“È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello. […] Ma l’uomo riposato ama parlare con lui e udirne il chiacchiericcio e rispondergli a tono e grave; e l’armonia di quelle voci è assai dolce ad ascoltare, come d’un usignuolo che gorgheggi presso un ruscello che mormora.”

(Giovanni Pascoli, “Il Fanciullino”, 1897)

Oppressi e attanagliati, dai giorni in inesorabile avanzamento, riusciamo ancora a soffermarci quell’attimo per concedere, a noi stessi, di rivivere il sogno di quel bambino, vivo dentro il nostro petto. Lo sentiamo bussare con insistenza: “Ehi tu, aprimi, voglio giocare, ho bisogno di aria, lasciami uscire”, tu niente, fermo sui tuoi improrogabili impegni. Pietrificato dal terrore di sembrare infantile, lo ricacci indietro cercando di zittirlo, non sia mai che qualcuno percepisca la sua esistenza. In realtà, a volte, quando sei nella tua intimità, anche solo per un attimo, lo lasci uscire. Lo osservi, provi anche ad ascoltarlo e ti accorgi quanto, il tuo io bambino, abbia un sacco di cose da insegnarti. Lui, sì, possiede degli occhi e un cuore sensibili che tu, ormai, non hai più o, per lo meno, fai finta di non avere. Sospiri profondamente e decidi di dargli una possibilità ma ciò che vedi non è tutto piacevole. Ci sono mostri sotto il letto che ancora ti tormentano, non vogliono lasciarti stare, sono ancora lì a metterti apprensione. Perché? Cosa hai fatto di male nella vita per meritarti questo? In realtà proprio niente.

ita

Tutti hanno i loro mostri sotto il letto, nei cassetti del comodino e, addirittura nell’armadio. Tutti, con l’età che avanza, hanno imparato a conviverci, ormai li trovano quasi simpatici; sanno di avere sempre a che fare con loro; qualcuno ha imparato a mandarli via, ad averla vinta, a sconfiggere la paura. Di questo si tratta: di paura. Ognuno di noi ha paura di qualcosa e sa quanto sia più facile cedere al terrore di quanto possa essere, invece, impegnarsi per superarlo. Fobie, ma non solo. Paura di perdere. Paura di vincere. Paura di avere paura. Paura di non essere adeguati. Paura di non avere le capacità sufficienti per rendersi meritevoli del posto che si ricopre. Eppure, ognuna di queste paure, finge di non esserci. “Ehi tu?” ti chiede il tuo io bambino: “Hai paura?”, la domanda appare come una stilettata nello stomaco ma le tue orecchie si chiudono, non sentono, non hanno sentito e tu non rispondi. Ricacci il bambino da dove è venuto e speri che non torni mai più. “Non esisti”, pensi fra te e te. Tu, però, hai sentito bene e, sebbene il bambino sia stato mandato via, una risposta dovrai pur dartela. Puoi saperlo solo nel tuo intimo se e di cosa hai paura. Io lo so. Sembra così difficile, in realtà ci accomuna e dovrebbe rendere la convivenza umana meno pesante, meno difficile; in fondo abbiamo tutti le stesse debolezze e affrontale insieme renderebbe tutto meno pesante, più sopportabile. Siamo troppo orgogliosi ed egocentrici per accettare, con noi stessi e con il mondo intero, di avere paura. Proseguiamo diritti sul nostro cammino, spalle salde, inamovibili e sguardo fermo. Siamo invincibili. Resteremo invincibili finché quel bambino non busserà di nuovo per chiederci di uscire. Ha paura anche lui e tu, che sei il suo io adulto, dovresti confortarlo, invece non sei in grado di farlo nemmeno con te stesso. Diamine che situazione paradossale.

Edvard Munch, nel 1893 dipinge “L’Urlo”, un quadro strano nel suo terrificante realismo lontano dal dolore e vicino alla natura sconfinata e immensa. Un urlo dato dall’ingenuità inconsapevole di chi guarda il tramonto per la prima volta e ne resta talmente colpito da scatenare, in sé, un urlo. Un urlo fatto di colori vivi, accesi, sinceri. Un urlo di gioia e di allucinazione allo stesso tempo. Un urlo di un bambino stupito da tanta candida meraviglia. L’impotenza dell’uomo di fronte al fervore degli eventi naturali. Urla il bambino che è dentro di noi; lo fa spesso ma raramente lo ascoltiamo. Dovremmo farlo più spesso, dovremmo dargli la possibilità di sentirsi libero di aiutarci ad affrontare la vita. Lo sfogo è il miglior mezzo per riuscire a esternare un problema e risolverlo o, almeno, liberarsene. Noi no. Siamo integerrimi e statuari. Siamo adulti, gli adulti non hanno paura di niente, sono razionali e sanno come affrontare la vita, tranne quando si scontrano con qualcosa di nuovo e il bambino torna a bussare con “L’Urlo” in mano e un beffardo risolino nascosto dalla sua piccola manina. Eppure quell’urlo sta ad indicare i colori che creano un tramonto, è l’impressione del sole che scende dietro la terra prima che faccia completamente buio, è un urlo di ammariazione, di stupore appena prima della paura, quella vera.

La paura del buio; l’unica che, in fondo, in fondo, non muore mai. La prossima volta che andate a dormire buttate lo sguardo sotto il letto, chiudete bene gli armadi e mettete la testa sotto le coperte. Date retta al vostro piccolo io interiore, può darsi che là fuori ci sia davvero qualche mostro infernale in attesa di potersi far gioco di voi. O forse no, è sempre meglio controllare.

Arianna Forni

61IfO6I4m9L._SX258_BO1,204,203,200_

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...