“A ciascuno è affidato il compito di vegliare sulla solitudine dell’altro.”

(Lia Varesio, “Dalla parte degli ultimi”, 2012)

Se vi è possibile, non leggete questo titolo con tristezza, pregiudizio, depressione o, appunto, solitudine, non si tratta di questo, si tratta, per lo più, di una convivenza con qualcosa di superiore. Va ben oltre la solitudine fisiologica e psicologica a cui siamo abituati a confrontarci, tutti, in un modo o nell’altro, siamo soli, alle volte. Certo, la solitudine ci accompagna verso un orizzonte, spesso, opaco, un avvenire non dei migliori, delle relazioni interpersonali difficili, inesistenti, labili. Ciò che vorrei trasmettervi è che non si tratta di questo, la solitudine, senza voler essere ripetitiva nel termine, non è qualcosa di negativo, è prettamente positiva ma va conosciuta nel profondo, molto, molto intimamente. Ti senti solo? Non sei in solitudine, sei solo, è diverso. Senti di non avere più niente e nessuno accanto? Non sei in solitudine, forse sei depresso. La solitudine è uno status mentale che ci permette di conoscere noi stessi nel nostro più profondo intimo, senza sentirci mai soli, senza soffrire di depressione, senza avere la necessità di scappare altrove, senza dovere, per forza, cercare la compagnia di qualcuno. La solitudine è una condizione psicologica capace di generare l’estasi artistica. Se ti senti solo e vuoi venirne fuori non sarà certo l’arte a salvarti, se ti senti solo e ti sembra che il mondo ti guardi storto non sei in solitudine, sei solo in subbuglio con un Io interiore che non sei ancora in grado di accettare. La solitudine, invece, racchiude un tutto, un insieme di sensazioni, di amore, di passione, di convivenza, di coabitazione con la propria, personale, introspezione e quella del mondo in cui viviamo, persone comprese. Il concetto va spiegato in modo più approfondito ma sono certa che sarà più chiaro dell’acqua cristallina. Sia bene inteso, io mi dissocio, totalmente, dalla concezione di solitudine come senso di isolamento, sociale e sociologico, dato da una scelta dell’uomo che fa da preludio all’alienazione e al nichilismo. La solitudine è una capacità interpersonale di saper vivere in gruppo pur restando individui a sé stanti, rimanendo fermi sulle proprie posizioni, ascoltando, guardando ma sentendo e lasciandosi coinvolgere solo, e solamente, da ciò che è ritenuto accrescitivo del proprio modo di essere. Altrimenti si torna nella propria solitudine interiore con un senso positivo dell’opinione del proprio ego e della propria, innegabile, proiezione nel futuro. Siete soli? Non avete chance accrescitive. Avete dimestichezza con la solitudine di cui sto cercando di rendervi edotti? Siete sulla buona strada per diventare padroni di voi stessi e di avere autorità e autorevolezza sul mondo che vi circonda. Non è difficile, è difficilissimo ma se compreso, ed è comprensibile, ve lo assicuro, sarà la condizione più esaltante dell’universo, con il plus di concederci un arricchimento personale senza eguali. La solitudine, però, per questo, va vissuta in gruppo. Ora partiamo con la spiegazione classica per arrivare alla sua evoluzione primaria e, come detto, positiva del termine.

Solitudine di Frederick Leighton, 1890 - da Wikipedia
Solitudine di Frederick Leighton, 1890 – da Wikipedia

L’evoluzione della solitudine, di cui ci hanno parlato fino ad ora, è l’alienazione, ovvero sentirsi lontani dai propri coetanei, da tutte le persone che ci camminano accanto lungo le strade della nostra vita, sentirsi fuori, distanti dalla comunità. L’alienazione è un essere borderline a livello psicologico e sociologico, è, esattamente essere alieni nel e del proprio mondo. Il primo a parlare di alienazione è stato Rousseau il quale ha creato una vera e propria convivenza tra alienazione e socialità, ovvero l’accettazione di un contratto sociale, da accettare senza scampo, entro il quale vivere la propria esistenza. L’insoddisfazione nel trovarsi in tale situazione, il desiderio di fuga, la voglia di trovarsi altrove, di poter scegliere personalmente, trovando una propria libertà interna, determina la vera e propria alienazione. La volontà, intrisa nell’anima, di voler scomparire, una condizione aberrante, quanto insopportabile, di una mente debole e poco rassicurante. Molti altri scrittori e filosofi hanno affrontato l’argomento, Hegel, Marx, Freud, per fare qualche esempio. L’evoluzione, ulteriore, di tutto questo è il nichilismo, nato sul finire del XVIII secolo, si tratta della totale negazione, non solo di sé stessi e del mondo circostante ma di qualsiasi condizione oggettiva presente sulla terra. Nel nichilismo tutto è privo di significato, tutto è abnegazione, di sé stessi, degli altri, del contesto sociale e urbano, del lavoro, del presente, del passato e anche del futuro. La vita si fa grama, inutile, anzi, totalmente priva sia di stimoli che di necessità. Non valgono né i doveri né i diritti perché nulla esiste. Parliamo di condizioni patologiche, affrontate da filosofi che iniziavano ad addentrarsi nella mente umana per studiarne i meccanismi. Il nichilismo viene associato, spesso, a Nietzsche ma possiamo ritrovarlo anche al giorno d’oggi, anzi direi soprattutto al giorno d’oggi. Per Nietzsche, infatti, il nichilismo indicava una decadenza di valori all’interno della cultura occidentale, una mancanza di conoscenza, di desiderio di progredire, di studio, di competenza e di concentrazione. Ora, forse, vi è più chiaro il motivo per cui si dice, spesso, essere annichiliti.

Luca Vernizzi, Alba di Ferragosto, 2016 - da IBC Irma Bianchi Communication
Luca Vernizzi, Alba di Ferragosto, 2016 – da IBC Irma Bianchi Communication

“I filosofi, è cosa strana, non capiscono nulla di arte, mentre gli artisti capiscono assai di filosofia: segno è che l’arte è anche filosofia, ma la filosofia non è arte.”

(Leo Longanesi, “I giusti pensieri del Signor Bonafede”, 1926)

Da questa citazione di Leo Longanesi, giornalista, aforista, scrittore, editore e disegnatore, nato nel 1905 e morto nel 1957 in Italia, vorrei iniziare la reale spiegazione del senso di solitudine artistico e estasiante, positivo e accrescitivo dello spirito umano. Essere in solitudine, come detto poco fa, non significa restare soli, alienarsi e annichilirsi, significa capire sé stessi e convivere con ciò che si è, davvero. Tutto questo va fatto in compagnia, insieme ad altre persone, vicini al cuore pulsante del nostro mondo ma non per obbligo o necessità ma per conditio sine qua non, come assioma di una vita intera, come modo di vivere perché, infondo, nessuno vive da solo, nemmeno chi pensa di farlo. Sono convinzioni della mente, possono essere patologiche ma possono semplicemente essere momenti di introspezione necessari e necessariamente svolti da soli, insieme al proprio Io interiore e nessun altro. La solitudine di cui parlo io è la gioia di poter stare con gli altri senza esserne condizionati, senza avere la necessità di assecondare il desiderio altrui per essere accettati. Vivere per sé e con sé ma, allo stesso tempo, vivere per gli altri e con gli altri. Non è necessario avere tutti le stesse idee, vedere le stesse cose, avere i medesimi obiettivi, assicurarsi di non sbagliare mai per essere accettati. Da chi? Da cosa? La solitudine è l’accettazione, primordiale, di ciò che siamo, di ciò che vorremmo essere ma ancora non siamo, di ciò che saremo, pur sapendo che sarà diverso da ciò che possiamo presupporre adesso. Il tutto, condito da tante amicizie, tanti confronti relazionali, tanti errori e tanti successi, tanti retromarcia, tante rincorse, tanti confronti e altrettante porte in faccia alla fine di quella corsa estenuante per la quale avremmo avuto le migliori aspettative. La solitudine è essere capaci di gestire sé stessi in mezzo agli altri, facendo parte del gruppo. L’isolamento non è una cura, la solitudine, così interpretata, sì.

Edward Hopper il pittore della solitudine - Automat (1927) - da Things I Like Today
Edward Hopper il pittore della solitudine – Automat (1927) – da Things I Like Today

Edward Hopper è il pittore, per eccellenza, della solitudine, non di quella solitudine devastante, angosciante, straziante, di una solitudine molto più vicina a quella di cui sto cercando di parlarvi. Osservate questo dipinto “Automat” e “South Carolina Morning” (in apertura), cosa riuscite a vedere? Sicuramente due donne sole, belle, ben vestite, dal portamento disinvolto ma, questo è il ma che fa la differenza, nessuno sarebbe così abbigliato se fosse solo e definitivamente solo. Sono in attesa di qualcuno, di amici, della propria famiglia, del marito, non importa di chi ma stanno aspettando di avere compagnia, stanno aspettando di continuare a vivere la loro solitudine insieme ad altri. Aspettano di poter ridere sguaiatamente, di poter ballare, di poter cantare, di potersi divertire pur mantenendo la propria solida solitudine interiore, ovvero: essere fedeli a sé stesse. Io spero davvero che il concetto sia chiaro. Nessuno di noi, a meno che non voglia stare solo, per suo conto, isolato dall’universo, può dirsi davvero alone. Siamo tutti immersi in un grande gruppo, la nostra solitudine è solo una grandissima capacità di essere unici in una massa, di essere in grado di amalgamarsi, al resto del mondo, senza lasciarsi condizionare, senza farsi ferire, senza farsi manipolare, senza farsi sottomettere, senza costringersi a cambiare idea. Saranno gli altri, forse, se vorranno, a seguire i nostri pensieri, ad avvicinarsi al nostro modo di vedere le cose, oppure saremo noi a farlo, con deliberata scelta, con consapevolezza.

“Bisogna essere molto forti per amare la solitudine.”

(Pier Paolo Pasolini)

Io, invece, lo dico in un modo diverso: bisogna essere molto forti per mantenere la propria solitudine all’interno di un gruppo sociale.

Arianna Forni

Arturo Nathan, Costa Ghiacciata con rovine, 1929 - da Weimar
Arturo Nathan, Costa Ghiacciata con rovine, 1929 – da Weimar
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