“Serve un’economia meno falsa di quella che c’è adesso e meno truccata. Si dice che bisogna fare Stability Forum, ma è come mettere i topi a guardia del formaggio.”

(Giulio Tremonti, citato in Giulio & Mario quei carissimi nemici, La Stampa, 3 luglio 2008)

L’economia legata alla vendita, al sostentamento delle imprese, ai servizi, all’invenzione, allo studio, alla progettazione di un programma marketing in progress e, di conseguenza, al business plan aziendale, si basa, principalmente, sulla domanda di un bene. Non è importante la sua valenza ma la sua richiesta, la suggestione del fruitore legato, mani e piedi, ad un desiderio, un must have ambito, bramato. Si tratta di un’economia le cui fondamenta fanno base, hanno origine, nell’egoismo dei fruitori, nella loro necessità, effettiva o meno, di possedere una determinata cosa. Questo bene può essere fisico o etereo, concreto o rarefatto, permanente o temporaneo, resta fondamentale che abbia un valore, intrinseco, determinato dal mercato. Ancora una volta, l’ennesima, non ha importanza di cosa si tratti, quale scopo abbia, cosa rappresenti, chi sia l’ideatore, importa solo il target di riferimento. La cosa fondamentale è che ci sia qualcuno disposto ad acquistarla, a qualsiasi cifra. Pare chiaro si stia per affrontare un discorso legato ad un’industria particolare, un settore discusso e discutibile che, però, nonostante tutto, possiede un giro di affari notevole, attualmente in crescita, spesso come beni rifugio, ma con altalenanti momenti di forte instabilità: l’arte, in tutte le sue forme. L’arte, in sé, genera un mercato, di settore, o per grandi ricchi collezionisti oppure per le banche. Entrambi trovano, nelle opere, investimenti sicuri, o a tutti gli effetti, più sicuri del mattone, sempre che sappiano scegliere cosa, quando e a quanto comprare. Il rapporto tra denaro, economia e arte è un argomento molto discusso, soprattutto per quanto riguarda il settore contemporaneo della stessa. Chi fa arte, oggi, lo fa, sì, per vocazione, senza dubbio, ma lo fa, anche, forse soprattutto, per ambire ad un possibile guadagno, ad una fama di settore, ad una popolarità che gli garantisca giusta visibilità e conseguenti sponsor, finanziatori, sostenitori utili a ripagarsi la materia prima, il tempo per la produzione e, come ovvio che sia, uno stipendio. L’arte, come qualsiasi attività, non è più solo l’esternazione di un sentimento, di una bella emozione, di una filosofia di vita, l’arte genera denaro. Sarà anche brutto da dire ma, attualmente, l’arte è un lavoro remunerativo, ovviamente bisogna avere qualche capacità ma, credetemi, la tecnologia aiuta parecchio. L’artista è, a tutti gli effetti, un lavoratore autonomo, è la società di sé stesso e, come tale, per vivere deve vendere, più nello specifico, per vendere deve sapersi rendere appetibile, creare interesse. In questo entrano in gioco i social network, il digital marketing e, per non sbagliare, la tecnologia in senso lato. Una tecnologia che non è utile solo al fine di promuovere il prodotto ma lo è, anche e soprattutto, nel processo di produzione. Un tempo chi aveva in mente una statua, un quadro, una qualsiasi immagine da realizzare sulla base di qualsivoglia tecnica doveva, prima di tutto, aver studiato, conoscere il processo produttivo, avere gusto, mano, capacità e una spiccata, quanto innata, genialità. Parliamo degli artisti del grande passato, parliamo di coloro i quali erano disposti a impiegare anni prima di giungere al risultato, perfetto, di una loro creazione. Oggi? Oggi si produce in massa, una catena di montaggio rodata sia dal punto di vista tecnologico-produttivo, sia dal punto di vista economico di vendita. Utilizzo di stampi, laser ad alta definizione per la modulazione dei soggetti in qualsiasi materiale si desideri produrre, photoshop, e evoluzioni dello stesso programma, per manipolare le immagini fino a trasformarle in opere dall’impatto visivo stupendo, inimmaginabile. Pur sempre mera tecnologia e poca conoscenza, tanta fantasia creata dai robot, gli stessi che piegano il tondino nella acciaierie. O parliamo di arte o parliamo di altro, infatti mi limiterò a concentrarmi sull’economia, altrimenti potrei rischiare di sembrare retorica. Il primo Rothko, ad esempio, appartenente al filone Colorfield Painting, aveva un senso, aveva inventato qualcosa di diverso dal solito, aveva creato una tela diversa e, con quella, era riuscito ad attirare l’attenzione:

Orange and Yellow, 1956 by Mark Rothko - da Mark Rothko
Orange and Yellow, 1956 by Mark Rothko – da Mark Rothko

Ora ve ne mostro un’altra per spiegare quanto sia indispensabile riconoscere un mercato per aprirsi la porta dell’economia:

Orange, Red, Yellow, (1961) by Mark Rothko - da Mark Rothko
Orange, Red, Yellow, (1961) by Mark Rothko – da Mark Rothko

Innanzi tutto, trovate grandi differenze tra una e l’altra? Lo stile è sempre quello, la campitura di colore ha mantenuto un certo schema, pur variando sulle tonalità, l’impatto visivo è, a grandi linee, identico al precedente. Bene, questa è una delle opere più care al mondo, battuta da Christie’s a 86,1 milioni di dollari. Da questo momento in poi, dal 1961, tutte le sue tele si somiglieranno molto, escludendo, solo per un discorso di colori utilizzati e non di schema, le opere tarde. Quelle tele, che precedono il suicidio dello stesso il 25 Febbraio 1970, hanno una connotazione oscura, tetra, dovuta alla forte depressione in cui l’artista era crollato senza mai riuscire a risollevarsi. Non vogliamo parlare di questo ma di economia dell’arte e di capacità di sapersi ripetere, con piccole variazioni che mostrino un lavoro in avanzamento, pur restando uguali a sé stessi, pur rimanendo nelle grazie dei fruitori.

Spesso è capitato di chiedersi quale fosse il valore di una banconota in circolazione. Attualmente abbiamo delle risposte bancarie, legate all’andamento delle borse, all’economia dei vari Paesi e poi abbiamo il valore di quelle stesse banconote firmate da nomi illustri dell’arte:

Keith Haring
Keith Haring

In questo caso un dollaro potrebbe assumere valori inenarrabili, poi crollare in una catacomba e risalire più forte di prima. L’andamento non è differente rispetto alle quotazioni in borsa ma, tutto sommato, alcuni pezzi d’arte sanno mantenere, pressoché, invariato il loro valore. Ciò che appare evidente è l’assoluta necessità di possedere un grande patrimonio da sperperare, anzi da investire con presupposti di grandi guadagni, nell’arte giusta, nell’opera immortale, nel pezzo unico. Pezzo unico? Qui sorge il dubbio, esattamente come per Rothko non esiste il pezzo unico in senso definito e definitivo, tutte le sue opere si somigliano, allo stesso modo vale per i nostri contemporanei. Osservando un Matisse, per fare un esempio, comunque contemporaneo, si potranno trovare milioni di differenze tra una tela e l’altra, sia a livello di contenuti che a livello di emozioni:

Henri Matisse, la Musica, 1910, Museo dell'Ermitage, San Pietroburgo - da RestaurArs - Altervista
Henri Matisse, la Musica, 1910, Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo – da RestaurArs – Altervista

Se dovessimo passare, così, di punto in bianco, ad un Fontana, qualsiasi, ci sarebbero pochi commenti da fare. La prima tela sarà pur stata una grande invenzione ma poi è diventata una produzione seriale, con un valore inimmaginabile rispetto alla fatica esecutiva, manuale e di pensiero, pur sempre, economicamente valido. Un genio della finanza più che un genio dell’arte. In fin dei conti, quella che potete ammirare, qui sotto, è stata battuta da Christie’s a 16.405.000,0 $, dopo essere, inizialmente, stata stimata tra i 10 e i 15 milioni.

Concetto spaziale, Attese (1965) - da artslife
Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese (1965) – da artslife

Quindi cos’è l’economia dell’arte se non un mero gioco di brandizzazione, di marketing, di conoscenze altisonanti, di desiderio ossessivo, quasi, compulsivo del ricco che ha la necessità di possedere quell’opera, costi quel che costi. Oppure, come già detto, si tratta di società bancarie che effettuano investimenti sicuri per loro o per i loro, ambiziosi, clienti, l’importante è comprare a tanto e poter rivendere a tantissimo. L’andamento del mercato dell’arte oscilla e quando lo fa si può arrivare a dei limiti così bassi da far rabbrividire ma esiste un meccanismo, tanto infernale quanto astuto, per evitare l’ecatombe: parlare, parlare, parlare. Scrivere, far scrivere, creare un indotto pubblicitario senza spese, legato al mondo del giornalismo culturale, è uno dei primi mezzi di comunicazione, e di creazione di brand, più utilizzati. Le spese stanno a zero, salvo qualche piccolo investimento dovuto, e il risultato schizza ai milioni di dollari di cui vi ho mostrato effettiva concretezza.

Persino il tatuatore delle star, Scott Campbell, si è messo a fare esposizioni:

Scott Campbell, Teschio fatto con 11.000 Dollari - da Pinterest
Scott Campbell, Teschio fatto con 11.000 Dollari – da Pinterest

Lui lavora solo con i dollari, quelli veri, trasformandoli in arte. Questo teschio, fatto da 11.000 dollari, è la sua opera più famosa ma non è l’unica, ve ne sono quasi quante le figurine Panini e vanno via bruciate. L’idea di estrapolare la cartamoneta dal suo valore nominale, rendendola altro, suscita fascino, sembra quasi un gesto sprezzante nel senso stesso di snaturalizzare l’unica cosa che ci permette interscambi mondiali di beni primari. Appare come un rifiuto o, peggio, un egoismo egocentrico verso i soldi; è un modo per sbattere in faccia ai ricchi la propria ricchezza, e quindi attrarre la loro curiosità, e affossare, ulteriormente, i poveri che con 11.000 dollari avrebbero fatto ben altro rispetto ad un teschio, forse anche di cattivo gusto. I soldi uccidono l’umanità, ok, questo è il significato dell’opera di Campbell, ma quei soldi avrebbero potuto salvare molte vite o, quantomeno, dare una mano a salvarle. Il controsenso nel controsenso.
Non che in Italia nessuno abbia colto al balzo la possibilità di cimentarsi con il denaro per fare arte, parliamo di Michelangelo Pistoletto, sempre lui, ormai non riesco a fare a meno di citarlo, mi incuriosisce:

Michelangelo Pistoletto - da artequando
Michelangelo Pistoletto – da artequando

Da notare, però, il fatto che non abbia utilizzato né una vecchia Lira né un moderno Euro, bensì una moneta messicana di cui, a noi, in buona sostanza, non interessa un gran che, gli ha dato un valore nominale divergente rispetto a quello bancario, superiore ovviamente, ma non ha snaturato la nostra BCE, ha delegittimato la roba d’altri, quasi non fosse né un peccato né un controsenso. Pistoletto è fedele all’Unione Europea, evidentemente, forse perché non conosce i retroscena dell’acquisto dei Titoli di Stato (o Bot), da parte della stessa BCE, per salvaguardare, in un modo o nell’altro, la crisi del Paese. Non mi addentrerei in questo argomento ma mi sentirei di consigliare un approfondimento. Siamo convinti di averla sempre facile, di vivere in un mondo roseo e accogliente, di essere tutelati e protetti, non lo siamo. Sarebbe meglio imparare a fare arte, aiutati dall’avanzamento tecnologico, e lanciarci nel mondo del mercato di settore, chissà, potremmo scoprirci come Jeff Koons o, addirittura, migliori.

Il senso di tutto questo è semplice, ciò che rende, a livello economico, ha un senso per la globalizzazione di un mondo in crisi, ha un senso per sé stessi, ha un senso per l’economia della nostra Europa, più o meno voluta, più o meno discussa. Il problema, di base, è che di mercato dell’arte si parla davvero, davvero poco, come se non esistesse, come se si trovasse su un piano parallelo non del tutto riconosciuto o conosciuto. Bisognerebbe fare un po’ di chiarezza, dare delle delucidazioni istituzionali a riguardo perché non credo che 86,1 milioni di dollari siano proprio così inutili e, altresì, credo che l’investimento, nell’arte, abbia un senso soprattutto adesso in cui il mattone è precipitato, in cui gli inquilini tartassati dalle tasse e magari senza un lavoro faticano a pagare l’affitto, in cui tutti i beni rifugio, persino i Bot, che fino a ieri avevano una credibilità, oggi, l’hanno persa. Prenderei in considerazione l’arte, se qualcuno volesse darmi retta o prendere in considerazione le mie parole siamo aperti al dibattito.

Infondo cosa abbiamo da perdere?

“Adesso posso dire che l’arte è una sciocchezza”

(Arthur Rimbaud, da Minute per Una Stagione in Inferno; 1972)

Arianna Forni

 

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