“Che cos’è più preciso della precisione? L’illusione.”

(Marianne Moore)

Precisione, imprecisione, illusione, accuratezza, soft computing, sono tematiche importanti, da analizzare singolarmente, solo così saremo in grado di padroneggiare l’essenza dell’arte e del genio artefice delle sue opere, fisiche ma, altresì, mentali, psicologiche e per questo uniche. Vorrei partire dal quadro di Kostabi, in apertura, solo dopo cercherò di addentrarmi nelle varie definizioni. Kostabi sembra De Chirico, ha riprodotto un contesto uguale a quello di un artista che ha vissuto una vita nella ripetizione di sé stesso e del suo mondo interiore. Non può funzionare. Appare già difficile accettare la ripetitività di Giorgio De Chirico, sebbene sia un colosso, a livello artistico, figuriamoci di un contemporaneo che, non solo appare ripetitivo ma, addirittura copia. Io dissento e mi sento, addirittura offesa per il povero De Chirico, è già subissato di critiche nonostante non possa ribattere, in più viene anche scimmiottato. Mi pare troppo anche per lui, anche per noi. Però, ahimè, è una reazione umana, generalmente, propria di chi vuole attrarre un pubblico e cercare di vendere attraverso il marketing di sé stesso, in questo caso, mal gestito, mal programmato. Nessuno discute sul fatto che abbia un buon tratto, un uso dei colori ben definito, un’impostazione precisa, talmente precisa da risultare immateriale, non reale, forzata a forzare la psiche di chi osserva. Troppo, troppo immobile per rielaborare il dinamismo schiacciante dell’opera di De Chirico che, seppur nella sua straziante desolazione, crea movimento. Nell’imperfezione, nell’illusione, riesce a donare, a noi, la facoltà di pensare, di sentirci persi, dispersi in un mondo attanagliato da una tecnologica costrizione di abbandono. Kostabi, copia, ricopia, il risultato è questo:

Kostabi Mark 704 - da settemuse
Kostabi Mark 704 – da settemuse

Asettico, apatico, asociale. Messo a confronto con quest’opera di De Chirico ci possiamo accorgere delle sue mancanze, non tecniche ma, bensì, psicologiche:

The Two Masks, 1926 — Giorgio de Chirico - da Teìrivium Art History
The Two Masks, 1926 — Giorgio de Chirico – da Teìrivium Art History

“Tre grandi illusioni sono il mio grande tormento: tre grandi illusioni nella vita di un giovine bennato, Dio – la Donna – l’Arte.”

(Ambrogio Bazzero, da Storia di un’anima, introduzione di Emilio De Marchi, Fratelli Treves Editori, Milano, 1885.)

L’illusione è la percezione sensoriale del cervello umano nell’assimilazione di concetti privi di concretezza, di realismo rispecchiato nella realtà quotidiana. Entrambi dipingono delle illusioni ma Giorgio De Chirico lo fa con una cognizione personale, molto profonda, trasmette la sua sofferenza e, sebbene sia una continua ripetizione di sé stesso, mantiene un forte impatto su chi osserva, un pugno nello stomaco che gli ha garantito vita eterna:

Giorgio de Chirico, Piazza d'Italia con fontana, 1968 ca. Fondazione Giorgio - da Artribune
Giorgio de Chirico, Piazza d’Italia con fontana, 1968 ca. Fondazione Giorgio – da Artribune

Kostabi, no, vivrà, forse, qualche tempo, in ricordo di un grande maestro, mettendosi nella schiera degli artisti POP, commerciali, facili da piazzare, da vendere, ma privi di un sentimento personale, troppo legato a stereotipi del passato a cui siamo già assuefatti:

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Kostabi

“Gli uomini si dividono in due categorie: i geni e quelli che dicono di esserlo. Io sono un genio.”

(Enzo Costa, giornalista)

Ecco, probabilmente, Kostabi si schiera tra le fila di chi dice di essere un genio, non c’è niente di male, pur essendoci parte del negativo di vivere nel proprio limbo, introspettivo, in cui la precisione diventa la sola cosa fondamentale, senza rendersi conto che sono le imprecisioni a fare di un genio il genio per eccellenza. In questo senso mi viene in aiuto il concetto, ben definito, di Soft Computing, ovvero, controllare, verificare, valutare, in ambito vagamente impreciso, le capacità degli esseri umani, in riferimento a varie attività da loro svolte, che siano esse lavorative o ludiche. Il concetto base sta proprio nel fatto di determinare un apprendimento, legato al movimento e mutamento dei neuroni, dei singoli individui, nell’approccio ad attività nuove, oppure, conosciute ma, proprio perché note, affrontate in modo pedestre, senza intermediazione creata da una forte base di studio, di ragionamento ma, esclusivamente, atte all’azione fine a sé stessa. Il Soft Computing è una scienza che prende spunto dalla logica fuzzy, o logica sfumata, dedotta da una considerazione di Albert Einstein, del 1922: “Finché le leggi della matematica si riferiscono alla realtà, non sono certe, e, finché sono certe, non si riferiscono alla realtà.”; questa teoria dei sistemi inserisce l’uomo all’interno del suo stesso mondo, posto e anteposto alle sue stesse attività. Si impara studiando con precisione e accuratezza, laddove, entrambe, hanno un metro di paragone per valutarne la qualità, escludendo, però, il lato inventivo, quindi, illusorio e artistico. L’artista non si basa su questi concetti, l’arte non è scienza, l’arte è arte, solo e semplice arte, dedotta e prodotta dalla mente, imprecisa e illusa, di un individuo, artista, capace di raccontare storie attraverso delle immagini, capace di trasmettere emozioni e dare sollievo o oppressione a chiunque sia spinto, attratto e calamitato, dalla sua stessa opera.

Kostabi Mark , The faithful lover (2011) - da Galleria Pananti
Kostabi Mark , The faithful lover (2011) – da Galleria Pananti

In “The Faithful Lover”, Kostabi, rappresenta, direi molto bene, la nostra società moderna, il concetto di selfie, di apparenza, di appartenenza a sé stessi, solo se ritenuti accettabili a livello sociale e sociologico. Quello specchio parla, sta dicendo a quella donna, priva di volto, se sarà, o meno, accettata e accettabile nel suo micro cosmo, nella sua società privata e pubblica, se potrà sentirsi libera di affrontare il mondo. Il problema è che lo fa attraverso delle linee già viste, linee crude, nette, le linee di De Chirico, appunto, e questo mette Kostabi nella condizione di far giudicare il suo prodotto ancora prima del concetto da lui espresso. Appare come una sorta di ammutinamento, di allontanamento dai propri ideali quasi a voler evitare una vera critica, quasi a volersi schiacciare da solo, sotto il peso di un macigno pesante come il nome di un grande artista eterno: Giorgio De Chirico. Il fatto di riprodurre, o cercare di farlo, le opere di qualcun altro, per dare una connotazione moderna agli stereotipi antichi, non fa altro che confermare la presenza di uomini sempre, e per sempre, uguali, dagli albori dei tempi. Non importa inserire tecnologie contemporanee come nel caso di questo quadro del 2002:

mark_kostabi_checking_in_2002
Mark Kostabi Checking, 2002

Lo stereotipo di precisione resta lo stesso, non lascia spazio ad altri ragionamenti perché rimanda, ancora una volta, indietro nel tempo; è il contrario di quello che vorremmo vedere. In questo senso, si inserisce, alla perfezione, la citazione di Gramsci:

“L’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva: la storia insegna, ma non ha scolari.”

(Antonio Gramsci, da Italia e Spagna, L’Ordine Nuovo, 11 marzo 1921)

A questo punto la considerazione, nasce spontanea, la storia insegna, avrà sempre qualcosa da insegnare, ma serviranno sempre più scolari, sempre più alunni disposti ad imparare dal passato per poter progredire, andare avanti con, formidabile, slancio e sicurezza. Non bisogna più commettere gli stessi errori, non bisogna illudersi ma non bisogna, nemmeno, forzarsi nell’accuratezza della riproduzione di ciò che è stato. Per non continuare a cadere serve un Soft Computing più determinante, serve apprendere dagli errori e saltare in un futuro più solido. Se mancano le basi, come, purtroppo, vediamo ogni giorno sui nostri giornali, e telegiornali, sarebbe meglio affidarsi ad uno studio più preciso, un utilizzo più determinante delle sensazioni umane. Il cuore difficilmente sbaglia.

Arianna Forni

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