“Be’, il tuo compleanno è solo una volta l’anno… almeno fino ai trenta, poi, si sa, ne avrai uno ogni due anni!”

(“Ai confini della realtà”, serie Tv tra il 1959 e il 1964, Rod Serling)

Il tempo, scandito da momenti definiti, scelti sulla base di uno schema schematizzato dall’uomo è il nostro supremo sovrano. Si nasce, da quel momento le celebrazioni hanno inizio, si comincia a contare il passare degli anni, l’evoluzione e involuzione delle stagioni, il mutamento fisico, fisiologico e psicologico. Si inizia ad osservare il proprio inesorabile cambiamento. Non si può far niente per arrestare il ticchettio dell’orologio, lo scorrere della sabbia all’interno della clessidra.

Non si può far niente per limitare i danni. La nascita è un momento di gioia, nessuno, inizialmente, ti spiega cosa succederà dopo, nessuno ti prepara al fatto che dovrai crescere, avere delle responsabilità e affrontare tutte le avversità tipiche della vita, la vita vera. Prima o poi ti accorgerai da solo, capirai quanto sia difficile accettare di avere meno tempo per divertirti, per giocare, per essere allegro, spensierato e infantile. Ce ne accorgiamo quando, osservando chi ci sta attorno, iniziamo a sentirci inadeguati, fuori luogo, troppo piccoli e troppo grandi per avere un equilibrio tra corpo e mente. Tutta colpa del tempo, non ci aspetta, non attende di trovarci pronti ad affrontare gli avvenimenti, a parare i colpi. Cadiamo, ci facciamo male e ci viene detto che sono, quelle, le cose che ci permetteranno di essere più forti, una volta ritrovato l’equilibrio, nella speranza di riprenderlo in fretta. Non siamo pronti, non saremo mai pronti. Ogni anno ci si aspetta di avere delle sorprese, positive, appassionanti, avvincenti in base alla propria età, quella anagrafica perché quella mentale spesso non cambia, non vogliamo che cambi, vogliamo sentirci sempre degli adolescenti in crisi esistenziale, giustificati e giustificabili per i nostri errori, pur non avendo, più, le caratteristiche per esserlo. Non è triste, è solo vero, purtroppo. Da bambino riesci a vedere vecchio un ragazzo di 25 anni, da 25enne trovi passatelli quelli di 50, superati i 30 fai di tutta l’erba un fascio, tanto, ormai, siamo proprio nella stessa barca. Il confronto, da comprendere, non si fa certo in base alle rughe, al numero di matrimoni e/o di figli, alla quantità di titoli conseguiti o al tipo di abiti indossati. Il confronto parte dalla consuetudine, dalla quotidianità condivisa, condivisibile o non, ma pur sempre routinaria. Quando non esiste differenza tra la routine di un uomo vissuto con quella di uno pseudo ragazzo-adulto siamo spacciati. Non c’è più niente da fare, ormai è giusto che i ragazzini ci diano del lei, è giusto sentire i brividi scendere lenti e gelidi lungo la schiena. Infondo si sa, dopo i trenta il compleanno si celebra ogni due anni, per lo più contando come i gamberi, all’indietro, con la vecchiaia che avanza si fa presto a dimenticarsi il proprio anno, sì, quello di nascita. Sembra una sciocchezza tutto questo, eppure il tema Tempo è qualcosa di molto importante nella storia e nella storia dell’arte. Il tempo che scorre, il tempo che non fa sconti a nessuno, il tempo che si dilata o che si restringe, il tempo vissuto, il tempo perso, il tempo ha milioni di connotazioni ma è sempre e solo una quella importante: il tempo non fa soste, non aspetta.

Statua del Tempo di Giuseppe Benetti (1873), scultura nel Cimitero monumentale di Staglieno (Genova) - da Wikipedia
Statua del Tempo di Giuseppe Benetti (1873), scultura nel Cimitero monumentale di Staglieno (Genova) – da Wikipedia

La statua del Tempo di Giuseppe Benedetti, del 1873, in effetti qualcosa sta aspettando. Si trova lì, proposta, così, comoda e annoiata, all’interno del Cimitero Monumentale di Staglieno, a Genova. La trovo bellissima, proprio perché si tratta di un’estrapolazione visiva di un concetto filosofico del tempo che aspetta, senza poter aspettare niente, senza avere nulla da aspettare. Lui comanda, lui decide ma, qui, in questo caso, si legge dubbio e perplessità, come se non se non fosse certo sul da farsi, come se stesse davvero aspettando qualcosa o qualcuno, le anime, forse, o forse solo che il tempo stesso, quello che Lui, solo, può governare. Prenda le Sue decisioni, a noi non resta che osservare. Questa immagine, pur essendo posta in un luogo di estrema sacralità e di forti emozioni, spesso, tremendamente, profonde e negative, sa essere sarcastica, spiritosa. Dimostra quanto, il Tempo, sia beffardo ma, anche, capace di meditare.
Il tempo viene raffigurato, spiegato, viene vissuto e, nell’atto stesso di vivere, non ha bisogno di chiarimenti. Il suo andamento, senza sconti, è troppo palese. Eppure, di domande, ce ne siamo poste sempre tante.
C’è un artista contemporaneo, di cui vi ho già mostrato alcune opere, che mi colpisce nel profondo e spero possa farlo anche con voi. Michael Cheval, nato in Russia nel 1966, naturalizzato statunitense, vive nel New Jersey e fa parte di quella corrente, dei nuovi surrealisti, detta Absurdism:

Enigma of the Generations, Artist Michael Cheval - da Pinterest
Enigma of the Generations, Artist Michael Cheval – da Pinterest

Questo enigma fa parte proprio del concetto di tempo. Da dove veniamo? Da quanto tempo esistiamo? Dove andremo? Quando ci andremo? Una donna, una ragazza, una bambina, un’infante nella generazione della vita primordiale. I dubbi sono infiniti. La donna osserva le foglie secche volare nell’aria, secche come solo in autunno può succedere, secche come quelle su cui poggia il suo magnifico abito. La ragazza, invece, sbircia incuriosita con una maschera in mano, gli adolescenti lo fanno spesso, cercano di mimetizzarsi per non essere additati, per non farsi guardare troppo intensamente oppure, al contrario, per attirare l’attenzione. La bambina non osa uscire, inclina la testa sperando che la luce possa illuminare qualcosa di curioso, di nuovo, vuole scoprire il mondo ma non si fida. L’infante non esce, non è pronta, lo sa, aspetta, esattamente, come aspetterebbero tutte le altre ma loro, ormai, non possono più tornare indietro, per lei, invece, c’è ancora tempo, poco ma c’è e lo sta sfruttando. Non è concesso commettere errori. Il concetto di errore, legato al tempo, viene spiegato bene, sempre da Cheval, in quest’altra opera, molto avvincente:

Michael Cheval, New rules of the old game, 2011 - da Daniela Scarel
Michael Cheval, New rules of the old game, 2011 – da Daniela Scarel

Il tempo scandito dalla clessidra al centro del tavolo, la tavolozza con i colori servono a dipingere i pezzi di quegli scacchi, abitualmente bianchi e neri, le cui regole stanno per cambiare. Chissà come, chissà perché. La speranza è proprio quella di non sbagliare. Lei osserva attentamente i pedoni, vuole sceglierli con accuratezza, mentre lui attende con il pennello in mano, pronto a trovare il colore più appropriato, pronto a togliersi il guanto per gettare in aria una sfida, la sfida contro il tempo che li rincorre, come quelle piante rampicanti avvolte alla tovaglia, non manca molto, basta solo aspettare.

Montre molle au moment de sa première explosion, di Salvador Dalì (1954) - da artapartofculture
Montre molle au moment de sa première explosion, di Salvador Dalì (1954) – da artapartofculture

Anche Salvador Dalì ha cercato di distruggere l’infernale meccanismo temporale, era il 1954, non ci è riuscito ma ha saputo rendere, perfettamente l’idea. Aspettare che il tempo esploda, aspettare che le lancette non siano più in grado di girare, aspettare che i numeri si confondano, che non vi sia più una logica capacità di distinguere il giorno dalla notte, di percepire gli anni che passano, aspettare che qualcuno, da Lassù, decida improvvisamente di mutare gli avvenimenti. Impossibile, gli ingranaggi sono troppo rodati per essere sostituiti, non ci sono né ma né perché, c’è solo l’andamento lento e visibile del nostro tempo. Dovremmo aver imparato, il tempo scorre da sempre e il nostro passato è lo specchio del nostro presente, abbiamo già tutte le carte in mano per guardare al nostro futuro, non abbiamo scuse, nemmeno la pigrizia. Dormire, già come Amleto, tanto il Tempo sfugge lo stesso e non sono nemmeno i nostri sogni a poterlo rallentare.

Anche cento anni prima che io nascessi si usava festeggiare il compleanno, come nel quadro di Sanger, del 1887. In realtà l’usanza risale agli antichi Egizi, avevano l’abitudine, e il dovere, di celebrare la nascita del Faraone, da alcuni geroglifici parrebbe che la consuetudine fosse di dominio pubblico anche tra la plebe, infondo è sempre un bene trovare delle scuse per essere felici e lasciarsi un po’ andare.

Festa di compleanno (J.S. Sanger, 1887) - da Wikipedia
Festa di compleanno (J.S. Sanger, 1887) – da Wikipedia

Nonostante i tempi prevedessero un’etichetta, un filino ingessata, l’ambientazione appare molto familiare, tipica delle feste insieme ai propri cari. I bicchieri vuoti sul tavolo quasi sparecchiato, la tazzina di caffè, un bicchierino per l’amaro, probabilmente lasciato a metà dal marito, e padre, in piedi al fianco del figlio concentrato sulle candeline, sulla torta che la mamma sta per tagliare. Sono passati cento anni e, sapete che vi dico, a me piace ancora fare la stessa identica cosa. Non si è mai troppo grandi per la torta, in realtà non si è mai troppo grandi per niente.

Eleonora Pretelli, La Danza del Tempo - da IoArte
Eleonora Pretelli, La Danza del Tempo – da IoArte

Eleonora Pretelli, con uno stile molto diverso, riprende il concetto di tempo di Michael Cheval in “Enigma of the Generations”, una nonna in primo piano con l’abito azzurro, una bambina, sua nipote, probabilmente, alla sua destra la figlia e a sinistra un’altra figlia, incinta, in attesa dello scorrere di quel tempo che porta gioia alla famiglia e stupore al nascituro. Dall’interno della pancia della mamma ancora non sa nulla, ci metterà qualche anno per capire ma poi sarà perfettamente inserito nel contesto temporale che ci avvolge e ci controlla. Sarà pronto? Purtroppo questo dipenderà solo da lui e dagli insegnamenti, dettati dall’esperienza, di chi avrà accanto.

Il controllo del tempo è il controllo dell’anima, l’equilibrio del tempo è l’equilibrio dell’uomo. Lo Spazio e il Tempo sono due entità indissolubili e vanno sfruttate appieno, in tutte le loro infinite caratteristiche. Mai lasciare qualcosa al caso, altrimento quel Tempo potrebbe portarcela via.

“Lo spazio è la prigionia del corpo, il tempo è quella dello spirito.”

(Carlo Maria Franzero, “Il fanciullo meraviglioso”, 1920)

Arianna Forni

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