Alice: “Per quanto tempo è per sempre?”
Bianconiglio: “A volte, solo un secondo”.
(Lewis Carrol, “Alice nel Paese delle Meraviglie”, 1865)

Un secondo, un giorno, un’ora, un anno intero. Che importa? A chi importa? Il tempo è una percezione della mente e non uno status, perennemente, oggettivo. Il tempo scorre, le giornate finiscono, gli anni passano ma la percezione del tempo non è uguale per tutti. Esistono delle variabili che confluiscono nella mente umana, stabilendo una connotazione, positiva o negativa, di quel lento o rapidissimo ticchettio dell’orologio. Per sempre. Ci sono secondi che varrebbero tutta l’eternità e ci sono anni per cui non basterà l’eternità a cancellarne la sofferenza. Il tempo è un orologio che gira, è un’ipotesi fittizia e scostante, è un’imposizione che l’uomo ha scelto di darsi per mettere ordine nel proprio caos. Il tempo è l’intercalare tra il sorgere del sole e il suo tramondo. Il tempo è la beffa a cui ci sottoponiamo con consapevolezza. Siamo noi a scegliere come viverlo e in che modo. Noi, soli, possiamo scegliere se avere un buon tempo o un cattivo tempo. Dipende dalle nostre scelte, dalla nostra impostazione mentale, dalle nostre consuete attitudini, dal nostro stile di adattatamento, dal nostro impegno. Dipende da noi; è stressante sapere che un secondo sia già finito, prima ancora di averci pensato, e un’ora possa non avere mai termine, pensandoci e ripensandoci. Bisogna guardare avanti ma così facendo si perde l’attimo:

“Mentre si parla, il tempo è già in fuga, come se ci odiasse!
Così cogli la giornata, non credere al domani.”

(“Carpe Diem”, locuzione latina tratta dalle “Odi” di Orazio)

Il domani poi: “Chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza”, come disse il saggio Lorenzo il Magnifico. Non c’è una via di fuga parlando del tempo. Il tempo è ovunque, c’è ora mentre sto scrivendo e ci sarebbe anche se non lo stessi facendo ma il fatto che io stia scrivendo, osservando l’orologio, in basso a destra sullo schermo del pc, non può far altro che mettermi fretta, voglia di finire prima, avere più tempo per promuovere l’articolo attraverso i canali social a mia disposizione e con la mia schiera di amici, veri, che, assiduamente, seguono le mie attività; è un circolo vizioso. Il tempo c’è ma, se, e dico se, fossimo capaci di non dargli peso vivremmo più serenamente. Meno ansia, meno stress, meno imposizioni, meno rigidità, meno e basta. Tutto è, regolarmente, scandito dal tempo: un film dura un tot di tempo, una mostra dura tot giorni, una fiera dura tot settimane e così via; anche la scuola è scandita dal tempo, sia dal punto di vista orario giornaliero, sia per gli anni di frequentazione obbligatoria, al fine di ottenere determinati attestati. Il tempo è il nostro supremo governatore. Tutto passa attraverso l’attesa o la rincorsa, l’anticipo o il ritardo, la noia o il divertimento. Percezioni, sensazioni, emozioni uniche e irripetibili perché il tempo scorre, con velocità differenti a seconda dell’individuo che sta vivendo in quel contesto, però scorre, non esiste rewind, non esiste “metti in pausa”, non esiste la possibilità di cambiare la storia né la propria né, a maggior ragione, quella umana. Kairos, nell’antica Grecia, significava, e significa: momento opportuno, momento giusto.

Il Tempo Opportuno, affresco di Francesco Salviati 1543-1545, Sala dell'Udienza, Palazzo Vecchio, Firenze
“Il Tempo Opportuno” (Kairos), di Francesco Salviati, 1543-1545, Sala dell’Udienza, Palazzo Vecchio, Firenze – da Wikipedia

Saper scegliere il proprio Kairos potrebbe significare saper cogliere l’attimo imprescindibile in cui fare o dire una determinata cosa; l’uomo, in maniera particolare nelle situazioni di imbarazzo, tende a sbagliare il proprio sincro rispetto all’interlocutore o al raggiungimento della propria meta; sbaglia, per l’appunto, a scegliere il suo Kairos. Da questo si potrebbe, si può, anzi si deve, arrivare fino al Dio del Tempo Chronos, creato nell’Orfismo, o addirittura fino a Padre Tempo, conosciuto nei paesi anglosassoni come Father Time che, se rappresentato insieme ad un neonato, o ad un bambino molto piccolo, viene riconosciuto come Father Time with Baby New Year, ed è l’incarnazione del Nuovo Anno. Già il nome, già la spiegazione, è poesia, è un’opera d’arte:

Padre Tempo con il Neonato di Capodanno da Frolic & Fun 1897 - da Wikipedia
Padre Tempo con il Neonato di Capodanno da Frolic & Fun 1897 – da Wikipedia

Per ognuno il tempo ha un proprio significato e un proprio andamento. Il mare ha un suo tempo ed è apparentemente immortale se paragonato all’uomo, lo stesso vale per le montagne. Mare e Monti sono due delle personificazioni più legate al Tempo e più tangibili dall’uomo, il cui tempo è talmente poco, da non lasciare nemmeno il tempo stesso di accorgersi della propria stessa vita.

“Humanum fuit errare, diabolicum est per animositatem in errore manere” (“cadere nell’errore è stato proprio dell’uomo, ma è diabolico insistere nell’errore per superbia”). Sbagliare è, effettivamente, nell’indole umana, ma sapere di avere così poco tempo per rimediare e riprendersi ciò che ci appartiene pone, l’uomo stesso, nella condizione di intrappolarsi nel suo stesso tempo senza concludere nulla, ingabbiato nella paura di non essere all’altezza di trovare una soluzione. Pensate ad un allarme che suona, suona e, ancora, suona, sembra non smettere mai, sembra un martello pneumatico nel cervello, sembra, totalmente, incontrollabile e poi, magicamente, smette, il cervello si rilassa e ci dimentichiamo di quel suono fastidioso in un batter d’occhi; il tutto sarà durato, si e no, uno o, nel peggiore dei casi, due minuti. Eterni. Sarà meglio tornare da Kairos e capire meglio come circondarsi di tempo giusto e opportuno. Basterebbe veramente poco. Basterebbe scegliere l’attimo esatto in cui fare un’affermazione. Basterebbe sapere quando stare zitti e quando parlare. Basterebbe, in modo molto semplice, non porsi dei limiti ed essere sé stessi, inseriti nel proprio contesto e personificati nell’introspezione del proprio tempo, passato, presente e futuro. Dire “Mancano solo dieci minuti per terminare questo lavoro, non ce la farò mai” è già mettersi di traverso nei confronti dell’orologio e del suo ticchettio impellente; affrontare il tutto dicendo “Ho addirittura dieci minuti per fare questo lavoro, riuscirò a portarlo a termine alla perfezione” è un condizionamento mentale, un filo demagogico (tornando al pezzo di ieri 23/04/2018), ma di sicuro effetto.

“Hello, how are you?
It’s so typical of me to talk about myself
I’m sorry, I hope that you’re well
Did you ever make it out of that town
where nothing ever happened?

It’s no secret that the both of us
Are running out of time”

(Adele, “Hello”, 2015)

Veniamo all’arte, quella vera, quella per la quale il tempo parla da solo senza condizionamenti. Jan Van Eyck, “Ritratto dei coniugi Arnolfini”, 1434:

Jan Van Eyck, Arnolfini Portrait - Ritratto dei coniugi Arnolfini - 1434
Jan Van Eyck, Arnolfini Portrait – Ritratto dei coniugi Arnolfini – 1434 – da Wikipedia

Uno specchio, un riflesso di una coppia in attesa, l’attesa che la gravidanza abbia un termine, l’attesa che gli porterà un figlio. Il tempo è sovrano anche in questo. Gli sguardi sono tetri, oscuri, tristi, malinconici, come se ci fosse qualcosa di sbagliato in tutto questo o, forse, solo condizionati da un tempo in cui l’aspettare sembra non avere fine, sembra non esserci un termine, né di principio né di determinazione. Sconosciuto. Niente è dato per scontato. In questo quadro, tipico del genere fiammingo, si ha una percezione temporale di partecipazione, effettiva, alla scena. La mano destra dell’uomo invita gli spettatori ad entrare nella stanza ed è lo stesso cagnolino a scodinzolare felice in attesa di una carezza da parte di qualcuno al di fuori della tela. Può creare una certa inquietudine o può mostrarci come, forse, qualcuno, grazie alla sua maestria, abbia saputo fermare il tempo in una compartecipazione emotiva ad una stessa attesa.

Se ci spostiamo in avanti di quasi 500 anni troviamo Umberto Boccioni con la sua “Forme uniche della continuità nello spazio” , 1913:

Il tempo visto dall’esterno, attraverso lo sguardo di chi studia un movimento corporeo, nella continuità di uno spazio apparentemente statico ma, anch’esso, in movimento, nell’avanzamento del tempo stesso. Una statua è fisicamente tangibile e mentalmente assimilabile ma non è né più né meno di ciò che, lo stesso Boccioni, rappresenta in “La città che sale”, 1910-1911:

Umberto Boccioni La città che sale - 1910-1911 - da Wikipedia
Umberto Boccioni La città che sale – 1910-1911 – da Wikipedia

Un tempo in rapido avanzamento. La percezione di un attimo di un’epoca modernissima, tecnologicamente in progressione e, di conseguenza, veloce. Il tempo risiede nella condizione mentale dell’uomo, solo se correttamente amalgamato al proprio contesto.

Il tempo è sovrano, è meschino, può far piangere tanto quanto ridere, riesce a regalare tanta serenità ma altrettanta angoscia. Il tempo è un libro da leggere assaporandone l’odore ineguagliabile di inchiostro su quella carta ruvida ed economica. Un libro antico con una storia infantile, un libro pieno di ricordi e ricco di rimembranze. Solo un libro può conservare il tempo, così come l’arte. Rileggendo o osservando nuovamente un’opera potremo cambiare il nostro punto di vista, la nostra maturità e la nostra esperienza, condita di nuova conoscenza, ci regalerà nuove prospettive ma nulla, né nel libro né nell’opera, sarà cambiato veramente. Ciò che cambia, ahimé, siamo noi, è l’uomo che si mescola e si inserisce nell’inequivocabile avanzamento di quel tempo tanto bramato quanto rifiutato. Ed è così che chi fa arte non morirà mai, avrà la divina possibilità di rimanere nel cuore, nella mente e negli occhi di coloro che ancora, e ancora, avranno il desiderio e l’ambizione di guardarli di nuovo.

Cos’è il tempo? Solo lo spazio temporale che porta Pinocchio, dall’essere un bambolotto di legno, a trasformarsi in un bambino vero.

Arianna Forni

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