“Amate l’infanzia; favoritene i giuochi, le gioie, le amabili inclinazioni. Chi di voi non ha rimpianto talvolta questa età in cui il riso non si spegne mai sulle labbra e l’anima è sempre serena?”

(Jean-Jacques Rousseau)

Si dice che l’infanzia debba concludersi con quel periodo che divide il bambino dall’adolescente, mi domando il perché, l’infanzia, e l’infante, resta dentro di noi per tutta la vita, a volte è utile riuscire a ripescarla. I percorsi intellettivi dei bambini sono formidabili, i loro occhi guardano il mondo con stupore ed entusiasmo, sanno di essere al mondo e sanno di crescere, giorno dopo giorno, sanno di dover imparare tante cose e cercano di farlo con tutto ciò che hanno a disposizione. Non lasciano mai niente al caso. Sono infantili, questo è ovvio, sono, spesso, irresponsabili, sono incapaci di scorgere la verità tra le menzogne ma non sono stupidi. I bambini vedono ciò che è bene e ciò che è male, sanno fare una distinzione, hanno bisogno di una loro, personale, comfort zone per poter viviere serenamente. Ricercano amicizie stabili, sanno fare la pace, dopo aver litigato, in modo da mantenere salde le unioni indissolubili, che vorrebbero vedere proiettate nel loro futuro a lunghissimo termine. Ci credono davvero, vedono il migliore amico per sempre al loro fianco, nel bene e nel male, quasi fosse un matrimonio, che delusione scoprire che non sarà così. I bambini sono saggi, a volte dalle uscite verbali feroci, sono sinceri, sempre, lo sono anche quando cercano di mentire, non ne sono capaci, non si nasce nella menzogna, si nasce nell’amore e l’amore comporta complicità e partecipazione, la negatività di questo mondo è degli adulti, non certo dei bimbi. Bisognerebbe tornare nelle scuole elementari, negli asili, sedersi in un angolo e studiare i comportamenti di ognuno, scrutare le diversità caratteriali, le alleanze, le micro guerre interne e fare della valutazioni sul tipo di educazione che stanno ricevendo, da parte degli adulti, dei loro genitori, ovviamente. I genitori possono fare il bene dei propri figli tanto quanto il loro male ma non siamo qui a parlare di questo. La pedagogia la lasciamo ai pedagoghi, noi vogliamo parlare di infanzia come condizione adulta, ovvero la capacità, consapevole, di stupirsi e guardare al mondo con soddisfazione e gioia proprio come quando eravamo nella fase pre-adolescenziale, quando eravamo ingenui e immaturi, quando, nonostante tutto, eravamo sempre e solo felici. Poi si cresce, è ovvio, direte, tutti vogliono crescere, sì, è vero ma sarebbe importante tenere vivo il bambino che c’è in noi, “Il Fanciullino” di Giovanni Pascoli, del 1897:

“È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi […] ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello.”

Per Pascoli, quel fanciullino rappresentava la poesia, il suo suggeritore interiore attraverso il quale prendevano forma le sue opere. Ebbene, lo stesso fanciullino può trasformarsi in tutte le altre, alte, attività del mondo e consigliarci, aiutarci, a volte persino, spronarci ma bisogna sapere della sua esistenza, bisogna nutrire la sua curiosità e alimentare il suo interesse, solo così potrà esserci utile. Non è fantasia, non è retorica e non è nemmeno voler declassare, l’altisonante, sfera adulta. Con il passare degli anni ci sentiamo più saggi, sentiamo, nel profondo del cuore e della mente, di poterci esprimere, con maggior fermezza, grazie alla nostra esperienza, sappiamo che ogni ruga in più farà di noi persone più credibili. Il bambino, nella nostra pancia, non smetterà mai di esistere, potrebbe addormentarsi, annoiato dai nostri discorsi, basterà solleticarlo qualche minuto e tornerà a rendersi disponibile. Non dimentichiamoci di lui, proprio come non se n’è dimenticato, il pittore, Nicola De Maria:

Nicola De Maria, Testa Orfica IV,1990 - Wall Street International Magazine
Nicola De Maria, Testa Orfica IV,1990 – Wall Street International Magazine

Le sue tele sono primordiali, colorate, allegre, lo sono anche quando esprime concetti seri e profondi. Questo suo stato di estasi pittorica ci ricorda, proprio, la presenza del fanciullo, di un aiutante interno che ci lascia crescere nel nostro spazio ma ci fa ricordare le cose belle del nostro passato più remoto. De Maria è molto bravo in questo, tutta la sua attività pittorica ruota attorno ad immagini semplici, quasi disegnate dal suo stesso bambino interiore, come se gli prendesse la mano e muovesse quel pennello, scegliendo i colori, scegliendo le forme su cui concentrarsi. Attorno alle sue tele si crea una magia a dir poco calamitante. Non dobbiamo avvicinarci al mondo di De Maria sperando di trovare Giotto o Renoir, Raffaello o Caravaggio, dobbiamo addentrarci nella sua favola e capirne il percorso spirituale:

Nicola De Maria, Poesia irrealistaaaa, 2004 - da Artribune
Nicola De Maria, Poesia irrealistaaaa, 2004 – da Artribune

Ecco, questa è una poesia ma è irrealistaaaa, ovvero non ha una connessione con il realismo quotidiano, non ha basi né fondamenta logiche, apparentemente, eppure le ha, davvero. Un bambino avrebbe potuto disegnare queste torte a spicchi, ritagliarle e giocare con gli amici a chi fosse riuscito ad accaparrarsi la più grande. Lo stesso vale per De Maria, le torte sono tante, qualcuna riuscita meglio e qualcuna riuscita peggio, proprio come i disegni dei bimbi, proprio come loro è fiero del risultato perché riesce, appieno, a mostrare ciò che desidera: un realismo dettato dai nostri cliché, trasformato nella sua visione irrealistaaaa ad oltranza, nel proseguimento del tempo, dei giorni, degli anni e dell’aumento delle rughe sul suo stesso volto e sul nostro. Avremo sempre il desiderio di raggiungere la fetta più grande, non resta che studiare il meccanismo più fanciullesco, e meno irruento, per farlo, senza far del male a nessuno, regalando sogni e qualche delusione.

Nicola De Maria, La libertà, 2016 - da Giorgio Persano
Nicola De Maria, La libertà, 2016 – da Giorgio Persano

Ed eccoci qui, davanti a “La Libertà”, ambita e ricercata, giorno dopo giorno. Libertà di pensiero, di parola, di espressione, in generale, libertà di essere sé stessi e mostrarsi per ciò che si è davvero, liberi di scegliere per il nostro meglio, per il meglio del bambino che sta seduto nella nostra pancia assopito dal sonno infantile in un meeting di adulti. Ritroviamo le torte a spicchi e uno strano albero centrale, spoglio, i cui rami sembrano indicarci tante strade, ognuna da poter percorrere liberamente ma con una certezza, non sapremo mai dove potremo, o potremmo, arrivare. Dobbiamo farci bastare ciò che abbiamo, dobbiamo essere fieri e felici di ciò che abbiamo raggiunto, proprio oggi, perché è il risultato del compimento di un sogno di ieri. Soffermiamoci sui risultati, avremo ancora tempo per ambire ad un nuovo obiettivo, non dobbiamo essere avidi, non dobbiamo bramare, la brama ci divora, finiremo per distruggere il nostro fanciullino e noi, questo, non lo vogliamo, assolutamente.

Nicola De Maria, Regno dei fiori musicali - da StampToscana
Nicola De Maria, Regno dei fiori musicali – da StampToscana

Il nostro è, e deve essere, un “Regno dei fiori musicali”, dobbiamo provare gioia e sentirla pulsare dentro di noi, il nostro cuore batte e se batte è proprio “Il Battito animale”, canzone famosissima di Raf del 1993:

“Credo abbiam perso la testa
O soltanto perso di vista
Le cose più vere
Nel mare in tempesta”

Già la testa, perderla non va affatto bene, con essa perderemmo di vista molte cose. Le prime a dileguarsi sarebbero quelle più importanti e noi non lo vogliamo, per niente. Vogliamo, invece, ascoltare il battito, sentire il profumo e il suono di questo nostro regno fatto, ancora, di fiori, come quelli che disegnano i bambini sui fogli Fabriano A4, chi non se li ricorda? Abbiamo passato ore, ore ed ore infinite su quei fogli da disegno, i nostri pennelli, le matite colorate, a disegnare fiori, a disegnare la natura, il sole, il cielo in cima al foglio e la terra in basso, in mezzo? Beh in mezzo non aveva importanza, tranne la presenza dei fiori, quelli non mancavano mai. Quei fiori avevano un suono e noi, bambini, sentivamo di essere dei grandi artisti, era tutto splendido per noi. Deve continuare ad essere così. Lo dico con la consapevolezza di un adulto responsabile, spesso troppo razionale e alle volte irrequieta per il desiderio di ottenere tutto e subito. Sarò l’unica? Non credo, siamo un po’ tutti così, non sappiamo aspettare, invece i bambini aspettano, aspettano anni interi e se li godono fino infondo, fino al superamento di quella soglia d’età in cui, qualcuno, dall’alto della sua saggezza, li strappa dal loro mondo di sogni, gli racconta che Babbo Natale non esiste e che, per vivere, bisogna assumersi le proprie responsabilità, dimenticare i giochi, iniziare a fare sul serio. Potrebbe essere scioccante, per alcuni, altri, al contrario, aspettano solo questo.

Ci sono un milione di sfaccettature nelle nostre vite, contraddistinguono le cose belle da quelle brutte, esiste una bilancia per tutti, non sempre c’è equilibrio ma bisogna provare a mantenerlo. Se ci sentiamo precipitare dobbiamo svegliare il fanciullino, solo la sua poetica avrà qualcosa con cui ritirarci su e spingerci verso un domani che, per quanto nero possa sembrare, sarà sempre pieno di raggi di sole, di stelle e di fette di torta.

“Chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia, possiede informazioni sulla vita per il resto dei propri giorni.”

(Flannery O’Connor, “Il Volto Incompiuto”, 2011)

Arianna Forni

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