Riferimendo all’opera di JEAN HONORE FRAGONARD “L’ALTALENA” 1767

“Anche tu sei l’amore.

Sei di sangue e di terra

come gli altri. Cammini

come chi non si stacca

dalla porta di casa.

Guardi come chi attende

e non vede. Sei terra

che dolora e che tace.

Hai sussulti e stanchezze,

hai parole – cammini

in attesa. L’amore è il tuo sangue – non altro”

(Cesare Pavese, “Poesie edite e Inedite” 1962, sesta edizione)

Amore, sesso, passione, sotterfugi, tradimenti. Ilarità di un momento pericoloso; l’ansia di essere scoperti, la sensazione di fare qualcosa di proibito e il consueto generare di adrenalina. Il dipinto venne commissionato proprio con questo intento: inscenare il voyerismo, sottilmente volgare, in un contesto di gioia famigliare in cui moglie e marito giocano sull’altalena. L’uomo a terra non si fa problemi, sorride compiaciuto, osserva i dettagli e sbircia sotto la gonna della demoiselle di alto rango che ricambia arrossendo e ammicca. La scarpina vola per aria, un dettaglio non di poco conto: rappresenta l’anticipo di una nudità immaginata e immaginaria nella mente di un uomo che può solo sollazzarsi tra i pensieri, lontano, però, dalla concretezza fisica dei giorni nostri. Lontano dalla violenza, lontano dall’insaziabile desiderio di possesso ad ogni costo. Lui guarda calamitato e spera. Spera che lei lo veda, spera che il marito si allontani un istante per avvicinarsi un poco e sfiorarla. Lei, tanto bella. Tanto angelica pur nel suo stesso desiderio impudico. Il cupido, sulla sinistra del dipinto, osserva con interesse e curiosità. La soddisfazzione di veder scoppiare la passione. La sensazione ineguale di sentire pulsare lo stomaco fino ad esplodere proprio perché mai la meta sarà raggiunta. Il marito ignaro regge le corde dell’altalena per proteggere la bella moglie, bella ma non sua; sua sulla carta ma libera nella mente e libera nel desiderio. L’altalena si fermerà e allora quell’ebbrezza, quasi alcolica, non avrà seguito e anche quell’abito tanto sensuale tornerà ad essere solo un vestito rosa, indossato da una facoltosa donna di mondo, per allietare la sua famiglia e i suoi sempre numerosi ospiti. A quei tempi, questa, era una scena da ripudiare. Nessuno voleva esporla, nessuno voleva nemmeno sentirne parlare, nemmeno sapere della sua esistenza. Era contro natura, contro la propria religione, contro il buoncostume. Era scioccante e sconvolgente. Era schifosa. “Suvvia non si fanno certe cose”. Tant’è vero che nemmeno il Louvre si sentì nella posizione di appendere nel suo museo un tale scempio e, nel 1859, liquidò la proposta senza porsi troppi problemi. L’anno successivo, 1860, un collezionista privato decise di dare visibilità a questo magnifico capolavoro; se venne compreso o meno non è dato a sapere ma si propende per la prima. Ognuno, ahimé, è figlio del suo tempo. Era troppo, troppo osé. Eppure, davvero, è così famigliare. Il cagnolino in basso a destra sembra ridere divertito; anche le statue predono sembianze umane e nemmeno il marito pare crearsi problemi. Non bisogna farsi delle domande e nemmeno darsi delle risposte. Il quadro rappresenta un interesse sessuale di uno pseudo amante di una bella donna. Ok. Da questo punto nasce il nostro epocale paragone con la nostra volgare, bieca e ignorante società in rotazione attorno ai fisici statuari e ai sempre più ricercati gossip. Quanto più si abbassa la soglia del pudore tanto più conquistiamo le copertine delle riviste. Allora torno sull’“Altalena” di Fragonard e sul suo lussurioso significiato del tutto diseducativo e lo trovo di un coinvolgimento spasmodico, di una bellezza intima impareggiabile. Il rococò aveva i suoi pregi e i suoi difetti, come ogni epoca artistica ma, questo, è il rococò per eccellenza ed è l’eccellenza che vorrei avere appesa nei chiostri dei catechismi; è meglio un voyeur imbarazzato, e impacciato, di fronte ad una scarpina volante che un gruppo di ragazzini dall’inenarrabile voglia di trasgedire. Forse sbaglierò ma la delicatezza rende l’uomo migliore.

“Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé.” Pablo Neruda

Arianna Forni

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