“Sometimes you picture me–
I’m walking too far ahead
You’re calling to me, I can’t hear
What you’ve said–
Then you say–go slow–
I fall behind–
The second hand unwinds

If you’re lost you can look–and you will find me
Time after time
If you fall I will catch you–I’ll be waiting
Time after time”

( Cyndi Lauper, “Time after Time”, 1983)

Il concetto di ricollocamento, nostro malgrado, è un aspetto attualissimo, sia in campo lavorativo che in campo personale. Al giorno d’oggi, l’importante è sapersi reinventare, saper trovare il proprio spazio all’interno di una società dove c’è tutto, dove diventa difficile ideare qualcosa di nuovo, dove è quasi impossibile farsi riconoscere per capacità, destrezza, simpatia, o qualsiasi altra peculiarità si possa avere. C’è troppa concorrenza e troppi, infiniti, canali attraverso i quali promuoversi. Ognuno di noi ha, davanti agli occhi, Personaggi dai più insoliti, poco canonici, fuori dagli schemi, ai più classici, ricchi, ereditieri, persone già note, per cognome o estrazione, con chance in più rispetto agli emeriti sconosciuti. Bisogna lottare, giorno dopo giorno, per giungere ad un livello di sopravvivenza, magari soddisfacente, che ci permetta, oltre ad essere noi stessi e a sorridere, anche a mangiare. Il vile denaro non farà la felicità ma, diamine, aiuta, eccome. Ci sono situazioni nelle quali sarebbe meglio non trovarsi, a volte sarebbe meglio avere una buona inclinazione verso l’adattamento e il sapersi accontentare, ciò determina un condizionamento stabile, inflessibile, privo di velleità e grandi obiettivi in cui gli stress diminuiscono, fino ad azzerarsi. Bisogna esserci portati. Non siamo tutti così, meno male, molti di noi sanno con esattezza dove vogliono arrivare e anche, tra le righe infernali di un mondo ostile, come percorrere la loro strada. Già, come? Bisogna abituarsi a suddividere il tempo, a gestire le proprie giornate senza affossarsi nel lavoro e nello stacanovismo sterile. Purtroppo è la qualità a fare la differenza, della quantità interessa poco, a meno che non si sia, davvero, in grado di produrre capolavori eccezionali quasi fossimo una catena di montaggio. Mi sto rendendo conto di quanto, moltissimi giovani, per giovani intendo anche i finti giovani, ovvero i trentenni, si ritrovino soli ad affrontare le loro ambizioni. Soli davanti al computer a pensare ad uno stratagemma per avviare quel miracolo apparso, miracoloso, nella loro mente. Sono soli perché, ormai, di gente che investe nei progetti degli sconosciuti non ce n’è, non si trovano, si nascondono, impallidiscono e si volatilizzano come neve al sole. Non siamo in un periodo in cui trovare lavoro sia cosa facile, il denaro manca quasi a tutti e sono proprio quei tutti ad avere, non dico geniali, ma belle idee da promuovere o sviluppare. La domanda torna a far da macigno sulle nostre schiene: come? Darsi una mano sarebbe un buon punto di partenza. Siamo sempre lì, se hai un Santo in Paradiso risulta tutto semplicissimo e immediato, se non ce l’hai è meglio tirarsi su le maniche e cercare, a suon di sgomitate, evitando i cecchini, di focalizzarsi su una singola cosa, non troppo complessa e, soprattutto, very very cheap. Si può fare, non è detto che, prima o poi, intorno agli 80 anni probabilmente, qualcuno si accorga di noi, nel frattempo teniamo occupato tempo e mente, l’importante è credere in sé stessi e nei propri progetti. Gli artisti sono la dimostrazione di quanto sia difficile, o semplicissimo, sfondare il muro del suono ed entrare nell’elenco dei quotati. Qualcuno ci mette tutta la vita, altri, pur essendo ragazzini, riescono a ritagliarsi uno spazio, prima piccolino, e poi sempre più grande, in cui gestire, e interagire, con la propria produzione. Ad ognuno le sue fortune e ad ognuno i suoi meriti, nessuno fa strada solo ed esclusivamente per strane coincidenze astrali. C’è da dire una cosa, ci sono alcune categorie più richieste, ricercate e maggiormente favorite dalla sorte, di altre. Gli ultimi anni sono stati una fucina per la creazione di nuovi lavori il cui caposaldo è l’inutilità inconsistente di ragazzetti boriosi, con il bel faccino e una netta predisposizione per comparire nei locali più cool, più fashion, con l’inguaribile faccia tosta di saper vendere sé stessi sulla base di qualcosa che non hanno o che, se hanno, non serve. La dura legge dei laureati contro i marketer di sé stessi, senza scrupoli, senza vergogna e senza limite ai compromessi. Purtroppo, tutto questo, parte dall’educazione svilita e svilente delle famiglie le quali, a loro, volta, non esistono più, anzi, esistono eccome e sono allargate. Non so se definirmi vecchia o tradizionalista ma, per me, la famiglia è una e di allargato non ha proprio niente a meno che non si compri una casa più grande o non resusciti un parente lontano. Di questi tempi è più facile che resusciti un trisavolo piuttosto di raggiungere l’agognata casa nuova ma, detto questo, la famiglia è un nucleo ben stabilito, con dei ruoli e dei saldi individui a reggerne le fila. Miscugli, intrallazzi, amanti, fratellastri, ex mogli che passano il pranzo di Natale con la nuova compagna del marito a cui poi faranno da testimone e figli sbattuti in giro per il mondo, per non averli tra i piedi, non rientra nel mio ordine di idee. Faccio già fatica a concepire il termine separazione, figuriamoci tutto il resto. In questa società martoriata dall’inciviltà e da un retrogrado, e animalesco, modus operandi, siamo costretti a trovare spazio per respirare, vivacchiare e, prima di tutto, lavorare.

Il rapporto familiare è ancora un centro focale per alcuni artisti contemporanei. Giuseppe Mascarini, nel 1930 dipinge “Madre e Bambina”:

Mascarini Giuseppe - Madre e Bambina - 1930 a - da AnicoArte
Mascarini Giuseppe – Madre e Bambina – 1930 a – da AnicoArte

Un quadro meraviglioso, sentimentalmente commovente proprio per la semplicità della situazione. Una mamma che gioca con la figlia, avrà due o tre anni, sta scoprendo il mondo e lo sta facendo insieme all’unica persona di cui si possa, davvero, fidare. La meraviglia di quest’opera non è il soggetto, semplicistico, naturale, normale, è proprio quella normalità ormai anormale, quell’intrinseca necessità di una mamma di stare con la figlia senza pensare alla carriera, agli amanti, alle amanti del marito e alla prossima separazione. Mascarini vuole trasmettere serenità, amore materno, familiare, qualcosa che non dovrebbe mancare mai e poi mai nella vita di tutti noi, sia da bambini che da adulti. Ciò che potrebbe succedere dopo non è dato a sapere ma l’immagine parla chiaro, non credo ci sia molto da aggiungere. Sarebbe bello avere tutte le famiglie unite, costruite su fondamenta forti, con la concretezza dettata da un contratto “a tempo indeterminato” senza possibilità di licenziamento.

Stiamo vivendo in un mondo basato sulle regole ferree di Willy il Principe di Bel-Air, prodotto negli Stati Uniti d’America tra il 1990 e il 1996: “Ehi, questa è la maxi storia di come la mia vita è cambiata, capovolta sotto sopra sia finita”:

Carsten Höller, Upside Down Mushroom Room, 2000. Foto Attilio Maranzano. Courtesy Fondazione Prada - da Fondazione Prada
Carsten Höller, Upside Down Mushroom Room, 2000. Foto Attilio Maranzano. Courtesy Fondazione Prada – da Fondazione Prada

Carsten Höller con la sua “Upside Down Mushroom Room”, ora presente alla Fondazione Prada di Milano, ha reso perfettamente l’idea di una “vita cambiata, capovolta sottosopra”. L’impatto è strano, in molti si sdraiano sul pavimento e si fanno fotografare come se fossero sul soffitto della stanza, in un gioco di specchi. L’uomo è un animale semplice, più o meno tutti reagiscono allo stesso modo, più o meno tutti si chiedono il motivo di quest’opera d’arte così assurda. Höller non rientra nel genere dell’assurdo, è, più che altro, un artista tecnologico, ha fatto di sé un portatore di energia, nel vero senso della parola, risultando di interesse anche per varie promozioni della stessa ENEL:

Enel Contemporanea Award 2011 selected Carsten Höller as the winner of the award for the annual production of an original artwork on the theme of energy. - da AAJ Press
Enel Contemporanea Award 2011 selected Carsten Höller as the winner of the award for the annual production of an original artwork on the theme of energy. – da AAJ Press

Ossessionato dai Luna Park progetta diverse opere che sembrano dei veri e propri giochi da Disneyland, come questa (sopra), ad esempio, oppure questa (sotto):

Carsten Höller German 1961–, worked in Sweden 2000 - da NGV
Carsten Höller German 1961–, worked in Sweden 2000 – da NGV

o ancora, più spettacolare:

CARSTEN HÖLLER- DECISION London-1 - da The Londoner
CARSTEN HÖLLER- DECISION London-1 – da The Londoner

Uno scivolo artistico. Quasi una porta spazio temporale addossata ad un semplice palazzo. Dai entriamo ad Hogwarts. Appare affascinante, attira il pubblico, fa scrivere molti articoli, finisce nei telegiornali, insomma, fa parlare di sé in modo continuativo, dandosi un tono e facendosi un nome in crescita esponenziale. In questo caso, l’arte si fonde con l’ingegneria meccanica, per quanto l’utilità di uno scivolo non so quanto possa essere determinante, in quest’ambito. Si gioca sempre con il concetto di ricollocamento, trasformazione di una propria innegabile sapienza in un oggetto facilmente pubblicizzabile che sia marketing di sé stesso e del proprio ideatore. Si entra in un loop infinito nel quale, se si è giocata bene la prima carta, risulata quasi impossibile uscirne.

Allora mi sovviene questa ragazza dipinta da Pier Toffoletti, di cui vi ho mostrato un’opera in apertura:

bodysplash series Pier Toffoletti 2
bodysplash series Pier Toffoletti – da Pier Toffoletti

Entrambe le ragazze hanno una postura che sembra dire: “Siamo seri?”. Purtroppo la risposta non cambia, lo siamo eccome anche quando non vorremmo esserlo. Vorrei poter rispondere che, no, stiamo scherzando, è tutto un bluff sarcastico e teatrale, non lo è. Questa società è stata costruita da uomini incapaci di tenere fede ad una promessa di matrimonio, figuriamoci se possano trovare una soluzione allo spread.

“Meditate, gente, meditate”, un tormentone lanciato, nel 1980, da Renzo Arbore nel corso della réclame della AssoBirra, noi, nel frattempo, continuamo a meditare, magari, evitando l’alcool, non sarebbe male.

Concludiamo con un po’ di “Speranza” di Luisella Traversi Guerra, del 2012:

Esposizione LTG
Luisella Traversi Guerra, “Speranza”, 2012 – da Artribune

Una “Speranza” colorata, viva, rigogliosa e ridondante. Una speranza vera, cresciuta nel cuore della sua ideatrice, un’italiana nata nel 1944 a Borgonovo. Ha trascorso tutto il suo periodo artistico dividendosi tra arte visiva e scrittura, ha sempre giocato molto con i colori rendendo perfettamente l’idea di ciò che aveva in mente. La trovo spettacolare nella sua semplicità vivace e accattivante. Anche questa è la speranza in un mondo migliore, quel mondo in cui si riesca a ritrovare spazio per tutti noi, per tutti quelli che se lo meritano davvero a prescindere da altri compromessi, più o meno evidenti. Non ha importanza cosa tu faccia e perché, basterebbe essere valutati secondo una corretta meritocrazia, secondo un voto concreto e realistico, di fronte ad una giuria imparziale che sappia alzare delle palette numerate senza preconcetti o, peggio, pre-decisioni, passatemi il termine.

Il tempo è poco per tutti, ogni giorno trascorso diminuisce e ci si avvicina ad un altro tempo in cui le nostre idee saranno superate, circondate da un vortice in continuo movimento, disturbato da fattori esterni verso i quali noi, comuni mortali, non abbiamo controllo.

“C’è solo un modo di dimenticare il tempo: impiegarlo.”

(Charles Baudelaire)

Cerchiamo di impiegarlo al meglio senza sprecare nemmeno un secondo. La vita è una per tutti, quello che sarà dopo, se sarà, non riguarderà, di certo, ciò che stiamo facendo in questo preciso momento. Impieghiamo il tempo per impegnarci, per approfondire, raccogliamo le forze per uscire a sgomitare prima che qualcuno, senza meriti, ci calpesti. Facciamo del nostro meglio, sono certa che, con la Speranza sempre viva nei nostri cuori, prima o poi, ci sarà luce sul fondo del tunnel.

Arianna Forni

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