Apertura al pubblico in data 25 Settembre 2019

Partendo dal presupposto secondo il quale parlare di De Chirico possa essere, estremamente, facile, tanto quanto, estremamente, difficile vorrei sottoporre alla vostra attenzione questa affascinante, se non che, inaspettata, mostra. La metafisica senza tempo, l’evolversi di un sentimento espressivo dinamico, a volte struggente, altre malinconico, altre ancora, gioioso. La metafisica è stata, per anni, riconosciuta come un aspetto freddo di un’esternazione artistica distante dalla realtà. Ci si potrebbe domandare cosa sia la realtà, dove stia il confine tra razionale e irrazionale; è proprio qui che, il grande maestro De Chirico, riesce a colmare il vuoto del dramma esistenziale. Dipinge un sogno; i suoi sogni, forse, le sue visioni, forse, oppure quelle di tutti, le nostre. Visioni ancora celate dietro la coltre della quotidianità, quella routine capace di ucciderci, di annientare ciò che siamo, di farci vivere una guerra giornaliera contro noi stessi, contro tutto il mondo che ci circonda. Come se volessimo agguantare qualcosa prima degli altri, come se volessimo farci strada per essere riconosciuti nella folla rumoreggiante dei caffé, nel centro delle grandi città. Come se avessimo la necessità di combattere per capire chi siamo veramente. Guardatelo, nel suo autoritratto, del 1924, uno sguardo chiaro eppure disperso, una compostezza timida, le spalle ricurve, quelle mani troppo grandi, accostate a quel viso così semplicemente normale. Un uomo, solo. Al suo tempo la lotta con i surrealisti era visibile a tutti. Lui, anticonformista, dipingeva manichini, finestre chiuse, angoli di strade, treni in movimento nascosti da mura troppo alte per distinguere l’elemento treno, eppure, quella nuvola bianca, indicava movimento, rappresentava qualcosa di reale, dava vita ad un quadro in cui, forse, vita non c’era. In questo senso vi sottopongo Ariadne del 1913:

Ariadne, 1913

C’è vita, c’è speranza. “E pur si move!”, mi verrebbe da dire, tanto per disturbare il buon Galileo Galilei. Si muove davvero. Quelle vele, quella locomotiva, le bandiere al vento. Nell’immobilismo prospettico di questa metafisica, beh, qualcosa si muove, qualcosa manifesta la presenza umana in un mondo in cui l’essere vivente sembrerebbe ripudiato, scacciato, per lasciare spazio alla sola bellezza, alla sola arte, al sogno. “[…] la luce e le ombre, le linee, gli angoli, tutti i misteri del volume cominciano a parlare”. Ecco una frase emblematica in grado di risvegliarci dal torpore, dall’inabissarsi dei nostri occhi, dei nostri cuori, all’interno delle sue opere. Non importa che siano i volumi a parlare, le linee, le ombre, gli angoli, la luce o qualsiasi altro elemento: chiunque parli deve avere un interlocutore, solo questo ci permette di capire quanta vita fosse presente nei suoi quadri e continui a vivere, tutt’ora.

La Sala di Apollo (Violon), 1920

Vive, sì, vive anche nella testa di Apollo con quel violio e il suo archetto appoggiato ad uno spartito. Una logica-illogica capace di farci sentire, percepire e immedesimare in quel tempio. Sentiamo una musica, non suona ma si sente, sentiamo un leggero rumore di passi, un sottile brusio nell’eco di una architettura antica quanto moderna. Ritorniamo al tema della lotta, della tenacia con cui dobbiamo affrontare ogni singola giornata, alla determinazione in grado di fissare, nella nostra mente, degli obiettivi, chiari, nitidi, forse, fin troppo aulici ma possibili. Niente è impossibile per De Chirico; il sogno diventa reale e si insinua, ancora oggi, nella nostra realtà così fatua, così candidamente ignorante, così ignara del proprio contesto, della storia da cui siamo nati, così infantile, legata agli stereotipi di un mondo da Fashion Week. Bisogna combattere, così, con questo spirito di vittoria, di desiderio di conquista, nasce I Gladiatori, del 1929:

I gladiatori, 1929

Chi, tra noi, non si sente un Gladiatore? Forse tutti, forse nessuno, eppure, ognuno di noi, ha qualcosa per cui battersi: un sogno, un lavoro, la famiglia, lo sport, qualsiasi cosa; per qualsiasi cosa, appunto, bisogna scontrarsi con realtà tra le più disparate, diverse da noi. Ostacoli alla nostra ardua salita: bisogna vincere, primeggiare, bisogna dimostrarsi all’altezza della situazione, allora, solo allora, avremo una chance anche noi. La nostra chance, quella di poter essere, finalmente, ciò che siamo, quella di poter dire la nostra a gran voce, quella di poter continuare a salire, osservati da altri, come nel quadro di De Chirico, osservati per essere giudicati o sostenuti, per essere criticati o glorificati. Poco importa, d’altra parte, come recita un’opera di Maurizio Nannucci “All art has been contemporary”; non solo l’arte, tutti noi siamo contemporanei, adesso, per adesso, e poi? Poi non resterà altro che un ricordo, più o meno nitido, di ciò che siamo stati. Per De Chirico è diverso: lui vive ancora, dentro nei suoi quadri, vive e risplende di luce propria, vive perché ci permette di annegare in quelle opere maestose, vive e continuerà a farlo. Già, forse è, davvero, facile parlare di un maestro come lui, in pochi lo fanno, il suo nome è parecchio inflazionato, molto di più rispetto alle sue opere. Tanti ricordano “Le Muse Inquietanti”, pressapoco della fine degli anni ’50, ma chi ricorda il suo Autoritratto nel parco, del 1959?

Autoritratto nel Parco, 1959

Maestoso, meraviglioso, statuario quanto mobile, il nitrito del cavallo sullo sfondo, il rumore degli zoccoli, il cielo avvolto da una coltre di nubi rade, trasportate dal vento che muove la pianta accanto a lui, la criniera del cavallo bardato, il suo cappello. Un abito che farebbe invidia agli aspiranti stilisti di oggi, un abito talmente definito, colorato in modo quasi innaturale da sembrare tanto magico quanto vero. Ecco, lui è Giorgio de Chirico, nessuno potrà mai dimenticarlo, non solo per i suoi capolavori, così tecnicamente ben realizzati, soprattutto, per il suo essere sempre attuale, inserito nel contesto di ogni epoca. Parla di uomini, parla di sogni, di visioni, di allucinazioni, di paure, di solitudine, di desiderio di essere compreso. Proprio come noi. E allora anche quell’Orfeo trovatore stanco, del 1970, prende vita.

Orfeo trovatore stanco, 1970

Non importa che non abbia un volto, non importa che la piazza sia vuota, non importa nemmeno la presenza di una tenda laddove di tende non ne servirebbero. Non importa, è solo un sogno, una visione di oggi che domani potrebbe trasformarsi in una nuova realtà, quella che ci sta aspettando, dietro quell’angolo prospettico, su quella locomotiva, dentro una delle sue finestre chiuse, nella sua musica silenziosa, sulla spiaggia di Cavalli e rovine in riva al mare, del 1927:

Cavalli e rovine in riva al mare, 1927

Non smetterà mai di stupirci. C’è sempre qualcosa di nuovo da imparare, non solo da De Chirico, dalla vita intera. Allora diamoci da fare, anche noi siamo parte di questo mondo, di questi sogni. Siamo artefici del nostro destino, questa mostra grandiosa ce lo insegna alla perfezione.

Dott.sa Arianna Forni

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