Figlia di Astreo e di Eos, Astrea è una vergine. Nella mitologia greca simboleggia la Giustizia. Dea della purezza e dell’innocenza, associata alla costellazione, appunto, della Vergine. Come vuole la leggenda, Astrea, è arrivata sulla Terra durante l’età dell’oro, epoca utopica di ricchezza e abbondanza, di serenità e pace. L’Aurea Aetas, epoca dell’oro appunto, era il momento migliore per portare, e diffondere, i suoi valori; bontà e giustizia avrebbero dovuto completare la perfezione di quel magico, quanto irrealizzabile, periodo mitologico. Dobbiamo fare una piccola digressione sul significato di Mito: un racconto, una storia che, per quanto fantasiosa, riesce a trasmettere una morale ricca di sacralità, di valori; un insegnamento, insomma, utile ad affrontare la vita con maggiore consapevolezza, rispettando sé stessi e gli altri, imparando cosa significhi vivere insieme ad altre persone, condividendo lo stesso Pianeta, le stesse risorse e le stesse necessità. Astrea aveva ottimi presupposti, scesa sulla Terra sapeva di avere qualcosa di buono, e giusto, da insegnare, da trasmettere a quella gente così tranquilla da poter recepire il messaggio e comprenderne il significato. Sempre la leggenda vuole, nostro malgrado, che i suoi sforzi siano stati vani. Disgustata, sconcertata e schifata dal comportamento umano, incline all’egocentrismo, al desiderio di primeggiare, all’individualismo a discapito degli altri, al mors tua vita mea, decise di andarsene. Si dice, sempre secondo il mito, che sia tornata in cielo, tra le stelle della Costellazione della Vergine, in cui continua a risplendere assieme alla sorella Pudicizia.

Scrisse Ovidio: “Vinta giace la bontà, e la vergine Astrea, ultima degli dei, lascia la Terra madida di sangue”

1886 sculpture of Astræa, possibly the work of August St. Gaudens. Old Supreme Court Chamber, the Vermont State House, Montpelir, Vermont. August 2007.

Già, la Giustizia; un termine conosciuto nel significato ma compreso da pochi, osservato dal basso di un’ignoranza negazionista e dall’alto della suprema onnipotenza della presunzione. Una parola nel vocabolario, tra le tante utili a colorare qualche testo, qualche discorso pubblico “d’effetto” ma mai messa in pratica. Non si rende Giustizia alla Giustizia, non se ne rispetta il senso, non si guarda oltre l’etimologia. Si lascia lì, sola. Si trova in quel limbo di esistenza non espressa, è quasi un fantasma, nascosta tra la gente, ogni tanto sbuca, sussurra nell’orecchio di qualcuno che subito la scaccia, la manda via perché Giusto non sempre significa adatto ai propri interessi. Giusto vuol dire solo giusto, vuol dire analizzare una situazione, osservare, fermarsi, ragionare e prendere una decisione, appunto, giusta; nel rispetto altrui. Sarebbe troppo facile, o troppo difficile, o troppo distante dall’altezza spocchiosa di esseri umani “superiori”, per loro la giustizia non serve, non esiste, esistono solo i loro interessi e su quelli si basa la loro giustizia, unica e univoca. Mors tua vita mea. Che sofferenza, che male al cuore, che disastro. Siamo in tanti a calcare il suolo del nostro Pianeta; siamo in tanti, gli stessi, ad avere delle necessità, dei bisogni, siamo in tanti ma, tra i tanti, siamo da soli. Nessuno, diciamo pochi, pensa a te, a quello che potrebbe servirti, a quello che sarebbe giusto riconoscerti, a quello che hai fatto per essere ciò che sei, per dire ciò che dici, per fare ciò che fai. Non interessa. Sei uno tra i tanti, sei uno di tanti.

Pierre-Paul Prud’hon, Giustizia e vendetta divina perseguitano il crimine, 1808 Musée du Louvre, Parigi.

Pierre-Paul Prud’hon riesce a mostrarcelo attraverso questo dipinto, del 1808, una storia magnifica, di giustizia e di vendetta, oh tremenda vendetta; quell’assassino, furfante e ladro, non si preoccupa di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, non ne riconosce la differenza. Uccide e dissacra rubando ogni cosa a quel corpo abbandonato a sé stesso tra la polvere, illuminato da una luce Divina, morto e preso in giro, morto e spogliato di ogni suo avere. Il ladro assassino non se ne preoccupa, pensa: “tanto ormai è morto, non ha più bisogno di queste cose”, felice del suo bottino cerca di scappare ma la sua attenzione viene, immediatamente, richiamata dall’arrivo di qualcuno: Astrea (o Dike) e una delle Erinni (personificazioni della vendetta nella mitologia Greca). Si volta, lo sguardo contrito, arrabbiato, non se lo aspettava, non può essere stato scoperto, cerca di fuggire, non si ferma, non vuole affrontare il problema, non vuole comprendere il suo errore, non vuole pagarne le conseguenze. Le Dee non si fermano, piombano sulla sua testa rapide e arrabbiate: deve pagare per ciò che ha fatto, deve capire che la Giustizia, prima o poi, arriva per tutti. I colori scuri sullo sfondo garantiscono un maggior senso di movimento al contesto del dipinto, le figure sono vive e cariche di sentimenti, ogni tocco regala umanità ai volti; quegli occhi, quei movimenti rapidi sono l’espressione massima del racconto stesso, ci tengono attaccati alla tela, vogliono narrarci ogni secondo di quella storia, vogliono farci capire. D’altra parte, si sà, anzi, si dovrebbe sapere, La Giustizia è uguale per Tutti, peccato che la relaizzazione del concetto non sia messa in pratica, esattamente, alla lettera.

Il martello batte e la bilancia misura; dipende da quando batterà e dal piatto sul quale poggerà il peso maggiore. Dipende. Se fosse Astrea a prendere le decisioni non ci sarebbe il problema, peccato che siano uomini a doverlo fare, sempre gli stessi uomini capaci di scacciare la voce della giustizia, cancellarla come se non fosse mai esistita, gli stessi uomini che, per un interesse personale, sono capaci di passare sopra a milioni di cadaveri. La mitologia greca è la più grande fonte di ispirazione e isegnamento mai esistita. A quel tempo, avevano un senso del dovere, di filosofia applicata, di sentimenti umani, di relazioni e di giustizia ormai perse nella notte dei tempi. Certo, esiste il libero arbitrio. Certo, siamo liberi di fare ciò che vogliamo. Certo, ognuno, della sua vita, può fare ciò che vuole. Certo, sì, ma non siamo soli e nonostante Zlatan Ibrahimovic, alla domanda “Qual è in tuo ruolo?” abbia risposto “Non lo so, ne ho undici”, nessuno di noi è Zlatan, possiamo solo sperare di ritrovare Astrea e farci aiutare da lei. Abbiamo bisogno di Giustizia. Abbiamo bisogno di collettività. Abbiamo bisogno di cambiare tutto ciò a cui ci siamo abituati, in caso contrario continueremo a guardare la Costellazione della Vergine con la consapevolezza che né Astrea né Pudicizia vorranno più mettere piede su questa Terra di bulletti di periferia, capaci di qualsiasi cosa pur di coltivare il proprio misero giardino.

Dott.sa Arianna Forni

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