“Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa mai né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d’uom che sí saggio era stimato prima;
se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ’l poco ingegno ad or ad or mi lima,
me ne sará però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.”
(canto 1, Orlando Furioso, Ludovico Ariosto, 1516)

Quell’amore “matto”, sale con furore, nella furia e nello stress di desiderare ardentemente qualcosa. Non parliamo, necessariamente, di una persona, parliamo di amore allo stato puro, rivolto a qualsiasi cosa, anche a noi stessi, se necessario. L’amore per il proprio ego è una cosa fondamentale, guardati allo specchio: cosa vedi? Chi vedi? Sei tu, la tua immagine riflessa in un momento di quiete, di calma apparente, prima di ributtarti in questo mondo dove l’amore è passato di moda. Si sente spesso dire quanto, il sentimento più antico al mondo, sia, ormai, sopravvalutato, considerato per qualcosa che non è più. Già, non lo è perché non esistono più i valori fondamentali dell’essenza umana. Manca l’istruzione, manca la consapevolezza, manca la bella presenza di spirito a renderci, ragionevolmente, “uomini e non caporali”. Stiamo diventando matti. Famiglie distrutte, uomini soli, avvolti da una folla di opportunisti, di sanguisughe, di apparenti lustrini a copertura della sterpaglia intellettuale di cui sono fatti. Sostanza zero, valori zero, pensieri assenti. I pochi istruiti ascoltano, osservano, guardano con pietà tutti quelli che non hanno gli strumenti per capire, nemmeno li cercano, non ne hanno bisogno, credono. Qualcuno cerca di insegnare, qualcosa, “dando il buon esempio” ma non serve. Non ci arrivano, pensano di essere nel giusto, di non avere nulla da imparare, di essere superiori perché “hanno i followers”, hanno visibilità. Si considerano VIP personaggi di dubbio gusto ai quali, probabilmente, suona sconosciuto anche il significato dello stesso acronimo. Dove siamo finiti? Allora ci guardiamo, ancora, attorno, vediamo la situazione attuale, vediamo il caos, vediamo un mondo che sta collassando, implodendo, sta scomparendo. Ci sarà un motivo. Che questa pandemia voglia insegnarci qualcosa? Che tutto questo macello sia emerso per metterci nella condizione di approfondire, di comprendere, di progredire, di superare un livello di conoscenza al quale non siamo ancora arrivati? Chiaro: queste sono metafore, non possiamo controllare le epidemie come non possiamo controllare il futuro, non possiamo sapere perché ma potremmo capire come passare oltre, non possiamo combattere una guerra moderna senza le armi giuste. Quali sono queste armi? Non pensate a quelle in grado di uccidere, non pensate agli stermini delle, ingiuste e irragionevoli, guerre dell’epoca moderna, non pensate alla gente trucidata senza una ragione, pensate, puttosto, alla conoscenza, alla cultura, al buon uso delle parole, alla divulgazione, alla socialità. Per essere “sociali e socievoli” non serve incontrarsi in trenta in un bar o in mezzo ad una strada, per essere Insieme basterebbe avere la capacità di ascoltarsi e di capire. Si tratta di psicologia sociale, di attitudine verso una buona comunicazione volta al miglioramento di ciò che siamo, per ciò che vorremmo essere. Allora, questo nostro essere diventati matti, questo nostro continuo perdere la direzione, il senno, non deve portarci lontano dai nostri obiettivi, deve essere una motivazione, ed è proprio qui che, lo stesso Ariosto, prega che gli sia regalata la possibilità di “finir quanto ho promesso”.

Piero di Cosimo, Andromeda liberata da Perseo, 1510. Firenze, Galleria degli Uffizi

“Piacciavi, generosa Erculea prole,
ornamento e splendor del secol nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol può l’umil servo vostro.
Quel ch’io vi debbo, posso di parole
pagare in parte e d’opera d’inchiostro;
né che poco io vi dia da imputar sono,
che quanto io posso dar, tutto vi dono.”
(canto 1, Orlando Furioso, Ludovico Ariosto, 1516)

Le parole sono il mezzo più potente mai inventato, le parole sono cultura, sono divulgazione, sono l’amore passato di moda, sono la macchina in grado di permetterci di capire, di dare una possibilità anche a chi non sa di non sapere. Una buona spiegazione vale di più di mille libri, letti senza prestare attenzione. Manca concentrazione, sembra una banalità ma è vero. Non importa quanti anni tu abbia, pensa un attimo al tempo massimo in cui riesci a concentrarti su qualcosa e datti una risposta onesta. Sei distratto, non stai prestando attenzione, non stai recependo niente di quanto stai leggendo, dovrai rileggere, sempre che tu ne abbia voglia, dovrai riprendere tutto dall’inizio una volta, due, forse tre. Hai perso tempo. Ti sarebbe bastato metterci un po’ di concentrazione in più, avresti portato a termine il tuo compito in meno della metà del tempo, ora avresti spazio per inserire altre attività, per portarti avanti con il lavoro, lo studio, oppure, volendo, per riposarti, riflettendo su quanto hai appena appreso. Se riesci a farlo non sentirti superiore, anzi, cerca di capire quanta fatica, quanto impegno, tu abbia messo in quell’attività e, se puoi, cerca di donare la tua saggezza a chi ne ha bisogno, scegli una persona a caso, una vale l’altra. Anche Ludovico Ariosto deve qualcosa a qualcuno e decide di farlo con le parole, sono l’unico mezzo che riesce a padroneggiare con cognizione di causa, attraverso il quale sà di sapersi esprimere al meglio quindi “che quanto io posso dar, tutto vi dono”. Che bella immagine; la disponibilità di una persona, una singola persona, a donare, a regalare quello che maggiormente la rappresenta. Una sola persona non può cambiare il mondo, servirebbe un esercito di Ariosto, servirebbe un plotone di Dante Alighieri, servirebbe un Governo di “saggi e sapienti”. Non ne abbiamo, non dobbiamo abbatterci, possiamo fare la nostra parte, seppur piccola servirà a qualcosa. Finché avremo gente ignorante a dettare legge non andremo da nessuna parte, finché avremo gente incapace di coniugare un verbo all’interno di una frase, non avremo scampo. La Giustizia Divina, prima o poi, sarebbe dovuta arrivare. Hai tutto, abbiamo tutto, non ci manca niente per essere, ogni giorno, persone migliori, non dobbiamo fare chissà che cosa, dobbiamo solo impegnarci un attimo, arrivare alla sera, guardare ancora la nostra immagine in quello specchio ed essere fieri di quello che abbiamo fatto. Devi capire che l’amore non è sopravvalutato, non è passato di moda, esiste ancora e, ancora una volta, muoverà le nostre azioni. Bisogna solo saperlo ascoltare, volerlo sentire. “L’amor che move il sole e l’altre stelle”.

Jaque Auguste Dominique Ingres 1819, Ruggero libera Angelica

Non abbiamo tutti le stesse possibilità, non abbiamo tutti la stessa famiglia, non viviamo tutti nello stesso contesto, banalità, eppure sono le cose per le quali siamo tutti diversi. Sarebbe bellissimo sapere di essere diversi l’uno dall’altro, se solo, tutti, avessero l’umiltà per capire di avere qualcosa da imparare da quelle discrepanze che ci allontanano quando, al contrario, dovrebbero avvicinarci, almeno culturalmente. Siamo tutti classisti, anche chi dice di non esserlo. Siamo tutti legati al nostro ambiente specifico, non vogliamo mischiarci con l’ignoto ma dovremmo conoscerlo, dovremmo avere le giuste argomentazioni per raccontarci, per poter scegliere da che parte stare. Siamo uomini liberi, possiamo decidere cosa fare, dove andare, chi frequentare e cosa studiare, su una cosa non concordo: la cultura dovrebbe essere un dovere, oltre ad un diritto. La cultura può salvare il mondo e noi dobbiamo provarci. In caso contrario continueremo ad avere un Parlamento costruito sull’incompetenza, sull’ignoranza di massa, sul denaro pubblico inesistente (chissà perché), sulle discrepanze, sui fraintendimenti, su leggi scritte in modo criptico per non farsi capire dal volgo. Sembra di essere tornati nel Medioevo, con una differenza, a quel tempo il volgo lottava per avere il diritto di capire, oggi, lo stesso volgo, lotta perché riaprano le discoteche. Manca amore, già, quello per sé stessi, manca il furore grazie al quale si conquistano i propri obiettivi. Mancano le motivazioni. E’ un circolo vizioso: senza amore non siamo niente, quel niente è la società di oggi. Un disastro.

Dott.sa Arianna Forni

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