“Non credo che si possa trovare niente che meriti il nome di società fuori di Londra.” (William Hazlitt)

Londra, oh quale magnifica regale superbia, in una città daimille volti e dalle persone tra le più svariate, variopinte, dal linguaggio stratificato, multicolore, mai amalgamato. Inglesi? Forse, esistono ancora, forse no, forse, sono solo una lontana rimembranza di un mondo antico in cui per “Inglese” si intendeva un abitante di Londra, non Britannico ma londinese. Ora? Ora tutti sono londinesi, spagnoli, italiani, francesi, russi..tutti, proprio tutti, coloro i quali hanno visto, in questo abnorme paradiso, una possibilità di sbocco per il proprio, incerto, futuro. Ogni quartiere ha la sua propria identità, ogni quartiere vive la sua vita, ignaro, alle volte, di ciò che accade nel quartiere accanto, ignaro e inconsapevole delle bellezze e degli orrori che si possono incontrare in ogni dove, in ogni antro di un’altra “Big city life”, una New York in miniatura, una Londra che vorrebbe essere New York non accorgendosi di essere bella così com’è. Non v’è niente da cambiare, niente da sostituire, bisogna solo saper guardare. Londra, nonostante tutto, è regale per questo, per le sue diversità, per i suoi differenti modi di interagire con la società, Londra è Londra, nemmeno quella Big Apple sa essere così snob e, al contempo, così sciatta e disfattista. La Londra “bene” è una meraviglia di case costruite attorno all’eleganza, allo charme, al bel vivere. La Londra dei sobborghi è strana, sembra voglia crescere, rendersi indipendente ma fa fatica, cerca di barcamenarsi ma non ci riesce, non ha le basi per andare verso un divenire solido, non ha la cultura per rendersi inglese, londinese, per l’appunto. Londra, straordinaria, caotica, rumorosa, turistica e lavorativa allo stesso tempo. Londra ha qualcosa che la rende magica, credo che sia questo il motivo per cui la J.K. Rowling abbia scelto proprio il binario 9 1/2 di Kings Cross Station per far partire i suoi maghetti verso l’incredibile Hogwarts.

Londra è arte allo stato puro, arte nei musei, come, ad esempio, il Tate Modern dal quale sono uscita con parecchio amaro in bocca, mi sarei aspettata qualcosa di meno “commercial“, più sofisticato, più dettagliato, più organizzato, insomma, più contemporaneo grazie alla presenza di artisti che meritino questo nome. Ho qualche annotazione da fare a riguardo, non tutto è perduto, anche qui, è rimasta un minimo di cultura dell’arte e dell’interpretazione introspettiva della stessa, o cognitiva, per i più documentati. Annovero, nella scarna lista di artisti di cui vorrei parlarvi, Jenny Holzer e Edward Krasinski. La prima, una disfattista, opprimente, con un filo di, palpabile angoscia di vivere. Pareti coperte di frasi scritte di suo pugno in cui rappresenta il vero male di vivere, il vero terrore nel prossimo, la paura nei confronti di chiunque ci stia accanto “anche i tuoi parenti potrebbero ucciderti”, ad esempio. La frase dalla quale sono rimasta più colpita, però, è questa:

Jenny Holzer, Tate Museum, London – diritti riservati PIC by AF

“Disorganization is akind of anesthesia”, non fa una piega, anzi, dovremmo sentirci parte di questa ovattata, asettica, anarchica condizione di benessere apparente nell’anestesia che chiude il cervello a qualsiasi tipo di organizzazione, siamo persi, dispersi, senza una meta precisa, siamo un popolo allo sbando, è il motivo per cui esistono i ricchissimi e, in antitesi, i poverissimi. Bisognerebbe usare la testa e giocare tutti sullo stesso tavolo, qualcuno riuscirà sempre a batterci ma altrettanti verranno sconfitti da noi, dalla nostra organizzazione mentale, dalla nostra esperienza. Di cosa abbiamo bisogno? Di una guida per i bambini, che sappia inquadrarli nel mondo in cui siamo costretti a vivere, e di qualcuno che raddrizzi certi adulti, infondo che importa, siamo nell’epoca in cui il mors tua vita mea funziona maggiormente. Diavolo che macello, fortuna che chi studia possa vantare ancora una chance, quella di redimersi dall’anesthesia.

Krasinski, al contrario, gioca con gli specchi, dà vita a labirinti prospettici in cui l’arte lascia il posto all’interpretazione della stessa. D’altra parte, ognuno gioca a modo suo. In questo assioma risiede il vero concetto della sua opera, esposta, ora, al Tate Modern: giocare, ridere, essenzialmente, osservare l’essenza essenziale del proprio io. Vengono delle foto straordinarie, questo è certo, fa parte del gioco, fa parte del suo gioco e noi, tutti, ci uniformiamo entrando nella sua opera proprio come si sarebbe aspettato. Si è preso gioco di noi? Si, ci è riuscito benissimo.

Tate Modern, London, Krasinski – diritti riservati PIC by CP

Lo stesso discorso, più caleidoscopico e scientifico, vale per l’opera di Yayoi Kusama, “The passingWinter”, del 2005; un altro gioco prospettico che incuriosisce dando poche risposte. Resti delle ore a guardare uno specchio con altri specchi al suo interno, in uno vedi te stesso in ripetizione, nell’altro ti osservi piccolo piccolo, nell’altro ancora vedi attraverso e non capisci. Kusama non vuole che tu capisca, vuole che tu acquisisca sensibile curiosità, vuole che il  tuo pensiero entri nella sua opera, vuole catturarti. Beh, ecco, sei preso, pescato, accalappiato.

Tate Modern, London, Kusama, The passing Winter – diritti riservati PIC by AF

L’arte di Londra non si ferma a questo, è molto di più, la trovi per le strade, la trovi sui muri, la trovi la notte nel quartiere di Soho, dove la gente balla per strada, dove fermare uno scatto sembra impossibile, tutto corre, tutto grida, non c’è pace, è claustrofobico, è spaventoso ma dimostra quanto la gente stia bene nell’agglomerazione dei suoi simili, beh io no. Io preferisco la calma e il silenzio, la pace e la serenità, in questa baraonda mi sento come Dante “in una selva oscura”:

Soho, London by night – diritti riservati PIC by CP

Poi si fa giorno, c’è il sole, non fa caldissimo ma si vede il cielo, blu, si sente un minimo di tepore e poi quel vento gelido. Le industrie non ci sono più, sono scomparse e con esse è scomparsa la nebbia. Si sta bene a Londra, malgrado il clima uggioso, l’aria è respirabile, puoi aprire i polmoni, sentire l’ossigeno, non c’è smog, è tutto chiaro e limpido, è tutto proprio come lo vedi, nel bello e nel brutto, nel male e nel bene. E allora ti sposti, vai fuori da quel circolo vizioso di negozi e ristoranti da 100 sterline a testa, ti sposti perché qualcuno ti ha consigliato di andare più in periferia, dove dovrebbe nascere un nuovo mondo, coperto di murales, pieno di gente sorridente, tutti stranieri, è ovvio, tutti meno facoltosi, è ovvio, forse, tutti sprovveduti avventurieri che non sanno, ancora, di avere pochissime chance di sopravvivere, là in mezzo. Basterebbe un aiuto dal cielo, forse un angelo, qualcuno ha disegnato un paio di ali su di una parete, forse immaginava i turisti intenti a farsi i selfie con il bastone, ormai è un must have; mi adeguo:

London Town – Diritti riservati Pic by CP

Eppure resta quel sapore Ottocentesco, quella patina di opulenza, quell’eleganza snob dell’English people ideale. Quell’alone di superbia fa parte dei palazzi, delle statue e, infine, nelle sue carrozze, con quelle pariglie bianche o nere, in perfetto equilibrio, in perfetto ordine organizzato capaci di cancellare, per un attimo, l’anesthesia della disorganizzazione; è il suono degli zoccoli sull’asfalto, è quel respiro profondo dei cavalli, è l’incedere leggero dei loro crini, è l’odore della libertà. Non importa quanta gente ci sia attorno a noi, quella carrozza ci ha concesso di trovare la pace anche qui, anche a Londra.

Arianna Forni

London Town – Diritti riservati PIC by AF


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