Quel “Mattino” meraviglioso, dipinto da Ungaretti con tanta sapienza e proprietà di linguaggio; così brevemente descritto come tutti, dopo una notte ristoratrice, sogneremmo, ancora, di trovare, vedere, sentire: il Mattino. L’immensità del sapersi illuminare di un nuovo colore, di una nuova energia, di un nuovo stupore, di un’emozione grande, di una speranza, di un obiettivo realistico, da raggiungere quel giorno, con testa, cuore e consapevolezza. Illuminiamoci di immeso, lasciamo illuminare tutto il mondo, tutte le genti. Lasciamo che, quella luce, entri nelle case di chiunque apra le finestre e respiri la purezza della vita vissuta. Non è mai troppo tardi per lasciarsi illuminare, non è mai troppo tardi per vivere l’immensità dell’essere cosmologico, nell’essere fisico e mortale, sebbene immortale, nell’immenso senso di fede, in un domani migliore. Il Futuro, già, quel futuro ambito, ardito, arduo da ottenere, sognato, guardato, raffigurato nella propria mente e inquadrato in una cornea che, ancora, lo vede al contrario, siamo noi a doverlo raddrizzare. Noi, soli, possiamo, rendere arte il “M’illumino d’immenso” (1918 “Mattino”).

Giuseppe Ungaretti in divisa da allievo ufficiale al 19esimo reggimento di fanteria – da Wikipedia

“Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie”
(1918, “Soladati”)

Ecco l’antitesi, la contrapposizione, l’ardua sentenza, ecco l’attimo in cui lo stesso uomo, capace di illuminarsi d’immenso, riesce a scavare quella fossa tetra, colma di tristezza per gli amici morti in guerra, piena di rimpianti, di ricordi, di fraintendimenti, di agghiaccianti realtà. L’anno è lo stesso, il 1918, ci chiediamo come si possa illuminarsi d’immenso guardando la morte dritta negli occhi, sentendo lo straziante dolore nel cuore, percependo l’odore del terrore. Fucile in spalla, non si può tirarsi indietro dalla guerra. Chi potrebbe farlo? Noi? No, nemmeno noi, combattiamo guerre ogni giorno, meno sanguinarie a livello fisico, eppure, riescono a toglierci lentamente la pelle da dosso fino a farci soccombere. Tutti abbiamo la nostra battaglia, tutti vorremmo uscirne vincitori, purtroppo, però, per vincere quanlcuno deve morire. C’è chi direbbe mors tua vita mea, senza osare troppo nel dire si potrebbe assurgere questa frase a monito dei popoli ma, e qui viene il bello, con consapevolezza, responsabilmente. La guerra ha un senso solo se ne vale la pena. Il fine non giustifica nessun mezzo, tant’è vero che sono parole messe in bocca al buon Machiavelli, senza che le avesse mai scritte, forse nemmeno pensate. Meschini, noi, a trasformare un capolavoro, “Il Principe” per l’esattezza, nel discorso di un pazzo visionario, disposto a tutto pur di ottenere ciò che vuole. Pace all’anima sua, chissà quante volte, la sua tomba, ha sussultato, tremato, facendolo inorridire davanti ad una citazione ignorante come questa. Eppure, anche lui, avrebbe apprezzato la capacità di sapersi illuminare d’immenso davanti alla morte, davanti al dolore. L’immenso, la luce, la speranza, la costanza, sono elementi indispensabili per affrontare ogni secondo di ogni giornata, non sarebbe nemmeno da dire ma, quasi per tutti, il giorno inizia al sorgere del sole, alla Mattina.

Edward Hopper, dettaglio

E allora di cosa ci preoccupiamo? Siamo sempre attenti a guardare i contorni, ad ascoltare le parole degli altri, soprattutto quelle negative, quelle capaci di destabilizzarci, di affossare il nostro orgoglio personale. Non si capisce perché; forse siamo tutti, un filo, masochisti, forse siamo tutti alla ricerca di una battaglia in cui lanciarci, baionetta alla mano per combattere contro un carroarmato. Dove vogliamo andare se prima non siamo riusciti a guardare fuori da quella finestra lasciandoci illuminare, davvero, d’immenso? Lasciando quei raggi entrarci nella pelle per donarci, proprio come alla verde natura, linfa vitale, energia per poter vivere la nostra vita, non quella degli altri. Non c’è bisogno di fare la guerra, non c’è bisogno di discutere, di litigare, di azzuffarsi, non ce n’è bisogno, però, c’è bisogno di illuminarsi di quell’immenso posseduto da chiunque, conosciuto da pochi.

Olga Maksimova, 2014 – da artlynow

Ogni uomo è una stella, ogni uomo ha la sua orbita, ha i suoi pianeti vicini e quelli lontani, ogni uomo sa di dover stare al suo posto, illuminando sé stesso per crescere, progredire e ottenere i risultati sperati; allo stesso tempo, ogni uomo sa di avere una luce capace di aiutare, chi gli è vicino, ad illuminarsi a sua volta, a prendere parte di linfa dall’uno per poterla trasferire a qualcun altro. Ognuno è vita per sé e per chi gli sta intorno; nessuno dovrebbe urtare la luminosità di coloro che escono dalla propria costellazione, per grande o piccola che sia. Ecco, allora, chiarirsi il “M’illumino d’immenso” scritto da Ungaretti. Quattro parole che hanno un significato tanto profondo da non bastere un libro per essere spiegato; eppure, provate a tirare su le tapparelle, all’alba, guardate il sole levarsi alto nel cielo, iniziate a riflettere: non vi sentite, anche voi, illuminati d’immenso? Non riuscite a sentirvi parte di quel moto di rotazione, attorno all’asse terrestre, e, soprattutto, di rivoluzione attorno al Sole? Siamo tutti parte di uno stesso sistema, siamo tutti parte di una stessa naturale creazione, potremmo essere tutti illuminati, se solo lo volessimo, sarebbe troppo, ingestibile, teniamoci l’illuminazione, chi sa gestirla saprà che cosa farne. Sorge, spontaneo un dubbio, chi regge le fila sa o non sa gestire l’immenso?

Arianna Forni

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