“Chi non osa afferrare le spine | non dovrebbe mai desiderare la rosa.

(Anne Brontë, da The Narrow Way)

La rosa non è solo un fiore, è molto di più, la rosa è un tripudio di sensazioni fisiche e mentali, la rosa rossa, bianca, gialla, in tutti i suoi colori, in tutte le sue varianti. La rosa è una rosa e va trattata come tale, con rispetto, prima di ogni altra cosa al mondo. La rosa fa parte della storia dell’uomo e della sua evoluzione, della storia fine a sé stessa, della religione, del nostro contemporaneo. La rosa, proprio come noi uomini, c’è sempre stata, ha sempre avuto un ruolo, fondamentale, nella crescita sociale e sociologica degli individui, delle popolazioni. Le favole raccontano di rose, le storie più profonte e psicologiche raccontano di rose, la pittura rappresenta le rose, sia in ambito religioso che profano troviamo sempre e solo un mucchio di rose. Le rose, sebbene siano solo un fiore, un semplice fiore, niente di più, sono diventate un simbolo molto forte all’interno della nostra società, sono evocative, a volte legate al mondo della fede, a volte al mondo sentimentale, con un alone di mistica profondità, a cui è impossibile sfuggire. Le rose, meravigliose, statuarie, ingessate nella loro beltà, perfette, pur nella loro imperfezione, belle, sempre e solo belle. Intoccabili, proprio come dovrebbero essere intoccabili le donne. Le donne non andrebbero toccate nemmeno con il petalo di una rosa, è un monito, ma non solo, è un consiglio, ma non solo, è una regola non scritta, ma non solo, è una verità, che molti ripetono senza capire, senza comprendere; purtroppo lo sappiamo fin troppo bene, eppure: non andrebbero, davvero, toccate nemmeno con un petalo, di una rosa. Chi ucciderebbe una rosa è lo stesso che avrebbe il coraggio di uccidere una donna. ne sono certa.

“Una disgrazia incalza alle calcagna
un’altra, tanto presto si succedono.
Laerte, tua sorella s’è annegata.”

[…]

“Le sue vesti, gonfiandosi sull’acqua,
l’han sostenuta per un poco a galla,
nel mentre ch’ella, come una sirena,
cantava spunti d’antiche canzoni,
come incosciente della sua sciagura
o come una creatura d’altro regno
e familiare con quell’elemento.
Ma non per molto, perché le sue vesti
appesantite dall’acqua assorbita,
trascinaron la misera dal letto
del suo canto ad una fangosa morte.”

(W. Shakespeare – Regina parla a Laerte di Ophelia, sua sorella, Amleto” atto IV, scena VII)

Millais, Ophelia, 1851 - da Society X
John Everett Millais, Ophelia, 1851 – da Society X

Collegare i fiori, le rose, alla morte, beh , è letteratura, noi siamo abituati a richiamare quei petali e quelle spinte al sentimento d’amore, alla passione, al desiderio, alla consistenza di un pensiero definito e definitivo, eppure non sono solo questo. Fanno da cornice alla filosofia, alla Chiesa, alla musica, sono una fonte di vita, spiegabile e inspiegabile, al tempo stesso.

Parmigianino, Madonna della rosa, 1530 ca - da Artnet
Parmigianino, Madonna della rosa, 1530 ca – da Artnet

Questa, ad esempio, è la “Madonna della rosa”, del Parmigianino, di cui potrete osservare un dettaglio in apertura. Risale al 1530 ca, ruota attorno alla Madonna e al Bambino ma il fuoco centrale di tutta l’opera è proprio la rosa, sorretta dal Bimbo e rivolta verso la madre, un dono, un gesto di compartecipazione, un segno di amore, un segno di continuità. La rosa significa molte cose, principalmente è la vita, non importa il colore, non importa la foggia, non importa quante siano, sebbene la leggenda voglia che un corretto mazzo di rose sia sempre dispari, non importa perchè ciò che conta sono le stesse rose a farcelo sapere. Provate ad entrare in una casa e vedere delle rose, in un giardino e vedere un roseto, su un terrazzo e vedere un vaso ricolmo di rose, la reazione sarà sempre di stupore, di candido rispetto e ammirazione, non ricercato ma provocato dalle rose stesse. Lo stesso vale per “Santa Rosa di Lima”, avvolta nella sua estasi floreale:

Santa Rosa di Lima (1586-1617) da Carlo Dolci - da MeisterDrucke
Santa Rosa di Lima (1586-1617) da Carlo Dolci – da MeisterDrucke

Carlo Dolci ha reso, perfettamente, l’idea di inconsapevolezza, di vera estasi religiosa, quella corona di rose non fa altro che aumentarne la forza, la potenza e la credibilità. La rosa ha un valore simbolico da non sottovalutare. Guardate gli occhi della Santa, guardate le rose sulla sua fronte, sembrano un tutt’uno, sembrano vivere sullo stesso piano, su quel livello di purificazione utile a condurla verso la stessa beatificazione, la stessa visione ultraterrena del mondo di Dio, del mondo legato alla sfera ecclesiastica. I suoi occhi sono il canale che permette ai nostri di vedere le rose, da qui nasce il simbolismo, potente e struggente.

Le petit Prince et la Rose - Antoine de Saint Exupery
Le Petit Prince et la Rose – Antoine de Saint Exupery

Antoine de Saint Exupery ha costruito la fortuna del suo “Petit Prince” attorno ad una rosa, forse la più famosa di sempre, forse la più dolce e la più delicata, forse l’unica rosa ad aver portato a compimento, realmente, il suo compito di essere proprio quel fiore che ha saputo salvare un’anima. Gli ha insegnato il senso di responsabilità e protezione, ha vissuto per permettere al Piccolo Principe di vivere a sua volta, ha vissuto grazie a lui perché lui aveva capito. Lo abbiamo letto tutti ma quanti, di noi, potranno dire di averci, davvero, capito qualcosa?

“Se tu vieni, per esempio, tutti i giorni alle quattro, dalle tre comincerò ad essere felice”

(Antoine de Saint Exupery, “Il Piccolo Principe”)

La rosa crea meditazione, come la “Rosa meditativa” di Salvador Dalì, ma di questo abbiamo già parlato, crea introspezione perchè ci pone davanti alla bellezza di un mondo che non dipende dall’uomo ma solo dalla natura, solo da sé stessa. Non abbiamo meriti, noi comuni mortali, per la bellezza delle rose, non abbiamo meriti per il loro profumo e nemmeno per i loro colori, meravigliosi. Sono belle e basta e non ci appartengono, noi, come il Piccolo Principe, possiamo solo prendercene cura. Una rosa, una sola rosa può insegnarci molto di più di quanto si possa immaginare.

“Non v’è rosa senza spine, ma vi sono parecchie spine senza rose!”

(Arthur Schopenhauer, da “L’arte di insultare”, 1850 ca)

Da questa citazione mi sovviene una leggenda, legata ad un lago del Trentino Alto Adige, il lago di Toblino; più specificatamente di Castel Toblino, posizionato su una piccola insenatura che rientra nel lago, quasi un’isoletta, protetta dal suo magico bosco, dalla sua fortificazione cinquecentesca: il castello delle Fate. Lo spettacolo è da lasciare a bocca aperta:

Lago e Castello di Toblino - Riserva naturale protetta - Trentino - da Italy Travel Web
Lago e Castello di Toblino – Riserva naturale protetta – Trentino – da Italy Travel Web

In effetti, l’inizio di questa leggenda vede i Signori del luogo, abitanti del castello, protetti da una famiglia di Fate, abitanti di una struttura adiacente al maniero, ancora esistente. Tutto scorreva liscio, nessun problema, nessuna guerra, nessuna diatriba interna, le Fate servivano a questo, a mantenere equlibrio, a portare gioia e allegria in tutta la regione di loro competenza. Poi nacque una Principessa, l’erede di tutta quella meraviglia. La piccola era coccolata da tutti, cresciuta dalla famiglia e dalle Fate, era bella, serena, gioiosa ma crescendo l’avidità ebbe il sopravvento. Si racconta che decise di organizzare una festa per trovare marito, avrebbe invitato tutto il regno e lei sarebbe dovuta essere, in assoluto, la più bella. Le Fate si misero all’opera per confezionarle l’abito perfetto ma a lei non bastava, non era sufficiente. Voleva di più. Fuori dal castello, proprio davanti alla sua resisdenza, era cresciuto un enorme roseto di rose rosse. Chiamò le Fate, voleva un abito completamente fatto di rose. Provarono a dissuaderla, le rose hanno le spine e lei era fatta di carne, non sarebbe stato possibile indossarlo. Lei lo voleva lo stesso, a tutti i costi. Le Fate, loro malgrado, obbedirono all’ordine, la Principessa, con il loro aiuto, indossò il vestito, scese nel salone della festa, tutti si voltarono a guardarla stupefatti, era incredibilmente bella, elegante e regale. Non le tolsero, per un attimo, gli occhi di dosso, si accorsero, quasi subito, della striscia di sangue che si portava dietro lo strascico dell’abito. Poco dopo cadde a terra, morta, dissanguata ma sorridente. Era riuscita a compiere il suo desiderio, essere la più bella di quella festa che, invece di trovarle un marito, la condusse verso la sua fine. Le Fate abbandonarono la loro dimora, non era più un luogo adatto a loro, avevano bisogno di pace e la morte non rientrava nelle loro caratteristiche, si dispersero nei boschi, dove, presumibilmente, vivono tutt’ora. Alla sera, al calar del sole, le montagne, attorno al castello, si colorano di rosso ed è qui che si esplica l’esito della leggenda, si dice che quel rosso sia proprio il sangue della Principessa, le rose l’hanno uccisa ma, ancora una volta, le stesse rose, le permettono di guardare il suo castello, da lontano, durante ogni tramonto, osservando bene si potranno scorgere i suoi occhi, colmi di lacrime per l’errore commesso a causa della troppa avidità, della troppa smania, della troppa superbia. Quel rossore fa da monito, da insegnamento a tutti noi, è meraviglioso ma è una meraviglia costruita col sangue. Chi ha orecchie per intendere, prego, intenda.

Alla fine stiamo tutti seminando qualcosa, a questo mondo, lungo la strada che abbiamo deciso di percorrere, c’è chi semina per sé stesso, chi per i suoi cari, chi per il futuro di questa società e chi lo fa un po’ per tutti. C’è una sola cosa sulla quale nessuno transige, cosa cercare e come:

“E ricoprir di terra una piantina verde

sperando possa

nascere un giorno una rosa rossa.”

(Lucio Battisti, “Emozioni”, 1970)

Arianna Forni

Giovanni Boldini (1842-1931) ritratto della Contessa Zichy, 1905 - da Pinterest
Giovanni Boldini (1842-1931) ritratto della Contessa Zichy, 1905 – da Pinterest
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