“L’idea di non avere idee è un pensiero.

L’attimo fuggente di riflessione.

Una negazione innegabile che nega l’assenza.

L’intelletto, la voglia di vivere, di creare, di esistere.

La consapevolezza catartica di avere un’idea” (AF)

Il Pensatore, Rodin, 1880-1902, fusione in bronzo

Ci troviamo in un contesto difficile, anche pensare diventa impossibile, progettare, inventare, guardare al futuro. Siamo uomini, umani deboli, istintivi, emozionali, pieni di sicurezze e altrettante paure. Abbiamo l’abitudine di concentrarci sul nostro presente, con una costante legata al nostro passato e uno sguardo annebbiato verso il futuro. Non siamo dei veggenti, siamo fatti di materia e di anima; un subconscio, il nostro, costruito in anni di fatica, plasmato nel corso della nostra storia. Ciò che siamo stati ieri, che abbiamo vissuto, visto e sentito ieri si rispecchia in ciò che siamo oggi. Niente proviene dal niente, niente non sarà più niente.

Tentare di prevedere il futuro è come cercare di guidare in una strada di campagna, di notte, senza luci e con lo sguardo fisso allo specchietto retrovisore.” (Peter Drucker, 1909-2005)

Abbiamo paura, è normale, non sappiamo cosa ne sarà di noi, “siamo i ragazzi di oggi, anime nella città, dentro cinema vuoti, seduti in qualche bar” (Eros Ramazzotti, 1984); sappiamo solo di essere diversi, cambiati, manipolati da un sistema in tilt, ossessionati dai telegiornali, dalle propagande politiche, dai DPCM (Decredo del Presidente del Consiglio dei Ministri, per chi ancora non lo sapesse), dal “metti la mascherina, togli la mascherina”, dal “salutatevi con il gomito, anzi, no, con la mano sul cuore”, dal “ce la faremo, ci riprenderemo”. Già: ossessionati e basta, ecco il punto. In televisione non fanno altro che litigare, si urla, ci si insulta, si critica qualsiasi cosa pur di far parlare di sé. Non c’è ordine, l’assenza di ordine contribuisce all’assenza di equilibrio, l’assenza di equilibrio porta scompiglio, dissidenza, delinquenza, depressione e, mescolati gli ingredienti, caos. Viviamo in una società ingessata nella sua stessa legislazione, immobilizzata dalla mancanza di un’idea concreta di rilancio, tarpata nella nostra umana necessità di volare, di creare, di esistere.

Cargiolli, 2019 – diritti riservati PIC by AF

La strada è lunga, impervia, le scale non finiscono mai, come quelle di Cargiolli; continuamo a salire, a sudare, a disperdere energie, a perdere denaro, a guardare le stelle come fossero chimere irraggiungibili. Non siamo capaci di vedere la fine, è un bene, noi viviamo, non vogliamo che la strada termini, vogliamo andare avanti ma ci aspetteremmo, ad un certo punto, di trovare una discesa, basterebbe un terreno pianeggiante, in cui riposarsi, riprendere fiato, riordinare le idee. Accorgersi, così, che quell’idea di non avere idee è solo uno stratagemma, il nostro cervello ci protegge per non farci soccombere nella depressione di non potercela fare. Burocrazia, leggi, politici politicanti, scribacchini delle tre S, uomini incapaci di essere umili, di capire quanto un mondo ordinato sia un mondo di persone, delle persone, di tutti. Invece stiamo male in tanti. Siamo consapevoli, spesso sufficientemente istruiti da avere delle ottime idee per cambiare le cose ma privi, o privati, della possibilità di esprimerci. Le sedie sono poche, non serve continuare.

E allora continuamo, sì, sulla nostra strada, con la nostra idea di non avere idee, una negazione capace di negarsi da sola. Il solo pensiero di non avere idee ci sta dicendo di averne, eccome, eppure preferiremmo essere degli inetti, tanto non abbiamo chance di raccontarci, di esprimerci, di far vedere a questo ammasso di egocentrici poltronari quanto sarebbe diversa, la società, se a gestirla fosse qualcuno a cui davvero interessa, non per lo stipendio da Parlamentare ma per il futuro che potremmo avere.

Scuffi, 2019

Ormai non corriamo più, camminiamo, lentamente, godendoci il paesaggio attorno a noi, non guardiamo troppo avanti, ogni tanto, di sfuggita, vediamo una meta ma non siamo più sicuri né di riuscire a raggiungerla né di volerlo veramente. Camminiamo e basta, proprio come riusciamo a fare nel fantastico panorama di Scuffi, sentiamo l’aria, il movimento delle foglie, sappiamo di essere vivi, il nostro respiro fa parte dell’ambiente, così come il battito del nostro cuore e noi proseguiamo. Siamo avvolti e avvinghiati a quell’idea di non avere idee per risolvere la questione, la nostra. Eppure questo non significa non ragionarci, anzi. Ci pensiamo, continuamente, il nostro cervello lavora, lavora, lavora, non smette mai; a volte vediamo dei bagliori, delle luci che ci fanno sperare in un domani migliore ma poi, inesorabilmente, risbuca il nostro passato e ripiombiamo in un lockdown tenebroso, ancora più attanagliante dell’essere chiusi in casa, è il lockdown del nostro subconscio terrorizzato dal non sapere. “Siamo i ragazzi di oggi, anime nella città”, vogliamo vivere, vogliamo essere ciò che siamo, vogliamo lasciare un segno sulla nostra pelle, fatto di buone idee, azioni, per noi, rilevanti, vogliamo essere buoni e ricordarci che “si stava meglio quando si stava peggio”; non vogliamo dimenticarci, niente va dimenticato, tutto insegna, tutto forgia, tutto serve a costruire, vogliamo solo andare avanti. Ci stanno murando vivi nelle nostre aziende, nei nostri bar, nei ristoranti, per le strade. Stanno ammazzando l’iniziativa, la voglia di fare che ci ha sempre contraddistinti.

Forse, allora, è meglio tenersi stretta l’idea di non avere idee, almeno fino a quando un pensiero non varrà quanto una briciola per i piccioni di Piazza del Duomo ma avrà un significato e, qualcuno, vorrà ascoltarla, davvero.

Dott.sa Arianna Forni

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