“– Chi governa la necessità?
– Le Moire che tessono il filo e le Erinni dalla memoria implacabile.
– E Zeus è più debole di loro?
– Anche Zeus non può sfuggire a ciò che è destinato.”

(Eschilo)

Con questo incipit, lanciato a mezz’aria, da Eschilo, vorrei chiedere a voi: credete nel Destino? Nella personificazione di un mito capace di decidere, per noi, senza chiedere il nostro parere? Allo volte, è più semplice crederci rispetto al contrario, altre è più immediato affermare di essere in totale possesso delle proprie facoltà decisionali, in altre occasioni, ancora, è facile stabilire una coesistenza delle due forse, l’una in contrapposizione all’altra, l’una in collaborazione con l’altra. Dipende da noi, dal nostro carattere, dai nostri sogni. In definitiva, l’abbiamo detto tante volte, del doman non vè certezza; destino ostinato, destinato, predestinato, benevolo, malevolo, pacifico o no la vita è sempre una, corre su un unico binario colmo di ostacoli, più o meno, valicabili. Imparare a convivere con le difficoltà è una delle prime lezioni che ci piombano addosso, vivendo. Apprendere come superarle, beh, è tutt’altra storia, ci vuole coraggio:

“Ci vuole calma e sangue freddo

E prendo di mira il peggio, il futile
Gli stolti e tutti i re
Non presto favori per poi riceverne
Per non soccombere”

(Luca Dirisio, “Calma e Sangue Freddo”, 2004)

Già, per non soccombere, nessuno vorrebbe il proprio male, allo stesso tempo, nessuno vorrebbe sapere cosa lo attende, nel suo domani, tutti, però, vorrebbero avere in mano le redini del proprio destino, di quel futuro incerto sebbene certo nella certezza della predestinazione scritta, incisa a fuoco, decisa a priori. Da chi? A questo punto torniamo ai Greci, i veri saggi, i veri possessori di una saggezza infusa dal loro stesso tempo, amalgamata alle proprie credenze popolari, intrisa di sapienza, fatta di miti, di leggende, vivide ancora oggi, vive in questo tempo di scempi, di drammi e di sangue. Le Moire, detentrici del grande potere di decidere quando, e come, concludere l’esistenza di ogni individuo, dello stesso Zeus, nemmeno lui può sottrarsi al loro grande potere. Decidere della vita degli altri, senza farsi domande, senza fare domande, prive di risposte ma capaci, sì, capaci di tagliare quel filo, quello del respiro dell’uomo, quell’alito di vita in grado di ossigenare il nostro corpo e il nostro spirito, in grado di darci la chance di andare avanti. Fino a quando? Forse, solo fino al momento in cui le tre Moire, Cloto, Làchesi e Atropo, non avranno deciso di interrompere le nostre possibilità. Senza un motivo reale, solo perché è così, che vuole il destino.

Le Tre Parche, particolare dal Trionfo della Morte, arazzo fiammingo, 1520 ca.
Le Tre Parche, particolare dal Trionfo della Morte, arazzo fiammingo, 1520 ca. – da Wikipedia

Si dice che fosse Cloto a reggere il filo dell’alito umano, del respiro vitale, della durata della vita degli individui, si dice che fosse proprio lei la tessitrice di quel lungo, o breve, gomitolo, si dice che fosse, sempre, lei a srotolarlo tra le sue mani per poi darlo in custodia a Làchesi, la quale aveva il compito di distribuire gioie e dolori, bene e male, virtù e garbugli, lungo tutto il suo lento fluire, poi, immancabilmente, si dice che giungesse tra le dita di Atropo, con le sue forbici, strette in pugno, aveva il potere più grande: decidere quando porre fine al respiro di ognuno di noi. L’inesorabile Atropo, l’immancabile presenza dell’innegabile dolore di chi resta, non è mai semplice lasciare andare qualcuno, nemmeno se si tratta di una decisione del destino, nemmeno se si ha la certezza possa, davvero, riposare in pace.

Le tre Parche di Bernardo Strozzi, 1664
“Le tre Parche” (Parche o Moire) di Bernardo Strozzi, 1664 – da Wikipidia

Mi appello, nuovamente, al Sommo Poeta, lo ascoltiamo insieme in questo passo del Purgatorio, accompagnato dal suo caro Virgilio, la guida sostenitrice delle sue paure, quell’unica guida capace di accompagnarlo, da anima, tra le anime. Un Dante vivo, in carne ed ossa, l’unico a cui è stato concesso un beneficio supremo, un lasciapassare per l’aldilà, per lo schiudersi di quei dubbi esistenziali, parte della vita di ognuno di noi. Atropo non aveva ancora tagliato il suo respiro, altisonante essenza dell’esistenza di un umano eterno, Dante. Quel destino, il suo destino, lo aveva messo nelle migliori condizioni per attraversare un mondo di viva vita, più viva che in Terra, meglio distribuita, più meritocratica, più governabile, attraverso leggi Supreme a cui, mai, sarebbe stato possibile non fare fronte. Una perfezione di un orologio, scandito da secondi regolari, precisi, una perfezione che manca al nostro tempo, dovremmo imparare da lui. Poeta sapiente, conoscitore della storia, del suo tempo, possessore di molte verità, caparbio nell’intento di divulgarle, conscio di poter resistere ai secoli, fedele a sé stesso, altrettanto, fedele a noi, qui seduti ad ascoltarlo. Noi, sì, che abbiamo Facebook e non sappiamo cosa siano le Moire, o Parche, noi. A volte mi chiedo in quanti abbiano letto, davvero, la Divina Commedia, escludendo i letterati. Triste realtà di un destino beffardo:

“E ‘l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni
che questi porta e che l’angel profila,
ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.

Ma perché lei che dì e notte fila
non li avea tratta ancora la conocchia
che Cloto impone a ciascuno e compila,

l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,
venendo sù, non potea venir sola,
però ch’al nostro modo non adocchia.”

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio XXI, vv. 22-30)

Una spintarella, un aiuto, da parte di Virgilio, gli hanno permesso di fare un viaggio che, forse, vorremmo intraprendere tutti, ormai, però, non ce n’è più bisogno, è descritto così bene, è così drammaticamente, intensamente, profondamente illuminante, attraverso le sue terzine, da non avere bisogno di altro, solo di leggere, rileggere, capire. La Divina Commedia andrebbe letta miliardi di volte in una vita e non basterebbero, mai, per averla compresa appieno. Dissento molto su tutti coloro che ne hanno fatto degli show, un business, dei commenti personali, delle goffe interpretazioni, della cinematografia. La Divina Commedia è, e resta, solo, la Divina Commedia, non può esserci altro, va letta così com’è e va interpretata nell’intimo delle proprie conoscenze e della propria cultura. Anche attraverso le terzine dantesche si può discernere riguardo al destino, ognuno ha le sue, inesorabili, idee, macigni granitici appoggiati nel proprio intimo, inamovibili. Eppure, tutti possiamo variare i nostri punti di vista, sono solo i grandi saggi a poterci insegnare qualcosa, a darci degli spunti per andare avanti, ad insegnarci se e cosa sia, davvero, il destino. Immancabile oppressione quotidiana del sapere, non sapendo un bel niente. Si dice che basti cogliere le occasioni: quali? Il destino, forse, le ha scelte per noi, Làchesi ha già predisposto ogni pedina? Non abbiamo scampo, oppure no. Dobbiamo inserirci all’interno del nostro stesso stereotipo di vita, nel nostro Io, nel nostro ego e fare di noi l’arte del nostro destino. Non importa se sia già scritto o meno, le opere d’arte nascono dal cuore dei grandi pensatori e non è né Cloto, né Làchesi, né Atropo a poterci far cambiare idea, casomai ci danno delle indicazioni, seguirle o meno non è compito del destino, è compito nostro. Esiste molta gente che si abbandona al suo futuro senza fare niente per cambiarlo, per migliorarlo, per dare un senso al suo viaggio. Cosa stiamo aspettando? Siamo noi i conducenti, guidiamo, facciamo bene, con testa, con attenzione, con cura per i particolari e, soprattutto, cerchiamo di contornarci di persone giuste, le migliori, se possibile, allora, sì, che il destino avrà le sue belle gatte da pelare per metterci i bastoni fra le ruote, almeno in vita, e poi, poi chissà. Questo fa parte del bello dell’esistenza terrena, l’inconsapevolezza consapevole di una vita, sicura e comoda, ad attenderci dopo il taglio di Atropo. Mi raccomando, facciamo i bravi, non mi pare il caso di finire all’Inferno, casomai il Purgatorio laddove c’è speranza, vera, sincera, profonda e poi, beh, poi c’è il Paradiso, per quanto mi riguarda credo che un giretto in Purgatorio, almeno prima del giardino celestiale potrei anche pensare di farmelo ma, per il resto, vorrei la mia nuvoletta, magari un buon caffè e qualche coro gospel. Sognare è umano ed è concesso, anche dalle Moire. E voi? Adesso che conoscete un po’ di storia, mitologica, credete nel destino?

“Altre tre donne sedevano in cerchio a uguale distanza, ciascuna sul proprio trono: erano le Moire figlie di Ananke, Lachesi, Cloto e Atropo, vestite di bianco e col capo cinto di bende; sull’armonia delle Sirene Lachesi cantava il passato, Cloto il presente, Atropo il futuro.”

(Platone)

Arianna Forni

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1 Comment

  1. No, personalmente non credo nel destino, sono un poco illuminista, ma a volte mi piace pensarci e vagare con la non ragione. Una volta che volevo scrivere un romanzo ambientato ai tempi antichi mi immedesimai così tanto nelle preghiere e riti pagani che temetti per pa mia salute mentale. Non ci ho più riprovato.

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