“Al giorno d’oggi, i giovani immaginano che i soldi siano tutto, e quando diventano più vecchi sanno che è così.”

(Oscar Wilde, “Il ritratto di Dorian Gray, 1891)

ritratto-dorian-gray-wilde da skuola.it
Il ritratto di Dorian Gray, 1891, Oscar Wilde

La bellezza come emblema di accettazione e sopravvivenza. La bellezza come status sociale, sensazione di appartenenza, di accoglienza in un ambito considerato elitario, l’alta borghesia. Avere, attorno a sé, uno stuolo di ammiratori. Godersi il plauso e vivere da invincibile. Questo è Dorian Gray. Un ritratto, già, solo un semplice ritratto eseguito da un pittore inizialmente mediocre, quasi sconosciuto, Basil Hallward, la cui unica fortuna, o sfortuna, fu quella di essere annoverato tra i migliori amici di Dorian e quindi l’eletto ritrattista. Fama, gloria e onore, seguitarono per anni, il nome di Hallward rientrava tra quello dei grandi artisti. Lui doveva tutto a Mr. Gray che, però, non si era ancora reso conto di quanto, in realtà, dovesse lui al povero Basil. Ed è così che ebbe inizio l’incantesimo: il quadro sarebbe invecchiato, si sarebbe imbruttito, avrebbe mostrato il reale volto di Dorian nella trasformazione tipica degli anni che scorrono, mentre lui sarebbe rimasto sempre lo stesso, stupendo, meraviglioso, egocentrico, ragazzo dalla bellezza ineguagliabile. Si sentiva un Dio, un eroe, un privilegiato, un eletto; l’emblema di quanto la mediocrità facesse schifo al suo confronto. Lui poteva tutto, questo lo rese malvagio, tremendamente malvagio. Nascose il quadro in una cantina polverosa, avvolto da un telo bianco perchè nessuno potesse scoprire e vedere quale fosse la verità. Lui, in compenso, divenne cattivo, un assassino sadico e compiaciuto di quel sangue che le sue belle mani potevano far scorrere. Finché, suo malgrado, a dimostrazione che per tutti esiste una morale, non commise l’omicidio più grave, più inconcepibile, più inutile. Uccise Basil Hallward. La catarsi prese il sopravvento come nell’ “Edipo Re” (Sofocle, 429 a.C.). Avvilito, distrutto, illuminato da una saggezza inadatta ad un Narciso come lui, reagì d’istinto e pugnalò, con lo stesso coltello, con cui aveva compiuto l’efferato omicidio dell’amico Basil, il bel ritratto che ormai non rappresentava altro che quell’uomo meraviglioso, da giovane, trasformato in un mostro da una vecchiaia vissuta nell’odio e nella sofferenza altrui. Il Gesto gli fu fatale, cadde a terra rovinosamente, il quadro tornò a raffigurare quel giovane bello e aitante mentre a terra, morto nel suo stesso vecchio e putrido sangue, giaceva un Dorian a tutti sconosciuto, vissuto tra il plauso obbligato delle persone e morto nella solitudine. Aveva fatto una scelta importante, consapevolmente, aveva deciso di non avanzare mai verso il proprio inequivocabile tramonto.

“Il ritratto di Dorian Gray” è il romanzo emblematico di un epoca che stava cambiando per dirigersi verso nuovi orizzonti in cui dominava l’apparenza e lo status sociale. Il proprio ceto di appartenenza stava prendendo il sopravvento; era un biglietto da visita per introdursi negli ambienti più chic e business addicted. Tutto il resto non era contemplato. Si era determinata una suddivisione netta tra poveri operai e ricchi borghesi, non era possibile tollerare miscugli di genere, né relazionali né, tanto meno, d’amore. Ognuno doveva stare al suo posto e recitare, al meglio, la parte che gli era stata assegnata. Guai a sbagliare. Pena la morte stessa.

Da una parte c’era “Il Quarto Stato”, Giuseppe Pellizza da Volpedo, 1901:

Giuseppe Pellizza da Volpedo Quarto Stato, 1901 da ArtSpecialDay
Giuseppe Pellizza da Volpedo Quarto Stato, 1901 (da ArtSpecialDay)

Dall’altro c’erano le damigelle alla moda, agghindate a festa e disposte a tutto pur di farsi ammirare; quelle di Charles Joshua Chaplin (1825-1891):

Nel mezzo esisteva solo il vuoto cosmico. Niente e nessuno aveva mezze misure. Non esistevano, non erano contemplate nella vita di quegli anni. In un certo senso era un bene. Avremmo dovuto imparare molto da loro, capire la malvagità dell’uomo egocentrico e mistificato da sé medesimo. Chi sta bene sta bene, chi sta male lotta per stare meno male, nella sua solitudine e chi sta bene finge di non vedere. Andava bene così, nessuno voleva problemi, nessuno si sarebbe mai accollato un grattacapo altrui. I pensieri erano molteplici, fa specie pensare a un mondo in cui esisteva chi possedeva tutto, anche troppo, e chi niente, chi non aveva nemmeno il latte da dare ai propri bambini, chi moriva nelle miniere per un tozzo di pane, chi non aveva nemmeno la certezza di mantenersi vivo fino al giorno successivo. Ed è qui, in questo contesto che nasce Dorian Gray. Un’icona negativa degli sprechi, della frivolezza, della stupidità sciocca e infantile di quei pochi ricchi arricchiti munti dalla propria vanità. Un monito che dovrebbe insegnare qualcosa anche a chi vive nel 2018 non solo nel 1900.

Spostiamoci di qualche anno in avanti:

“Siamo ragazzi di oggi
Anime nella città
Dentro i cinema vuoti
Seduti in qualche bar
E camminiamo da soli
Nella notte più scura
Anche se il domani
Ci fa un po’ paura
Finché qualcosa cambierà
Finché nessuno ci darà
Una terra promessa
Un mondo diverso
Dove crescere i nostri pensieri”

(Eros Ramazzotti, “Terra promessa”, 1986)

Ma poi, mi chiedevo, questa “terra promessa” ci è stata data? Perché, forse, mi sfugge qualcosa. Forse ho sudiato troppo, forse ho vissuto troppa realtà, forse sono io a non vedere. Dov’è? Piacerebbe tanto trovarla anche a me. Qualcuno sa darmi una mano? Vengo volentieri, là, in quella “terra promesa” dove “qualcosa cambierà” e dove potrò finalmente “far crescere” i miei “pensieri”. Una chimera tra le più ricercate e tra le meno raggiunte. Quei “ragazzi di oggi” del 1986, sono messi come me: allo sbando, in un mondo che ci considera vecchi per iniziare, troppo esperti per essere inseriti in un nuovo ambiente lavorativo, impossibilitati ad accedere ad uno stage diverso dalle nostre competenze perché privi di esperienza. In sostanza siamo una generazione di colti, inutili. Siamo una massa informe, sparsa per il mondo, alla ricerca di “un mondo diverso”, sicuri dei “nostri pensieri” ma altrettanto sicuri dell’ostilità di coloro a cui ci proponiamo. Qualcuno molla la presa e cade in depressione, qualcuno lotta e combatte la sua guerra giorno dopo giorno, qualcuno decide di farsi aiutare a vita dalla propria famiglia d’origine, qualcuno scappa all’estero alla ricerca di non si sa bene cosa e altri chinano la testa e si adeguano. La sopravvivenza prima di tutto, al benessere penseremo più avanti.

Come può non venirci in mente “Fame”, 16 maggio 1980 (USA); quelli sì che avevano trovato la loro “terra promessa” “dove crescere” i loro “pensieri”:

FAME 1980
FAME 1980

Ci abbiamo provato anche noi con “Saranno Famosi”, poi trasformato in “Amici”, di Maria de Filippi. Sto seriamente iniziando a darmi delle risposte sul motivo per cui ci troviamo a vivere in un Paese allo sfascio e allo sbaraglio come quello di oggi.

Va beh, io sono una di quei “Ragazzi di oggi” ma non me sto “Dentro i cinema vuoti
Seduta in qualche bar”, provo a cambiare il corso delle cose, più che altro provo a dare un senso alla mia esistenza. Tutti ci proviamo, chi più chi meno. Peccato, non so cantare, non so ballare, non recito e non mi cimento nei musical e voi? Non è mai detta l’ultima parola anche se, ormai, a 30 anni suonati ci direbbero “siete troppo vecchi”.

Mi sono convinta di una cosa, forse palese, forse no: di Dorian Gray ne è pieno il mondo, si nascondono ovunque e ovunque riescono a farsi notare. Sono i datori di lavoro ad essersi trasformati in fantasmi, ce ne sono pochi e sanno già che tu, con quel cognome così “qualunque”, non fai al caso loro “Le faremo sapere”. Vai a casa speranzoso, passano i mesi e tu invecchi continuando a studiare e a farti esperienza. Sai che c’è adesso? “Sei troppo qualificato per entrare nel nostro team, ci dispiace davvero”.

Mortificante. Poi si chiedono perchè i “cervelli italiani” migrino tutti all’estero. D’altra parte lo fanno anche gli stormi di uccelli: quando il territorio diventa ostile si spostano da un’altra parte.

Arianna Forni

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