinate ad avere una fine. In natura tutto nasce e tutto muore, allo stesso modo vale per la Land Art che nasce, nella testa dell’artista, viene realizzata secondo svariate tecniche di produzione, si diffonde a macchia d’olio tra un pubblico di appassionati e poi, beh, poi svanisce, crolla, si distrugge, si cancella. Ciò che resta è il ricordo, l’emozione, il sentimento e, grazie alla tecnologia moderna, un’infinità di fotografie, video e servizi giornalistici. Proprio questa sensazione di caducità rende quest’arte ancora più potente e immediata. Va vista non appena è stata completata, realizzata nella sua interezza, altrimenti, domani, potrebbe, già, non esserci più. Stranezza immateriale di una sensazione palpabile ma inconsistente. Quest’arte riesce a rilevare la finezza dello spirito dell’uomo, di alcuni uomini, e la grettezza di altri che altro non riescono a vedere se non inutili creazioni, già morte prima ancora di vivere.

Saype, il cui nome sarebbe Guillaume Lagros, è un giovane artista del 1989. Autodidatta per natura, fissato con la psicologia umana e i problemi esistenziali, creati e non curati, da questo mondo infame. Attraverso le sue opere racconta storie pazzesche. Lui è semplice, lui dipinge sull’erba ma il risultato è true energy for life:

Saype,A story of the future – Rocher de Naye – 2017 - da Altervista
Saype,A story of the future – Rocher de Naye – 2017 – da Altervista

Una bimba che legge un libro, abiti campestri, scarpe grosse, potrebbe essere la figlia di un contadino di altri tempi, potrebbe essere l’immagine di un mondo che non esiste più o l’immagine stessa di un mondo reale, immerso nell’inconsistenza di un dipinto su di un prato, la cui vita, ahimé, dipende, esclusivamente, da quando quelle nuvole, all’orizzonte, si svuoteranno dell’unico elemento che possa, davvero, distruggere questa meraviglia. Lei è lì, silenziosa e solitaria, sorridente, divertita, nessuno può vederla a meno che non si tratti di un elicottero, di un drone. Lei è seduta comodamente sull’erba morbida, legge nel silenzio della natura ma se tu, uomo, fossi lì, accanto a lei, non potresti vederla, non riusciresti a disturbarla, forse, solo a farle il solletico ma non saresti in grado di udire nemmeno le sue risa. Come cambia l’emozione, il sentimento, il pensiero e la sensazione cambiando la propria prospettiva. Se pensi che valga solo per la Land Art ti sbagli, questo è un miracoloso escamotage per insegnarci quanto le cose possano cambiare se osservate sotto nuovi punti di vista.

Dennis Oppenheim, nel 1997, sradica un po’ il concetto di Land Art, restando in quell’open space naturale ma con una costruzione che, sola, sarebbe potuta risiedere in un ambiente esterno, aperto:

Device to Root Out Evil, 1997, Congegno per sradicare il demonio, nella sua precedente collocazione a Vancouver - da Wikipedia
Dennis Oppenheim, Device to Root Out Evil, 1997, Vancouver, dalla Biennale di Venezia 1997 – da Wikipedia

Il suo significato è, esattamente, quello di sradicare la presenza del Diavolo e, come tutti sappiamo, il Diavolo aleggia nel mondo, per chi ci crede, ed è all’esterno che bisogna combatterlo. Da questo concetto nasce l’esigenza di effettuare questa installazione in un prato, lontano da qualsiasi blocco chiuso che ne chiuda l’apertura fisica e mentale. “Scaccia il demonio e sarai salvo”, questa costruzione non vuole avere diretti riferimenti religiosi per non risultare blasfema ma è chiaramente una piccola Chiesetta, senza Croci e senza riferimenti Biblici ma con una forma inequivocabile. Il Diavolo e l’Acqua Santa, una lotta continua, a volte si vince altre si perde. Oppenheim ha cercato, con questa installazione di vincere per sé e per tutti; nell’intento ce l’ha fatta, nel contesto ci è riuscito alla perfezione, nell’insieme, purtroppo, ha dimenticato quella sfera di persone che se ne fregano dell’arte e, ancora di più, se ne fregano di proteggere il bene, in un mondo, fondamentalmente, malato.

Un altro artista di livello, nel contesto della Land Art, è Richard Long, un esempio può essere la sua “Houghton Cross”, del 2016:

Richard Long, Houghton Cross, 2016 - da BeLong
Richard Long, Houghton Cross, 2016 – da BeLong

oppure:

Richard Long, Full Moon Circle, 2003 - da Haughton Hall
Richard Long, Full Moon Circle, 2003 – da Haughton Hall

Entrambe le opere hanno un non so che di magico, quasi fossero una continuazione di Stonehenge, ma è “Full Moon Circle” ad avere quel qualcosa in più. Un cerchio fatto di pietre, tutte piatte, tutte simili, se vogliamo proprio trovare un paragone, alle tegole delle case valdostane, chiamate, scendendo nel dettaglio, lose o piode. Un cerchio lunare perfetto, nella sua perfezione addossato ad un prato verde, proprio come la Luna si appoggia al cielo, al suo Universo personale. In questo caso è la Terra stessa a fare da Universo a questa Luna piena, al richiamo per i Lupi Mannari, per gli ululati della foresta, per le Streghe, i Folletti e i Maghi di tutto il mondo. Una Luna, nuova. Una Luna che, nel sole porta speranza, con la pioggia, probabilmente, si colora di lugubre tempesta interiore, lasciando presagire un funesto futuro, contro la beltà di quest’immagine ricca di speranza.

Questa strada a spirale, concentrica di Robert Smithson, uno spettacolo circondato dallo spettacolo del mare, dalla calma mischiata alla tempesta mentale, in grado di creare un turbinio di pensieri e di desideri, realizzabili e irrealizzabili:

Land Art Robert Smithson - da Medium
Land Art Robert Smithson – da Medium

Avrà vita breve, o forse no, avrà una sua vita, come tutti noi, avrà tante cose da dire, diverse, ad ognuno di noi. L’incanto e la paura, la bellezza e l’abominio interiore, il Paradiso e l’Inferno. La lettura non è semplice ma è d’impatto visivo abnorme, sublime, come sublime è il processo mentale con cui si prova a dare una risposta all’opera stessa.

La Land Art, però, non sempre si esplica all’aperto, nel senso di “plein air”:

Walter De Maria's Large Red Sphere at Kunstareal in Munich, 2010 - da E-Flux
Walter De Maria’s Large Red Sphere at Kunstareal in Munich, 2010 – da E-Flux

Walter De Maria ha posizionato una enorme sfera rossa al centro di un edificio aperto proprio davanti alla grande palla, ne possiamo vedere il nitido riflesso al centro della stessa. L’impostazione di Land Art sta proprio nella vista dell’opera dall’esterno, nel suo specchio che rende l’idea di un buco, di un seguito, di una porta spazio temporale in grado, forse, di portarci altrove, velocemente, rapidamente, senza nemmeno lasciarci rendere conto, senza lasciarci scegliere. Angoscia e desiderio di provare a lanciarsi contro quella sfera, paura senza sapere di cosa. Dai, proviamo, andiamo, buttiamoci, tanto peggio di così non potrebbe mai andare. In un’altra dimensione, chissà, magari al posto dei politici potremo trovare un’altra sfera, un altro Occhio, che tutto vede e a tutto provvede. Ci avete mai pensato? L’Occhio Supremo, magari, esiste davvero.

Natura e Arte, Arte e Natura, due personaggi estremi di questo mondo, di questa Terra. Terra vuol dire vita, Vita vuol dire Pensiero e Pensiero vuol dire Creazione. L’uomo è nato per creare, non importa che tu sia artista, di qualsiasi genere, non importa che tu sia un professional one, non importa tu sia The Greatest Gentleman, with The Greatest Coat on, la sola cosa che conta è che tu sappia fare del tuo meglio per rendere grazie ad ogni giorno ti sia reso disponibile per fare di te stesso, e del tuo piccolo mondo moderno, un’opera d’arte.

Arianna Forni

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