“Accadono fatti molto comuni, e l’umanità non se ne preoccupa. È necessaria una mente molto atipica per intraprendere l’analisi dell’ovvio.”

(Alfred North Whitehead, “Science and the Modern World”, 1925)

Lapalissiano, senza ombra di dubbio alcuno, ciò che non può avere differenti origini o differenti dimostrazioni è, per forza di cose, ovvio. Ovvietà, ovviamente determinata dal comune riconoscimento di qualcosa o dal, comunemente, riconosciuto come naturale e innegabile. Partiamo dal principio, a scanso d’equivoci è meglio delineare il campo d’azione, delimitare un’area precisa e poi, immancabilmente, colpire. Il Signore di La Palice, o Lapalisse come preferite, era il maresciallo Jacques de Chabannes, morto, nel 1525, durante la Battaglia di Pavia. Era un grande soldato, un comandante speciale e amatissimo dalla sua truppa, la sua morte fece scalpore ed è proprio qui che nasce il concetto di lapalissiano, nel senso di ovvio, ovvietà. Pare, infatti, che la sua truppa scrisse e intonò una strofa, in suo onore, che recitava queste parole:

“Hélas ! la Palice est mort,
il est mort devant Pavie ;
Hélas ! s’il n’estoit pas mort,            Maledizione! Se non fosse morto,
il seroit encore en vie.”                      sarebbe ancora in vita

In realtà, forse, la scrittura della strofa ha indotto, lo scrivano di turno, a cadere in un grossolano errore, qualora fosse così la verità lapalissiana sarebbe, solo, frutto di un misunderstanding e non di vera e propria pochezza. Triste, sarebbe meglio non saperlo ma vediamo, ugualmente, come, nell’eventualità, sarebbe dovuta essere la strofa corretta – non ne avremo mai la certezza, mi prodigo per mantenere la prima versione:

“Hélas ! la Palice est mort,
il est mort devant Pavie ;
Hélas ! s’il n’estoit pas mort,           Maledizione! Se non fosse morto,
il feroit encore envie.”                      farebbe ancora invidia

Malgrado la possibilità di questa confusione tra seroit e feroit oltre a en vie e envie, rimaniamo all’interno del nostro tema di partenza: l’ovvietà. Lapalisse ci è sempre venuto in aiuto proprio perché, con la prima strofa, il suo regno veniva collegato a qualcosa di, tremendamente, palese, quasi comico, tendente alla teoria dell’assurdo, lasciando, appunto, nell’ovvietà ridicola chiunque abbia ascoltato quella strofa o lo faccia adesso. La verità lapalissiana viene spesso associata al concetto di truismo che, in buona sostanza, è la stessa cosa: parlare di qualcosa di talmente ovvio da dover essere detto in modo da predisporre sé stessi nella condizione, misticheggiante, di porsi una domanda: esiste veramente o no? La risposta è sempre sì, è il fatto di dirlo che induce nel dubbio. Un truismo filosofico, ad esempio, potrebbe essere il quadro di René Magritte “La Trahison des Images”:

magritte_pipe

Appare talmente ovvio che l’immagine rappresenti una pipa da non essere, effettivamente una pipa, in quanto la pipa è un oggetto concreto, utilizzabile e palpabile, questa, in effetti, è solo un’immagine di una pipa, quindi dire questa non è una pipa, nel caso in questione, non è un errore è un assunto. Eppure, allo stesso tempo, è lapalissiano che si tratti di una pipa. Si crea un fastidioso contorcimento cerebrale e viscerale da introdurre un tale subbuglio volto a spingerci verso altre considerazioni, per evitare di cadere nella rabbia e nella frustrazione. Ciò che è ovvio crea uno squilibrio interiore, mette in dubbio la nostra intelligenza, qui nasce il problema contemporaneo dell’ovvietà come mezzo di comunicazione. La tautologia è un altro termine per indicare qualcosa di ovvio che, però, al contrario della strofa per il maresciallo di La Palice e il truismo, crea degli enunciati all’interno dei quali esistono delle contraddizioni, ovvie ma pur sempre in antitesi alla frase originale seppure ne mantengano l’ovvietà. Iniziamo con un esempio: i cigni sono tutti bianchi, oppure può esistere almeno un cigno a non esserlo. Siete confusi? Perfetto, è esattamente dove bisogna andare a parare per comprendere ciò di cui vorrei parlare, tutto questo fa parte di un ampio preambolo. Dire che tutti i cigni sono bianchi non è vero, esistono anche neri, pezzati, macchiati, misti, ne esistono svariate specie e altrettanti colori, la frase secondaria, infatti, pur non avendo una certezza sull’esistenza di cigni di altri colori, non esclude l’esistenza di cigni gialli, ad esempio. La frase, di per sé, è vera sia che esistano solo cigni bianchi, sia che esistano cigni di altri colori. Tutto questo è tautologico. Queste svariate definizioni, più contorte che altro, vanno nella stessa direzione: l’ovvio.

Palla di Arnaldo Pomodoro, 31 maggio 2007 - da Wikipedia
Palla di Arnaldo Pomodoro, 31 maggio 2007 – da Wikipedia

La palla di Arnoldo Pomodoro dovrebbe rappresentare il mappamondo, la nostra Terra e gli ingranaggi che la regolano e ne regolamentano l’andamento, sia cosmico che terreno, eppure non sembra un mappamondo. In apertura, invece, potrete trovare un mappamondo piano, di Roberto Cuoghi, un po’ confuso, colori mischiati, annebbiato, non nitido, quasi macabro. Sono due cose diverse che raccontano una stessa ovvietà: viviamo in un mondo difficile da decifrare, in cui prevalgono situazioni palesi e lapalissiane che, nonostante siano parte di un ingranaggio ben funzionante, possono, tranquillamente, non essere viste o riconosciute a causa della cecità della nostra anima. A causa, piuttosto, dell’abitudine alle cose ovvie. Non amo Roberto Cuoghi, soprattutto dopo l’esposizione alla 74° Biennale di Venezia, in questo caso, però, rende l’idea, questo mi basta per parlare del nostro Monsieur Lapalisse quotidiano.

“Il mondo è pieno di cose ovvie che nessuno si prende mai la cura di osservare.”

(Arthur Conan Doyle, “Il mastino dei Baskerville”, 1902)

Ad esempio, al giorno d’oggi potrebbe essere ovvio trovare un annuncio con scritto: cercasi apprendista con esperienza per stage gratuito, rientra alla perfezione in alcune ovvietà moderne che infastidiscono, creano frustrazione e disarmano. Nel lavoro di ovvietà ce ne sono fin troppe e non vorrei essere troppo pesante nell’esposizione, passiamo a qualcosa di più ovvio: la politica. In campagna elettorale è ovvio che i rappresentanti dei vari partiti si mostrino come i nuovi Salvatori della Patria, con le più importanti idee di crescita economica, di posizionamento internazionale, di interscambi mondiali che possano garantire alle aziende di spaziare altre i propri, classici, schemi, oppure, ancora, di riduzione, drastica, della tassazione con, ovvie, facilitazioni nelle assunzioni dei giovani sotto i trent’anni i quali, però, troveranno l’annuncio, citato poco fa, sulle bacheche universitarie o all’interno del web. Come fare? Forse, è ovvio:

“Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa.”

(Dante, Canto III, Inferno, vv.49-51)

Allora si passa ai velati insulti faziosi, tra le varie coalizioni, destra contro sinistra, centro contro tutti e popolo attonito, direi annichilito. Questo prima delle elezioni, poi potrebbe, dico potrebbe per tornare al concetto di tautologia filosofica, accadere ciò che è successo quest’anno: l’estrema destra ritratta per prendersi quella poltrona tanto ambita, la sinistra piange ammutinandosi e il partito del popolo, di quello più bue, purtroppo, decide di coalizzarsi con l’estrema destra per avere una comoda su cui appoggiare il deretano, ovviamente parlo di una comoda seduta e lascio a voi l’interpretazione definitiva. I politici sono ovvi quanto i calciatori. Durante il periodo di calciomercato se ne vedono sempre di tutti i colori, indiscusse bandiere storiche, di squadre al Top, passare, senza colpo ferire, al maggior offerente, visite mediche superate al cento per cento e poi, beh, come non assistere alla conferenza stampa, ovvia: Fin da bambino ho sognato di giocare in questa squadra, ricordo che il mio primo allenatore aveva previsto che prima o poi sarei stato titolare con questa maglia, mio nonno tifava questi colori e io, ora, sono all’apice della mia carriera perché finalmente possono farmi la doccia in questi spogliatoi. Spero davvero che abbiate smesso di credere a queste parole, ovvio, se gliele fanno ancora dire significa che, purtroppo, c’è ancora qualcuno a dargli credito, è palese, purtroppo. Non so chi ma c’è ancora qualcuno, evidentemente, che guarda i talent show, li segue con entusiasmo e suspense: chissà chi vincerà quest’anno? Chissà chi elimineranno questa sera? Ma chissà? Mi pare strano che nessuno si sia mai posto un’altra domanda, ad esempio: non è che, magari, sia tutto già scritto? No, figuriamoci, è ovvio, non può essere, altrimenti lo share cadrebbe negli inferi. ParappappapararaParappappaparara mi è partita la musichetta di Uomini e Donne, più ovvio di quel, drammatico, programma da italiano medio, di bassissima lega, non credo esista altro, eppure mi ricordo il jingle, oddio, sono messa così male? No, è ovvio, l’hanno fatto sentire talmente tante volte da essersi fissato nella mente di molti, anche nella mia, diamine. Voglio uscire da questo loop infernale delle ovvietà perché potrei iniziare ad avere la nausea. Nessuno si è mai posto il problema di trovarsi davvero all’interno di un Big Brother, reale e realistico, in cui i fili delle marionette sono legati ai nostri polsi? Dai, dai, dai, basterebbe svegliarsi con una sberletta oppure con due caraffe di caffè, tanto per dire un’ovvietà, e capire quanto sia tutto sbagliato. Il nostro mondo è sbagliato perché è sbagliato sapere già come andranno le cose, è sbagliato avere sempre delle bieche risposte ovvie a domande che meriterebbero argomentazioni, giusto un attimo, più auliche. Sono stufa. Non so voi. A me l’ovvio annoia, terribilmente, eppure a qualcuno dona sicurezza, serenità. Una tranquillità interiore che ci tiene lontani dalle difficoltà delle news ultimo secondo. Ci avrete fatto caso, spero, a quel piccolo spazio comprato dai TG nel post spot, al termine della trasmissione, sono circa 5 minuti che potrebbero utilizzare qualora ci fosse uno scoop immantinente, non sia mai che lo annuncino su un’altra rete. Quante possibilità ci sono che, nello spazio di 3/4 minuti di pubblicità, atterri un ufo in Piazza San Pietro? Credo sia una risposta ovvia. Nessuna, ma è altrettanto ovvio pagare per far credere di essere sempre sul pezzo.

Arianna Forni

Alighiero-Boetti_Mappamondo-1984-1984 - da Artribune
Alighiero-Boetti_Mappamondo-1984-1984 – da Artribune
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