“Io è un altro.”

(Arthur Rimbaud, dalle Lettere a Georges Izambard; Charleville, 13 maggio 1871)

Il Mito della ninfa Io risale alla mitologia greca, narrato, inizialmente, in versione orale, tramandato e, in conseguenza, modificato svariate volte fino a giungere alla trascrizione di Ovidio nelle sue “Metamorfosi”. Come nel caso di Pandora, il mito ha origine da un tradimento di Zeus, nei confronti della moglie Era, un pretesto utile a raccontare una storia avvincente, sia nei tempi antichi che in quelli moderni, per l’appunto, nei nostri. Io, sacerdotessa di Era, figlia di Inaco, un dio fluviale, re di Argo e della ninfa Melia, amava trascorrere le sue giornate nei boschi, nel bel mezzo della natura silenziosa e, psicologicamente, appagante. Crebbe così, mansueta, bella e leggiadra, uno stereotipo molto amato dai narratori dell’antica Grecia. Raggiunse l’età più florida, in cui la bellezza esplode in un turbinio di entusiasmo, speranze e consapevolezza di sé, del proprio corpo a contatto con il mondo circostante. Zeus la osservava dall’alto dell’Olimpo, non era ancora dell’idea di tradire la moglie Era ma, un incantesimo lanciato da Lunge, figlia di Pan e di Eco, lo fece innamorare della giovane Io. Non aveva più alcuna possibilità di trattenersi, scese dall’alto per raggiungere la Terra, non voleva farsi scoprire da Era, avrebbe dovuto, a tutti i costi, escogitare uno stratagemma per passare inosservato. Zeus è sempre Zeus, il padre degli Dei non può muoversi senza lasciare segni del suo passaggio e, soprattutto, non sarebbe mai riuscito ad ingannare Era. Si avvicinò alla bella ninfa Io avvolgendo il pianeta con una coltre fitta, una nebbia così densa da escludere la possibilità di vedere anche a breve distanza. Voleva raggiungere Io e sussurrarle, piano e dolcemente, nelle orecchie, il suo desiderio, l’amore per lei e la voglia di giacere insieme proprio lì, in quel bosco. Io si spaventò, tremendamente, quella nebbia le stava facendo paura, iniziò a correre senza sapere dove stesse andando, voleva fuggire da quel maleficio, voleva proteggersi, finché non fu raggiunta dalle parole di Zeus. Io si fermò, immobilizzata da quella voce melodiosa, dal fascino, unico del padre degli Dei. Non pensò alle conseguenze, non ne aveva motivo, non ragionò su niente, abbandonandosi ai piaceri della carne, lasciandosi andare a quel Dio tanto reboante quanto delicato.

Io avvolta da Zeus sotto forma di nube, Correggio (1489 -1534) ), Museo del Louvre, Parigi (Francia) - da Wikipedia
Io avvolta da Zeus sotto forma di nube, Correggio (1489 -1534) ), Museo del Louvre, Parigi (Francia) – da Wikipedia

Le conseguenze, ahimè, furono drammatiche. Era aveva iniziato a sospettare la possibilità di un tradimento da parte del marito, vagava per l’Olimpo sperando di sbagliarsi, di trovarlo come ogni giorno, lì, ad aspettarla. Non c’era, nessuno sapeva dove fosse, nessuno le avrebbe mai detto nulla nemmeno se fosse stato a conoscenza del misfatto. Era guardò oltre il limitare dell’Olimpo, verso la Terra e lo vide, vide quella coltre di nebbia fitta, sentì delle voci e capì. Non sarebbe potuto che essere Zeus, una tale manifestazione fisica del tempo doveva essere frutto di uno degli Dei, non di uno qualsiasi ma del padre degli Dei, suo marito. La stava tradendo, la sua collera esplose. Zeus, nonostante fosse coinvolto e condizionato da quell’amore bruciante, si rese conto della presenza della moglie, doveva agire in fretta, la prima cosa che gli venne in mente fu di trasformare Io in una bianca giovenca, fingendosi lì solo per guardare da vicino quell’animale insolito. Era decise di non credere alle sue parole, avrebbe potuto giurare ma non gli avrebbe creduto, mai, era recidivo e lei si sentiva, tremendamente, offesa dal suo atteggiamento. Le donne, a volte, sanno essere molto astute, gli chiese di donarle la giovenca in segno di rispetto e di amore verso di lei. Zeus sapeva bene a cosa sarebbe andata incontro la ninfa Io ma non aveva scelta, la spinse verso Era e gliene fece dono a patto di placare la sua ira. Non le bastava, voleva vendetta. Prese la giovenca per affidarla ad Argo, il gigante dai cento occhi, capace di riposare con metà occhi aperti e metà chiusi, rimanendo sempre vigile e attento, concentrato su di lei, senza permetterle di muoversi se non controllata, come si sul dire, a vista. Di giorno pascolava nei campi e di notte dormiva legata ad una pianta.

Peter Paul Rubens, Mercury and Argus, 1635 - 1638 - da Wikipedia
Peter Paul Rubens, Mercury and Argus, 1635 – 1638 – da Wikipedia

La situazione iniziava ad essere insopportabile. Zeus, pregò Ermes di trovare un modo per liberare la fanciulla, ormai giovenca, da quel mostro di Argo. Ermes scese in Terra, con un flauto, noto come il Flauto di Pan, proveniente dal mito di Pan e la ninfa Siringa, trasformata in canne da cui Pan ricavò un flauto dal suono melodioso, incantevole e magico. Ermes suonava, suonava, suonava ancora, le sue note vibravano nell’aria finché non riuscì a far addormentare tutti e cento gli occhi di Argo potendolo uccidere, scaraventandolo giù da un dirupo talmente profondo da non riuscire a scorgerne la fine. A questo punto, liberò la giovenca che iniziò a scappare, per dove non si sa, sarebbe voluta andare lontano, alla ricerca di quella pace che le era stata tolta con violenza e cattiveria. Era si accorse subito, con un nuovo incantesimo la fece seguire da un enorme tafano a cui Io era costretta a fuggire per non subire i terribili morsi. Affaticata raggiunse il mare, si gettò in acqua dalla disperazione e il tafano, arreso a quel gesto improbabile, restò sulla terra abbandonando il suo obiettivo e tornare nei boschi, in riva ai fiumi. Io nuotò, con enorme fatica, con disperazione, non si arrese, raggiunse l’Egitto.Quel tratto di mare prese il nome di Ionio, proprio da Io. Era si trovava con Zeus, parlavano di Io, Zeus la pregò di renderle il suo corpo umano, aveva capito, non la avrebbe più importunata e nemmeno lei avrebbe più cercato di chiamarlo a sé. Era si convinse e Io ritrovò sé stessa, prima il corpo, poi il volto e, infine, la voce. Poco dopo le fu chiaro di aspettare un bambino, un nuovo figlio di Zeus, il divino Epafo. Dall’unione con il padre degli Dei nacque un bambino, dalla morte di Argo, invece, venne alla luce una nuova specie di animale, il pavone, la cui coda mantenne vivi i suoi cento occhi. “Non tutto il male viene per nuocere”.

Pavone - da Focus Junior

La morale moderna di tutto questo, beh, è molto semplice: basta non fidarsi di nessuno. Fate conto che non ci si possa fidare nemmeno di Zeus, e dei suoi pari, ovviamente. Non ci si può fidare di nessuno che non rientri in modo, estremamente, definito e definitivo, all’interno di una ristrettissima cerchia di persone, qualificate: i familiari e due o tre amici, con riserva. Il mondo in cui viviamo è brutto, sporco, marcio, gestito male, governato peggio, con una Costituzione obsoleta e stantia. Non c’è rigore, non c’è meritocrazia, non c’è rispetto, non c’è, quasi, nemmeno speranza, forse solo in noi stessi ma anche quella, tutto sommato, non dipende da ciò che siamo, dipende da ciò che gli altri vogliono vedere. Fa male, tanto, tanto male, fa schifo perché ci sentiamo tutti trasformati in giovenche perseguitate da cento occhi vigili e da un tafano inferocito, inoltre, incinta di un uomo che non vedremo mai più, nemmeno per sbaglio. Dove stiamo andando? In che modo stiamo cercando di farlo? Chi ci sta accompagnando? Siamo soli nella baraonda cosmica, soli a subire le angherie degli altri, soli a difenderci dagli squali, soli perché nessuno vuol prendersi responsabilità. Viviamo sul resoconto dei drammi perché ci regalano argomenti di cui parlare e su cui mostrare la nostra, arbitraria, conoscenza. Sarebbe molto meglio parlare di animali, di viaggi intercontinentali, di bellezze, di natura, di cultura, di arte, di storia, per insegnare, e di miti greci, per allietare le giornate lanciando una morale comprensibile a tutti ma che, sicuramente, pochi applicherebbero. La ninfa Io non sono Io e non siete nemmeno voi ma incarna tutti quelli che vivono in un contesto umano in cui sono costretti a sentirsi inumani a causa della loro inadeguatezza, non in difetto, bensì in eccesso. Essere troppo preparati, professionali e colti non sempre aiuta, al giorno d’oggi è un deterrente, al primo colloquio ti risponderanno: “Costi troppo, non abbiamo soldi per pagare qualcuno con le tue credenziali, forse è meglio che tu vada a cercarti un’occupazione più importante”, sì, certo, dove ci diranno: “Ci spiace, non hai sufficienti esperienze per entrare nel team”, e allora, sapete che vi dico, forse è meglio che Zeus ci trasformi tutti in giovenche, anzi che trasformi in giovenche tutti coloro che non si meritano la poltrona su cui sono seduti.

“Distinguo quindi fra l’Io e il Sé, in quanto l’Io è solo il soggetto della mia coscienza, mentre il Sé è il soggetto della mia psiche totale, quindi anche quella inconscia.”

(Carl Gustav Jung)

Arianna Forni

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