“La magia è un ponte che ti permette di passare dal mondo visibile in quello invisibile. E imparare le lezioni di entrambi i mondi.”

(Paulo Coelho)

Giorgio De Chirico, nasce a Volo nel 1888 e muore a Roma nel 1978, le opere a lui attribuite sono davvero molte. La sua attività artistica ha avuto inizio fin dalla sua giovane età. Un equilibrio indiscutibile, nonché fondamentale, per mantenere un dinamismo visivo e interpretativo in continuo avanzamento, questo gli ha permesso di avere una importante evoluzione, sia stilistica che psicologica, nell’affrontare le sue tele, nel confrontarsi con la propria introspezione, nel mostrare l’Italia attraverso i suoi occhi, attraverso i suoi pennelli e i suoi colori. Ora ci troviamo davanti ad un mistero: sarà vero o non sarà vero? Pare che a Balerna, in Svizzera, sia stato ritrovato un quadro attribuito proprio a De Chirico, agli inizi della sua attività pittorica che, da questo punto di partenza in poi, avrebbe subito notevoli cambiamenti. Innanzi tutto un ridimensionamento della dottrina accademica per spostarsi verso la più schietta metafisica, espressa, nel modo più, comunemente, comprensibile, con le sue “Muse inquietanti”, dipinte tra il 1916 e il 1918:

Giorgio De Chirico, Le muse inquietanti, 1917 - da Lo Stradone
Giorgio De Chirico, Le muse inquietanti, 1917 – da Lo Stradone

Per poi sfociare in una perfetta concezione metafisica con “Ettore e Andromaca, un’opera tarda, del 1970:

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Giorgio De Chirico, Ettore e Andromaca, 1970 – diritti riservati – pic by AF

Il concetto di metafisica ha svariate connotazioni e esplicazioni, filosofiche, letterarie, scientifiche, pittoriche e accademiche. Nella sua massima espressione significa, esattamente, rappresentare qualcosa che vada oltre la realtà, che sia super partes, che mostri quell’androne oscurato ai nostri occhi, per farci vedere, forse, ciò che siamo veramente. Si tratta di una corrente in netta opposizione al futurismo, si sviluppa, appunto, quasi a cavallo con lo stile precedente. Inizia a crearsi una sorta di gruppo di seguaci, di sostenitori, di amanti più del concetto d’insieme che dell’espressione pittorica, la metafisica visiva ha un impatto molto forte ma complesso, andrebbe spiegato approfonditamente, eppure qualcuno decise, indipendentemente da quanto fosse in grado di carpire dalle tele, di fomentare questo nuovo manifesto. Il futurismo aveva, certamente, qualcosa di più accattivante, era il simbolo della crescita, del movimento, dello sviluppo mentale e tecnologico, era la base del cambiamento radicale della società, era l’emblema della velocità con cui si stava per attraversare un periodo cruciale per l’evoluzione di tutto il mondo. La metafisica, al contrario, è statica, ferma, mostra qualcosa di differente, di agghiacciante, spesso scioccante, può essere inquietante, può essere difficile da metabolizzare ma serve a rallentare la fuga verso il futuro. L’incertezza nel domani deve servire da freno, da monito, deve trasmettere disciplina, rispetto e attenzione; non basta essere legati ai propri sogni, sebbene siano la fonte vitale di ognuno di noi, serve di più. La metafisica cerca di mostrare quando il sogno, fine a sé stesso, non possa costruire l’esistenza di un mondo basato, ahimè, su concetti razionali e tangibili. De Chirico, con le sue opere, si avvicina molto al surrealismo, per lui il sogno è la base dalla quale attingere per raccontare delle emozioni estemporanee, non reali, ma più reali della concretezza quotidiana perché scaturite dalla mente e non dagli occhi fisici, bensì, appunto, metafisici: oltre la concretezza, oltre la verità, oltre l’apparenza, oltre lo specchio della retina di un occhio sveglio. De Chirico voleva distogliere la potenza del futurismo per ricollegarsi al sentimento interiore dell’uomo, alla sua grande capacità di percepire sensazioni, palpabili, attraverso il sogno, attraverso un proprio viaggio interiore. Tutto questo, però, nasce da uno studio approfondito dei grandi classici, da uno studio Accademico, da una conoscenza artistica mai improvvisata. A questo punto possiamo venire al punto, alla notizia del giorno, alla, presunta scoperta, di una sua tela del 1911 che avete la possibilità di osservare in apertura.

“Parigi 1911”, questo è il titolo attribuito all’opera, scoperta sotto una tela fittizia, con grandi mulini a vento e un fiume, al centro di questa ampia campagna, difficile da identificare con un luogo preciso; la firma porta il nome di Coral:

Il dipinto che celava il de Chirico.

Il De Chirico nascosto, firmato Coral, Svizzera, balerna

La restauratrice Chiara Colombo, chiamata dalla famiglia di collezionisti per rimettere in sesto proprio quei mulini a vento, trova qualcosa di strano, un pezzetto di colore scrostato che lascia intravedere altra pittura, al di sotto. Si premura di comunicare ai committenti quel dubbio assillante e, contemporaneamente, cerca qualche indizio che possa ricondurla verso una strada più nitida, alla quale appellarsi per avere l’approvazione, distruggere quel bel paesaggio e, presumibilmente, scoprire qualcosa di, forse, decisamente, più importante. Il lavoro è durato parecchi mesi, l’attenzione e la cura con cui si è ripulita la tela è stato un lavoro, estremamente, delicato ma, se fosse vero, avrebbe portato a galla una grande scoperta. Analizzando i pigmenti utilizzati, nel quadro sottostante, parrebbero appartenere ai primissimi anni del Novecento, il che potrebbe ricondurre, proprio, a De Chirico, non solo, un timbro, sul retro della tela stessa, rimanderebbe ad un negozio in cui si rifornivano tutti i pittori dell’epoca, il Sennelier, ancora esistente, significa poco ma è un’ulteriore indicazione. Inoltre, anche lo storico Claudio Strinati, attualmente presidente della Fondazione Isa e Giorgio De Chirico, ha confermato il valore dell’opera attribuendola al Maestro nonostante non vi sia apposta alcuna firma. Sembra tutto molto nebuloso, quasi una macchinazione costruita ad hoc per fare notizia, sta di fatto che siano davvero in pochi, i creduloni, ad aver ripreso la news dandole credito e notorietà. Non tardano, però, a giungere le smentite da parte della stessa Fondazione Isa e Giorgio De Chirico; affermano, infatti, che, nonostante Luigi Soldoroni, attento certificatore artistico della stessa Fondazione, si sia occupato personalmente della valutazione dell’opera, non abbia mai confermato, né smentito, l’attribuzione dell’opera stessa a Giorgio de Chirico. Sembra sia iniziato un rimbalzo tra l’uno e l’altro, quasi a non volersi prendere la responsabilità di aver detto una stupidaggine. Se dovesse essere vero? Se arrivasse qualcuno a certificarne l’autenticità al cento per cento? Chi sarebbe l’autore della scoperta? Probabilmente inizierebbero a scannarsi di nuovo per stabilire chi sia arrivato per primo in quella casa. Se fosse vero sarebbe meraviglioso, è chiaro, molto più probabilmente si tratta di un bluff che fa notizia e poi si spegne in niente ma, quanto meno, ci ha permesso di analizzare, nuovamente, un grande artista. Ci ha permesso di sognare, di riportarlo in vita, di guardare oltre la metafisica stessa del sogno che ci perseguita, ci segue e ci aiuta. De Chirico, non solo ha fatto arte, ha aperto la mente e gli occhi delle persone verso qualcosa di nuovo, di tangibile, pur non avendo, diretti, legami con la realtà. Questo, nuovo, quadro non ha molto di metafisico ma riporta elementi molto cari alla pittura del Maestro: la statua e il vaso classicheggianti, i richiami musicali, il posizionamento prospettico dell’archetto del violino. Ha qualcosa che possa rimandare a De Chirico ma, francamente, a meno che non si tratti di un esercizio accademico, non ritrovo niente, nemmeno vagamente, simile ai colori, ai tratti, alle ombre e alle costruzioni delle tele successive. Sarà vero? Magari mi sbaglio ma credo proprio di no, però è affascinante pensare che dietro a dei semplici mulini a vento possa trovarsi un Giorgio de Chirico originale. Proporrei di metterci a ripulire tutti i quadri, non di valore, presenti nelle nostre case, chissà, magari troviamo un Renoir.

“La vera felicità dell’uomo sta nell’accontentarsi. Chi sia insoddisfatto, per quanto possieda, diventa schiavo dei suoi desideri.”

(Mahatma Gandhi)

Secondo me sarebbe meglio dare retta a Mahatma Gandhi e accontentarsi di ciò che abbiamo, l’insoddisfazione, sì, ci rende schiavi, incapaci di discernere e avidi. D’altra parte, la possibilità di trovare un vero De Chirico sotto un dipinto di un tale, a caso, ha la stessa probabilità di vincere al Superenalotto, anzi forse la seconda è più probabile. Credo che andrò al bar a fare un investimento di 1€, chissà, qualcuno potrebbe convincermi di aver fatto sei.

Arianna Forni

 

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