“Credo fermamente che la parola sia non soltanto il mezzo di espressione, ma una parte del pensiero stesso. La parola è il più puro mezzo dell’arte”

(Carlo Maria Franzero, “Il fanciullo meraviglioso”, 1920)

Parlare è una cosa meravigliosa, farsi intendere, poi, è qualcosa che rasenta la perfezione artistica dell’uomo. Conoscere, almeno, la propria lingua madre dovrebbe essere la base sulla quale costruire tutta la propria esistenza. Parlare, parlare tanto, parlare poco, parlare bene, ecco, questa è l’alchimia più rara, a questo mondo. Eppure, da sempre, chi sa parlare attira le folle, cattura l’attenzione, riesce a calamitare l’interesse ed è, soprattutto, convincente. Per farsi ascoltare, per avere credito, per entrare nel ricordo della gente, acquisire stima e trasmettere fiducia è indispensabile, ripeto indispensabile, saper parlare correttamente, con un utilizzo ampio dei vocaboli, una perfetta conoscenza della grammatica e, per assunto, una buona capacità di sintesi. Creare un focus, esprimersi rapidamente, in modo garbato, eloquente, incisivo, volto all’ottenimento del proprio scopo personale, è la base di qualsiasi dialogo. Non si può intrattenere nessun tipo di rapporto senza avere le basi per affrontare una buona comunicazione verbale. Non escludo l’importanza sociale, e sociologica, della comunicazione non verbale ma, ci tengo a precisare, si tratti, esclusivamente, di un corollario ad una ineccepibile esposizione. Iniziamo dal significato etimologico del termine parola, senza appesantire troppo il concetto, cito una parte della definizione tratta dal solito Vocabolario Treccani:

paròla s. f. [lat. tardo parabŏla (v. parabola1), lat. pop. *paraula; l’evoluzione di sign. da «parabola» a «discorso, parola» si ha già nella Vulgata, in quanto le parabole di Gesù sono le parole divine per eccellenza]. – 1. Complesso di fonemi, cioè di suoni articolati, o anche singolo fonema (e la relativa trascrizione in segni grafici), mediante i quali l’uomo esprime una nozione generica, che si precisa e determina nel contesto di una frase. a. Intesa come unità isolabile nel discorso (nel qual caso è in genere sinon. di vocabolo), con riguardo alla sua natura, alla formazione e ad altri aspetti e qualità[…]”

Presterei massima attenzione a questo concetto: singolo fonema che si precisa e determina nel contesto di una frase. Una frase, per potersi definire tale, deve avere, almeno, un soggetto, ben identificabile, un verbo, corretto, se possibile, e un complemento, ben correlato al soggetto in questione. Non appare così difficile, i bambini di prima elementare iniziano ad imparare proprio queste nozioni, dovrebbero risultare al limite del ridicolo in età adulta, ma, purtroppo, non è così scontato che lo siano. Capita, infatti, di ascoltare, o, ancora peggio, leggere, frasi incomprensibili, pronunciate, o scritte, senza una logica e senza un minimo di amor proprio. Dico amor proprio perché dovrebbe essere umiliante non riuscire a farsi capire, non essere capaci di parlare nella propria lingua, non essere autonomi nell’esposizione di un pensiero; dovrebbe essere umiliante farsi correggere da propri pari ma, a quanto sembra, in tali circostanze, scattano grosse risate utili a mettere in difficoltà il sapiente anziché l’ignorante. Si sono invertiti i ruoli, è colpa dello svilimento continuo a cui stiamo assistendo, o, almeno, assistiamo, noi, possessori di quell’infarinatura culturale più o meno dettagliata. La lingua, la parola, l’esposizione, sono doni che l’uomo ha rispetto al mondo animale, vanno coltivati in modo che possano crescere e aumentare di spessore, nel corso degli anni. Non essere in grado di esprimersi è peggio dell’eresia, è aberrante, è da brividi. Sarebbe entusiasmante poter creare un sistema di ripasso generale, mondiale, della propria lingua madre che possa dare a tutti le stesse possibilità di conoscere, finalmente, la magia del bel parlare. Una gioia infinita, per sé stessi e, soprattutto, per chi ci deve ascoltare.

Alphacrete by Seletti - da Artwort
Alphacrete by Seletti, design- da Artwort

“La parola è potere: parla per persuadere, per convertire, o per costringere.”, la frase venne pronunciata da Ralph Waldo Emerson, uno scrittore, filosofo e saggista statunitense, nato nel 1803 e morto nel 1882, i suoi studi vertevano, principalmente, sulla connessione tra fare ed essere dell’uomo, su aspetti, quindi, etico – pratici presenti nella vita di ognuno di noi, tra cui il parlare, l’esprimersi, la comunicazione. Nell’Ottocento era, sicuramente, più facile intendere il bel parlare come una forma di costrizione, di conversione e di persuasione, oggi possiamo cancellare la costrizione ma possiamo, con ottime dimostrazioni pratiche, mantenere sia la conversione che la persuasione. Persuadere significa sapersi insinuare nell’animo umano, di qualcuno che ci sia vicino, in modo da convincerlo delle nostre buone intenzione, oppure cattive ma escluderei questa possibilità per ovvie e chiare motivazioni. La conversione, non legata, esclusivamente, alla religione, è un cambiamento di rotta rispetto ai nostri pensieri iniziali, convertiti sulla base di spiegazioni dettagliate e, per l’appunto, convincenti, esposte da qualcuno dotato di una buona, se non ottima, capacità di narrazione. Il narratore, tanto per fare qualche cenno storico, deriva dai menestrelli, dai cantastorie antichi, unici portatori sani di una buona dialettica, piacevole da ascoltare, con un fondo, sottile, legato ad una morale capace di far cambiare alcuni aspetti della vita quotidiana. Oggi, nonostante sarebbe magnifico sentir parlare correttamente in qualsiasi luogo e in qualsiasi circostanza, i grandi oratori sono, solo, i professori, i rettori universitari, i public speaker di livello, escluderei dall’elenco i presentatori televisivi che si sono, perfettamente, inseriti nel contesto, poverissimo di linguaggio, dell’audience. Sarà, forse, questo il motivo per cui proseguono, alla grande, programmi come Il Grande Fratello, L’isola dei Famosi, Uomini e donne, Temptation Island e via dicendo? Non mi esprimo ma, infondo, mi sono già espressa. Ritengo che, prima di tutto, per essere ascoltati, oltre a saper ascoltare, bisogna saper parlare, bisogna saper parlare bene. Non basta far uscire suoni gutturali dal significato non ben identificato per dirsi capaci di parlare, bisognerebbe trovarsi di fronte ad una commissione e farsi giudicare, pesantemente. Forse, il giudizio, aiuterebbe a trovare le motivazioni per riprendere in mano i libri e riportarsi ad un livello socialmente accettabile. Il problema risiede nell’educazione scolastica, prima di tutto, nelle famiglie, in secondo luogo, e nelle frequentazioni. Se ogni mattina al bar si sente parlare gente che non ha la minima idea di cosa sia un congiuntivo e una costruzione grammaticale di una frase sarà impossibile, per la maggioranza di coloro ancora poveri di linguaggio, accrescere le proprie conoscenze. Questo è il motivo per cui, dopo un attento e minuzioso censimento, rispedirei sui banchi tutti quelli che non riescano a distinguere una forma verbale da un’altra, non siano in grado di mettere gli apostrofi al posto giusto, gli accenti laddove vanno posizionati, secondo una logica acuta o grave, non sappiano distinguere un complemento, non abbiano idea di cosa possa essere un aggettivo e di come vada utilizzato, per non parlare dell’ordine con cui posizionare ogni tassello di una frase, in modo da esprimere un concetto chiaro, limpido. Fatto questo bisognerebbe, immediatamente, passare all’eliminazione di ridondanze inutili e ad una sana esposizione breve e concisa. Vi sembra difficile? Vi sono dei momenti in cui mi sento, io stessa, in difficoltà nei confronti di chi ho di fronte e si sta arrampicando sugli specchi, con unghie stridenti, senza arrivare mai al dunque. Quasi da rischiare di sentirsi deficienti per non dover affrontare l’argomento linguistico con il nostro, malaugurato, interlocutore. Capita anche a voi? Spero, con tutto il cuore, di sì, altrimenti dovrei iniziare a pormi altre domande, la cosa potrebbe risultare antipatica.

L’artista Maurizio Nannucci lavora moltissimo con le parole, le rende arte visiva e non solo mezzo di conversazione impalbabile. Nannucci riesce a regalare alle parole una corposità importante e, allo stesso tempo, accattivante:

GALLERIE E MUSEI A ROMA #2 – MAURIZIO NANNUCCI ALLA GALLERIA GUIDI, 2013-14 - da d'ars magazine
GALLERIE E MUSEI A ROMA #2 – MAURIZIO NANNUCCI ALLA GALLERIA GUIDI, 2013-14 – da d’ars magazine

Le sue opere sono in inglese, questo dimostra un nitidezza nella sua ambizione personale. Chi espone, chi deve vendere, deve essere comprensibile a più persone possibili, anche questo fa parte dell’arte di comunicare, è una delle ragioni per cui sarebbe indispensabile conoscere almeno un paio di lingue straniere, non dico alla perfezione, si può sempre migliorare, ma almeno da permetterci di interagire con chi conosce l’italiano, ancora, meno della maggioranza di noi. L’estero è troppo vicino per essere preso alla leggera, soprattutto in un periodo come questo, di crisi e di Unione; sembrano due concetti ben distinti tra loro, purtroppo, non lo sono. Bisogna adeguarsi e farlo rapidamente.

Maurizio Nannucci, Immagine, parola, luce, colore, suono al MAXXI di Roma - da MemeCult
Maurizio Nannucci, Immagine, parola, luce, colore, suono al MAXXI di Roma – da MemeCult

Molti artisti giocano con le parole, molti scrittori, invece, vivono con le parole, poi ci sono tanti, tantissimi, scribacchini, i così detti, giornalai e non giornalisti, che sfruttano i loro Santi, le loro fonti a discapito del risultato stampato e divulgato. Continuo a non esprimermi, l’ho già fatto.

Penso che sia bellissimo saper parlare e sia, altrettanto, bello saper scrivere. La soddisfazione più grande è ricevere dei commenti positivi rispetto alle proprie idee personali, solo per essere stati capaci di esporle nel modo migliore possibile. Frequentavo ancora l’università, dovevo sostenere l’esame di Storia della Lingua Italiana, ero in aula, come sempre all’alba per essere interrogata per prima e correre al secondo esame del giorno, una mia compagna era venuta assieme a me. Avevo tempo, nessuna fretta, quindi rimasi con lei a farle coraggio prima che la chiamassero. Dopo qualche minuto di colloquio il professore, con tutta la calma possibile, le chiese qualcosa di agghiacciante ma veramente incisivo: “Signorina, Lei, è parlante nativa italiana?”, la rimandò al posto dicendole di tornare la volta successiva dopo aver fatto un ripasso generale di grammatica. La sua reazione non fu certo delle migliori ma credo, fermamente, che si ricordi ancora quelle parole e, chissà, magari ha saputo dargli ascolto. Non siate vittime del vostro orgoglio, nessuno è perfetto e ognuno ha qualcosa da migliorare ma se la vostra pecca più grande è non saper comunicare, beh, ricominciate da capo. Parlare è l’Arte di tutti, la più bella, cerchiamo di renderle onore facendo, sempre, del nostro meglio.

“Colui che potendo dire una cosa in dieci parole ne impiega dodici, io lo ritengo capace delle peggiori azioni.”

(Giosuè Carducci)

Arianna Forni

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