“Per amore venne in furore e matto, d’uom che sì saggio era stimato prima.”

(Ludovico Ariosto, “Orlando Furioso”, 1516)

Le favole inerenti al mito di Narciso sono davvero un’infinità, è un personaggio inflazionato, richiamato, giorno dopo giorno, con le connotazioni più svariate. Narciso è Narciso, è un personaggio negativo, nella sua negatività è riuscito ad insegnare molte cose, sia ai suoi tempi che nel bel mezzo dei nostri. L’avidità, la sicurezza esasperata in sé stessi, l’isolamento, la convinzione di bastarsi da soli per superare le avversità della vita, l’assurgersi a divinità, il senso di onnipotenza, di bramosia, l’egocentrismo cosmico, sono tutte caratteristiche capaci di rendere l’uomo asociale, apatico fino allo stremo delle forze, fino alla frustrazione causata dalla solitudine, creata con consapevolezza, convinti di potercela fare, sicuri di essere meglio di chiunque altro al mondo. Ovidio, nel mito di Eco e Narciso, racconta una favola straziante. Un amore non corrisposto tra la ninfa Eco e Narciso, figlio del Dio fluviale Cefiso e della naiade Liriope. Sarebbe stato così semplice. Sarebbe bastato che il giovane Narciso desse ascolto ai suoi genitori; erano stati chiari, sarebbe vissuto molto a lungo, senza problemi, senza difficoltà, né apparenti né effettive, ma non avrebbe mai dovuto rimirare il riflesso del suo volto. Ai giovani, si sa, basta dire di non fare una cosa per vedergliela fare quasi nell’immediatezza. Forse, a quei tempi, i genitori non erano ancora così svegli da evitare questa, catartica, rivelazione. Fatto sta che Narciso inizò a sentirsi richiesto, amato, ammirato, circondato dalle ninfe innamorate e dagli amici in adorazione. Lui, no, rifiutava qualsiasi rapporto, scacciava tutti. Voleva stare solo, solo con sé stesso e la sua beltà nonostante ancora non la conoscesse. Finché, un giorno, la ninfa Eco non cercò, invano, di insistere, mangiata da dentro da quell’amore attanagliante. Provava, provava, provava ancora ad avvicinarsi al bel Narciso ma lui continuava a mandarla via, a maggior ragione lo fece in un giorno di sole, vicino ad uno specchio d’acqua limpido e immobile. Lei era lì, come sempre, e lui non riuscì a fare altro se non abbassare lo sguardo, per evitare di vederla, cadendo nell’errore di guardare il suo bel viso riflesso nell’acqua. Fu la fine, per la ninfa, distrutta dal dolore di essere rifiutata, si consumò fino a lasciare solo un alito di sé stessa, solo un Eco, appunto. Fu la fine, per Narciso, innamoratosi di sé medesimo, decise di non muoversi più da quel luogo, contiuando a guardarsi, osservarsi, crogiolandosi nell’effetto stesso che la sua bellezza aveva su di lui. Senza mangiare, senza bere, senza un contatto se non con i suoi occhi impersonali, da solo, fino alla morte. Il mito vuole che, nel punto esatto in cui Narciso perse la vita, nascesse un fiore, il Narcissus, in memoria di cotanta stupidità fatta di egocentrismo e onnipotenza sfrenata. La favola parla da sola, non servono ulteriori spiegazioni, credo che si inserisca, in modo quasi perfetto, all’interno del nostro mondo, in questo 2018 fatto di apparenze, di chirurgia plastica e di immagini perfette, personali, uniche e, sempre, migliori rispetto a quelle degli altri. La cosa che stupisce di più è la data di scrittura del testo che racchiude questo mito, “Metamorfosi”, ultimato, da Ovidio, più o meno, nell’8 d.C.; resto convinta di una cosa: negli albori del mondo qualcuno doveva già sapere cosa ne sarebbe stato di noi. Non c’è altra spiegazione. Narciso, tutti siamo un po’ come lui, nessuno, però, desidera trasformarsi in un fiore che, per quanto bello, resta e resterà solo e soltanto un fiore, dalla beltà infinita ma dalla vita breve, ancor più breve se reciso.

John William Waterhouse, nel 1903, dipinse il momento, struggente, della fine della ninfa Eco e dello sciocco Narciso:

John William Waterhouse, Eco e Narciso, 1903 - da Wikipedia
John William Waterhouse, Eco e Narciso, 1903 – da Wikipedia

“Tanto bello e tanto scioco; La bellezza non fa l’intelligenza dell’uomo; Le donne sono infinitamente deboli e si lasciano sopraffare e annientare dall’amore; Le donne farebbero di tutto pur di attirare l’attenzione di chi non le merita; Avere la sindrome della crocerossina….”. Questi sono solo alcuni dei luoghi comuni sulle persone e sull’amore, sono una goccia nel mare rispetto a quelli citabili in un contesto come quello di “Eco e Narciso”. Lui, di certo, non brillava né per intelligenza né per lungimiranza e lei, beh lei, ha commesso il femminicidio di sé stessa, consapevole di amare un ragazzo dalla mente, totalmente, ottenebrata. D’altra parte, tanto per tornare sui luoghi comuni, “chi è causa del suo mal…pianga sé stesso”, in questa circostanza c’è poco da piangere, non si sono lasciati scampo, né l’una né l’altro. Parallelamente, tanto per non risultare “di parte”, non brillavano per acume. Il Mito insegna, o almeno così dovrebbe, l’uomo impara, o almeno così dovrebbe. Eppure, di uomini narcisisti ce ne sono talmente tanti da non poterli nemmeno contare. Eppure, di donne crocerossine, innamorate dell’uomo sbagliato, fino a devastare sé stesse, nel corpo e nella mente, ce ne sono ancora di più. A quel tempo, c’è da dirlo, Eco è stata talmente sciocca da suicidarsi; al giorno d’oggi i narcisisti, convinti di essere l’unico Dio onnipotente per la loro donna, se lasciati si vendicano, non a parole, non con una sberla, che sarebbe già legalmente punibile, non con le lacrime e l’implorazione, bensì con l’omicidio, meglio detto come femminicidio. Non bastava sapere che le donne, ormai, vengono uccise dagli uomini sempre più spesso, no, bisognava coniare un neologismo perché, forse, “donna accoltellata dal marito perché aveva chiesto la separazione” non era sufficiente a rendere l’idea. Femminicidio, invece, è un termine molto più incisivo, più appropriato. Mi sconvolge persino l’idea che l’Accademia della Crusca sia stata accondiscendente verso questo abominio letterario. Basterebbe un po’ di educazione al quieto vivere, all’accettazione del prossimo, alla consapevolezza di non essere né onnipotenti né insostituibili. Non servirebbe aggiungere nessun termine al vocabolario già, sufficientemente, gremito di parole inutili – non voglio aprire alcuna parentesi anche se “petaloso” è raccapricciante, da accapponare la pelle, chiusa la parentesi. – Tanto quanto non si è indispensabili sul posto di lavoro, allo stesso modo, si può non esserlo in una coppia. Arrivederci e grazie, dovrebbe essere l’unica ending possibile.

Torniamo all’arte, a quel Narciso, ritratto in una fotografia moderna (in apertura) da un fotografo israeliano, Adi Nes, nato nel 1966. Ha trascorso parte della sua vita a studiare fotografia, ha tenuto mostre molto importanti da Tel Aviv a San Diego, fino al Wexner Center for the Arts, nell’Ohio State University. I suoi soggetti sono, nella maggioranza dei casi, uomini israeliani, dalla pelle olivastra, considerati, dai più, come fossero arabi e quindi temuti, rifiutati, scacciati come fossero il Demonio. Ha cercato, attraverso le sue immagini, di cancellare la discriminazione raziale nei confronti di un popolo mite. Dal punto di vista artistico ha saputo creare fotografie di sicuro impatto visivo accaparrandosi il favore della critica. Ha saputo raggiungere persino Sotheby’s, con una stampa dal titolo “Soldiers”, venduta a 260.000 sterline, nel 2007. Questo Narciso moderno non è diverso dagli altri; è solo, nella penombra della sera, davanti ad uno specchio d’acqua, in attesa della sua stessa fine, da lui stesso cercata, nella struggente incapacità di smettere di vedere i suoi splendidi occhi.

Benczúr Gyula, pittore ungherese, nato nel 1844 e morto nel 1920, riuscì a ritrarre un Narciso diverso dagli altri, ancora più potente, nella drammaticità dello scioglimento di quel nodo narrativo del mito di Ovidio:

Benczúr Gyula (1844-1920), Narcissus (1881), Magyar Nemzeti Galéria, Budapest
Benczúr Gyula, Narcissus (1881), conservato nella Magyar Nemzeti Galéria, Budapest – da Wikipedia

La luce, in arte e non solo, fa miracoli, cambia la prospettiva, cambia l’emozione e il proprio punto di vista. In questo caso Narciso è illuminato solo nella parte alta del dorso, in quel viso che tanto lo fece innamorare, fino a condurlo alla sua stessa morte. La lucidità con cui Gyula, nel 1881, è riuscito a dipingere il suo Narciso è spettacolare. Davanti ad un’opera come questa è impossibile non soffermarsi, non innamorarsi, noi stessi, di quel povero e sciocco ragazzo, così bello da colpire anche noi, nel profondo del cuore. Perfetto nei lineamenti, perfetto e plastico nei movimenti, seducente nonostante i suoi occhi siano, a noi, nascosti. Ciò che conta, nell’arte, non è solo il soggetto rappresentato ma anche, e soprattutto, come viene rappresentato. Tra tutte le varie iconografie, legate al mito, questa è, forse, la più penetrante, per l’anno di realizzazione, per la catarsi del divenire di quel giovane semi-Dio mortale. Un punto fermo, un’anima venduta al Diavolo, quasi fosse “The Picture of Dorian Grey”, Oscar Wilde, nel 1890, magari anche lui, come tanti, si è lasciato ispirare proprio da Ovidio.

Il narcisismo è, in definitiva, una fede sradicata dalla religione che pone il proprio Io al centro dell’Universo, al centro del Cosmo, come se non esistesse altro al di sopra del proprio ego. Una patologia psichiatrica, una malattia infernale, un modo per autodistruggersi. Egocentrico, vanitoso, indifferente ad un gruppo sociale che, da solo, basterebbe a salvare la vita allo sciocco di turno. Un narcisismo mediocre può essere fashion, può fare tipo, come si diceva negli anni Ottanta, può essere un sistema sociologico e sociopatico di assurgere sé stessi in modo da farsi idolatrare dagli altri. Il Narciso di oggi sta solo cercando attenzioni, chiede aiuto, chiede comprensione, chiede ascolto che, forse, sente di non ricevere a sufficienza. Il Narciso di oggi, probabilmente, non aspetterà di morire davanti ad uno specchio ma cercherà di far morire gli altri con le sue richieste di immotivati complimenti, fino a rendersi talmente pesante da restare solo, accorgendosi, suo malgrado, dell’errore commesso. Viviamo in un mondo difficile, dovremmo cercare di renderlo meno opprimente inserendoci nell’ambiente che ci circonda, camminando in punta di piedi per evitare di rompere gli equilibri instabili di chi ci sta accanto. Se sei Narciso fai in modo di esserlo nel salotto di casa tua quando non c’è nessuno, per il resto scendi con i piedi per terra e ridi, ridi fino a sentire male alla pancia, ridi di gusto, ridi dei tuoi pregi ma ridi, allo stesso modo, dei tuoi difetti. Ridi di te stesso e ti accorgerai di quanto tu sia più bello se riesci a far ridere anche gli altri. Questo è l’unico modo per vivere una vita serena, nel bene e nel male, tanto prima o poi il legno che brucia si ridurrà in cenere e, ahimé, vale per tutti.

Arianna Forni

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