“Sai, la gente è strana
Prima si odia e poi si ama
Cambia idea improvvisamente
Prima la verità poi mentirà lui
Senza serietà
Come fosse niente

Sai, la gente è matta
Forse è troppo insoddisfatta
Segue il mondo ciecamente
Quando la moda cambia
Lei pure cambia
Continuamente, scioccamente

Tu, tu che sei diverso
Almeno tu nell’universo
Un punto sei, che non ruota mai intorno a me
Un sole che splende per me soltanto
Come un diamante in mezzo al cuore

Tu, tu che sei diverso
Almeno tu nell’universo
Non cambierai
Dimmi che per sempre sarai sincero
E che mi amerai davvero di più, di più, di più

Sai, la gente è sola
Come può lei si consola
Per non far sì che la mia mente
Si perda in congetture, in paure
Inutilmente e poi per niente” (Mia Martini, 1989)

Riflettiamo su queste parole, riflettiamo su di noi e su quello che ci circonda; sul paradosso del marketing spicciolo, in un momento drammatico come questo. La fatica, la sopportazione, la sottomissione, il rispetto delle regole, la consapevolezza di avere una coscienza, dovremmo renderle merito, per chi ne è provvisto, ovvio. Ecco. Riflettiamo su questo. Ognuno di noi, confinato nelle sue quattro mura, passa la giornata, si inventa cose da fare, alcuni creano, altri progettano, altri studiano, altri ancora fanno tutte e quattro le cose; alcuni, purtroppo, non hanno ancora capito niente, si riversano nelle strade alla ricerca di una libertà ancora introvabile, non si rendono conto di essere più liberi restando in casa che cercando di fuggire. Non ha senso. Quale guerra ha avuto un senso? Quale disastro socio-economico-sanitario ha avuto un senso? Non serve rispondere, serve guardare avanti sapendo di doversi rimboccare le maniche. Questo serve. Servirebbe chiarezza da parte della politica e, di conseguenza, dei media, veicolati dall’alto, nella convinzione di doverci terrorizzare ancora un pochino, come se non bastasse già il nome “Pandemia” a fare la sua parte. Dobbiamo stare in casa. Al contempo, però, sciorinano assunti di labile speranza, come a dire: “Ce la faremo”. Già, ce la faremo. Ne abbiamo visti fin troppi di cartelli di questo genere, appesi per le strade, sulle finestre, sui social media. Basta. Ce la faremo è la frase più lapalissiana mai sentita; al tempo del Coronavirus, poi, sa di agghiacciante assunto. Sì, ne usciremo, in un modo o nell’altro ma, adesso, preferiremmo sentirci dire “Vi aiuteremo”. Questo, ahimè, è un sentimento comune, forse troppo, sa poco di arte e molto di desolazione. Non è questo il punto. C’è altro ed è, nostro malgrado, ancora peggio: le pubblicità.

“…sai la gente è matta, forse troppo insoddisfatta…”, matti e insoddisfatti, incapaci di controllarsi e, per questo, condizionabili. La cosa raccapricciante è il fatto di voler vendere qualcosa sulla base della paura, del senso del dovere, sulla base, sì, di un disastro epocale. Non rivelerò niente dicendo che solo i Supermercati sono aperti, solo lì abbiamo facoltà di recarci per sostenere la nostra primaria necessità: mangiare. Allora qualcuno deve spiegarmi perché, alcuni geniali esperti di marketing, ci costringono a sopportare lunghe réclame in cui ci raccontano quanto siano eroici nella produzione di quello che troveremo sugli scaffali degli alimentari, dicendo, però, di non essere loro gli eroi, loro si limitano a svolgere un mestiere “Gli eroi sono altri” (cito, da una nota azienda produttrice di formaggio). Tutto questo suscita reazioni controverse: odio, lacrime, disprezzo, compassione; niente di tutto questo serve ad incrementare le vendite, già superiori alle statistiche del normale quotidiano. Non serve. Dà solo fastidio.

L’arte del marketing è molto semplice: vendere qualcosa al posto di qualcos’altro, convincere la gente ad acquistare un prodotto anche se superfluo e, ultimo ma non ultimo, battere la concorrenza. Bene: è iniziato il duello tra chi sa essere più commovente; è una battaglia senza scrupoli e senza esclusione di colpi. Sono patetici. Hanno elevato i divani a simboli patriottici, la pasta a buon padre di famiglia, i supermercati a supereroi moderni, i canali televisivi a nuova fonte di ispirazione, già “tu sogna e spera fermamente, dimentica il presente e il sogno realtà diverrà”, la voce di Mina prestata ad una lacrimevole svendita del cuore e della mente. Anche Federica Pellegrini si presta a dire “Ne usciremo insieme, a testa alta”, si tratta del marchio di uno shampoo, devo dire una cosa: con questo slogan hanno lucidato le punte. D’altra parte non sarebbe potuto essere altrimenti. Ogni giorno “una pasta”, con la voce di Sophia Loren, ci ricorda un concetto ancora poco noto: “L’Italia che ancora una volta resiste”. È? Siamo seri? Ci stiamo, davvero, rendendo così ridicoli? Non bastano i telegiornali, le conferenze stampa di Conte e Borrelli, le parole dei vari Presidenti regionali, i dibattiti politici tra Governo e opposizione, le notizie lette e rilette ovunque, sui social, sui portali web dei vari editori, non basta aver lasciato che chiunque parlasse di questa pandemia come se sapesse di cosa si tratti, veramente? È evidente: no. Allora, eccoci al punto, le menti brillanti dei pubblicitari di tutto lo stivale hanno pensato bene di rincarare la dose e suscitare i brividi nei ben pensanti. Mangiare mangiamo lo stesso, bere beviamo lo stesso, guardare la televisione la guardiamo lo stesso (beh “se vuoi la spegni”) ma, di grazia, liberateci da questi spot orrendi, liberateci dal qualunquismo, liberateci dal meschino tentativo di apparire diversi da ciò che siete: venditori.

Come esempio vorrei sottoporvi un quadro emblematico, con un commento altrettanto emblematico, da parte di Giovanni Baglione, nel 1617: “Parea quella testa veramente stridere”

“Ragazzo morso da un ramarro” Caravaggio, 1593/1594

Un volto sconvolto dal dolore, stupito, forse, angosciato, sicuramente, un volto di un ragazzo in una situazione mai immaginata. Chi avrebbe mai detto che proprio lui sarebbe stato morso da un ramarro? Nessuno, nemmeno lui stesso, in quel momento stride, si terrorizza, si immobilizza nelle contrazioni dei suoi muscoli. Quella mano contorta in un movimento innaturale, quella smorfia utile a trasfigurare un viso giovane, subito, diventato più anziano, più saggio. Quell’esperienza lo porterà a prestare più attenzione, a guardarsi dai pericoli, a “prevenire piuttosto che curare”. A parlare sono tutti bravi, a prendere decisioni, purtroppo, no. Non dipende dalla propria conoscenza, sì anche, dipende dell’essenza stessa di essere uomini, umani, fatti di carne, ossa, sangue e un’anima. Cosa avrebbe potuto fare per non essere morso da quel ramarro? Nessuno ha una risposta, allo stesso modo, nessuno di noi ha una risposta a questa pandemia. C’è tanto da imparare, dagli errori e dalle cose giuste, dalle sconfitte e dalle vittorie. C’è tanto da imparare dalla storia del mondo; per leggerla e capirla, però, serve avere cultura e, allora, noi non siamo “L’Italia che ancora una volta resiste” noi siamo uomini dotati di intelletto. Studiamo e facciamo in modo di non essere nati dalla polvere per tornare ad essere polvere, facciamo in modo di essere indipendenti, forti. Non lasciamoci condizionare. Restiamo ciò che siamo.

Qui non ci sono eroi, chi fa il medico lo fa per scelta, chi fa il militare lo fa per scelta (anche se tornare alla leva obbligatoria non sarebbe una cattiva idea), chi fa il volontario, a maggior ragione, lo fa per scelta. Punto. Tutti gli altri, questa volta per obbligo e non per scelta, stanno in casa, tranne i soliti casi di imbecilli privi di senso e di rispetto per sé e per gli altri, ci stanno con fatica ma lo fanno, si deve fare e si fa. Punto. Non ci sono eroi, c’è solo gente che svolge la sua professione e fa il suo dovere. Punto, di nuovo. Come ha, saggiamente, detto Papa Giovanni Paolo II “Non c’è speranza senza paura, né paura senza speranza”

Dott.sa Arianna Forni

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