“Il progresso della civiltà si misura dalla vittoria del superfluo sul necessario.”

(Alberto Savinio)

Dobbiamo fermarci, un attimo, e fare un ragionamento, a posteriori, a priori e in divenire, dobbiamo capire cosa sia la civiltà, cosa significhi essere stabili, all’interno del proprio cosmo. Sembra facile ma non lo è, soprattutto in un momento di crisi in cui, nonostante bisognerebbe affrontare la vita secondo i metri e le misure della citazione di Savinio, ci ritroviamo nel loop del superfluo, unico demone capace di farci scialacquare, sperperare, senza ritegno e senza sosta. Stop, blocchiamo l’andamento e pensiamo.

“È un uomo civilizzato colui che dà una risposta seria ad una domanda seria. Di per sé la civiltà non è altro che un sano equilibrio di valori.”

(Ezra Pound)

Ecco, ci viene in aiuto Ezra Pound, con una citazione aperta al sociale, aperta all’introspezione emotiva, aperta verso un divenire costruito su quelle basi solide date dalla nostra cultura, dall’accumulo di conoscenze, di esperienze di vita. Solo vivere può renderci in grado di dare delle risposte, solo vivere con sobrietà civile può porci su di un piano superiore e guardare il mondo dall’alto. Si sa, gli errori si vedono solo grazie ad un campo aperto e più in alto riusciremo ad andare più saremo in grado di vedere ciò che stiamo sbagliando. Per cambiare le cose dovremmo buttare nella mischia un dotto, saggio e sapiente con una autorevolezza sufficiente per farsi ascoltare. Non basterebbe, l’ascolto è solo il primo step, poi, nostro malgrado, dovremmo trovare quei pochi, sani di mente, aperti al cambiamento culturale, sociale, che sappiano andare tra le genti e divertirli con argomenti nuovi, riallungando le gonne delle gentil donzelle ed eliminando i pettorali di alcuni inconsapevoli bodybuilder della domenica. Bisognerebbe far chiudere gli occhi a tutto il mondo e far ascoltare, ad ognuno, singolarmente, i suoi stessi errori, qualcuno si sentirà super partes, invincibile e giusto nel suo egocentrismo, altri si vergogneranno di sé stessi e cercheranno il modo di cambiare. Ognuno deve lavorare per sé, dentro di sé, solo ed unicamente nel suo cervello, una volta fatto questo, forse, sarà possibile rielaborare lo status civile di civiltà moderna. Ora non abbiamo nemmeno il minimo etico, qualsiasi iniziativa sarà disfattista, dispendiosa di denaro ed energie senza la minima possibilità di riuscita. Intanto si spende, si spande e si fa finta di non vedere. L’Italia è così, si ammalia se incontra per strada un personaggio televisivo e chiude gli occhi davanti ai problemi, per non vedere, per non essere messo nelle condizioni di doversi tirare su le maniche e risolvere i problemi. Eppure, non esistono problemi irrisolvibili. Siamo tutti sulla stessa barca e, per ora, stiamo affondando.

“La razza umana finirà per eccesso di civiltà.”

(Ralph Waldo Emerson)

Un eccesso di civiltà sbagliata, quella civiltà che abbiamo creato convincendoci di essere civili pur essendo egoisti, menefreghisti, oppure troppo socialisti per accorgerci di non avere le fondamenta per esserlo. Il discorso cade, rovinosamente, nella politica, se solo i politici ascoltassero la voce della ragione suprema potremmo cambiare rotta, ammainare le vele, estrarre la spada della ragione e riassestare le macerie. Viviamo in un’Italia dove sono più gli sfollati di coloro possessori di una dignità, valore essenziale per tutti. E poi? Poi, alcuni, continuano a fingersi socialisti, promettendo sciocchezze da baracconi politicizzati senza guardare ai veri problemi di oggi. La nostra umanità è il vero problema.

L’arte può venirci in aiuto, così come la letteratura:

“E qual colui che si vengiò con li orsi
vide ‘l carro d’Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,

che nol potea sì con li occhi seguire,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:

tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ‘l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.”

(Dante Alighieri, Inferno XXVI, vv. 32-42)

George Frederic Watts, Hope, painted in 1886 and given to the nation in 1897 - da Wikipedia
George Frederic Watts, Hope, painted in 1886 and given to the nation in 1897 – da Wikipedia

Nell’Inferno XXVI, Dante si trova in una bolgia spaventosa, fatta di fuoco ardente, di urla, di paura, allora si informa, cerca di capire e la sua guida, Virgilio, gli concede il beneficio di una conoscenza che vorrei mandare nel mondo di oggi, nel nostro Parlamento, ad esempio, tra i nostri spregiudicati detentori del potere che viaggiano all’unisono di un unico suono, il tintinnio del vile denaro. Qui trova i consiglieri fraudolenti, politici, condottieri, uomini di potere, che usarono la loro posizione in modo spregiudicato, per un tornaconto personale. Dante si ferma e pensa ad una cosa che dovremmo sapere tutti: l’ingegno, capace di muoverci, è un dono di Dio, va glorificato, va utilizzato nel migliore dei modi, dobbiamo fare del bene, possiamo sbagliare, siamo umani, ma non dobbiamo commettere errori dettati dalla vile necessità di un guadagno personale a discapito degli altri, far del male per ottenere dei benefici è peccato, i peccatori bruciano, bruciano vivi, in eterno, fino al giorno del Giudizio Universale. Nel Canto XXVI dell’Inferno, la legge del contrappasso, pone questi peccatori tra le fiamme, avvolti fino a farli scomparire, Dante non avrà la possibilità di riconoscerli, una strategia politically correct utile a preservare il Dante uomo davanti al suo stesso mondo, assurgendo il Sommo Poeta alla vita eterna. Sarà Virgilio ad indicargli la presenza di qualche anima punita, come Ulisse e Diomede, ad esempio, ma questo non rientra nell’argomento che stiamo trattando, la civiltà sapiente e stabile non ci farà bruciare negli inferi ardenti, ci metterà, bensì, nella condizione di risollevare questo Pianeta. Da questo aspetto, torno a ripetere quanto sia importante appoggiarci sugli insegnamenti del nostro grande passato, Dante in prima linea e, a scroscio, tutti gli altri poeti, studiosi e artisti che hanno calcato il suolo di questa Terra, pur essendo già sopraelevati rispetto ad un’umanità, costantemente, incivile. Vi ho mostrato, poco fa, “Hope” di George Frederic Watts, una speranza angosciante, angosciata dalla presenza di un mondo circostante capace di eludere lo stesso desiderio di progresso pacifico e accrescitivo. La speranza può renderci invulnerabili alle cattiverie, alle sconfitte, alle sofferenze, deve essere il motivo attraverso il quale cogliere i fiori e i frutti, nutrimento essenziale per avanzare sebbene il resto del mondo ci voglia collocare in una posizione di stallo, equivalente a chi non ha né la voglia né la testa per procedere nel divenire dell’umanità. Lo stallo, anche in fisica, è un momento in cui possono succedere due cose: o si precipita o si recupera. A voi la scelta.

Alessandro Vellutello, illustrazione del Canto XXVI, 1534 - da Wikipedia
Alessandro Vellutello, illustrazione del Canto XXVI, 1534 – da Wikipedia

Essere civili significa avere, con sé e per sé, una forte capacità di equilibrio sociale, di interazione verbale, e non verbale, con chi ci circonda. Alla base della civiltà c’è l’accettazione ma questo non significa accettare l’inaccettabile, significa, per lo più, guardarsi attorno e capire come fare a riorganizzare un Paese solido con solide basi e valori stabili. Il problema nasce da quello che, dall’alto, ci viene mostrato, chi non possiede un’adeguata istruzione, e non sa dove andare a trovare le risposte, è facilmente manipolabile, la conseguenza sono masse informi di persone legate a stereotipi sbagliati in cui l’arte passa in secondo piano e l’ostentazione sfiora livelli mai raggiunti, nei secoli che ci precedono. La visibilità mediatica e digitale ha rovesciato molti modelli di sviluppo aziendale, il marketing ha preso pieghe mai viste prima, il lavoro cambia con il cambiare delle epoche, non c’è niente di sbagliato in questo, ciò che non va affatto bene è il metodo con cui questo avviene. Se il lavoro cambia, se il commercio subisce delle altalene vorticose, se ci troviamo in difficoltà dipende da un’incapacità, di fondo, di gestire i rapporti umani. Qui entra in gioco l’arte e lo studio, da qui dovremmo imparare, se non siamo capaci di farlo da soli dovremmo avere l’umiltà di farci insegnare, di guardare avanti, guidati da chi ha una visione più ampia e lungimirante del presente e del divenire, filosofico, psicologico, sociale e culturale.

George Frederic Watts The Minotaur, 1885 - da Wikipedia
George Frederic Watts The Minotaur, 1885 – da Wikipedia

Il “Minotauro” di George Frederic Watts ha molto da spiegarci. Appoggiato a quel parapetto, guarda lontano, guarda l’orizzonte di un mondo, a noi, non ben identificato, attraverso questo quadro possiamo immaginare qualsiasi cosa davanti agli occhi sconsolati del minotauro. Un essere mitologico, feroce, mostruoso, pericoloso, cattivo, in questo quadro non c’è niente di tutto questo, si può leggere la sua stessa desolazione, il ciclo della vita a cui Watts era molto legato. La vita non lascia scampo a nessuno, mette tutti davanti a delle domande e tutti hanno bisogno di trovare delle risposte, anche il Minotauro. Il suo ciclo di opere chiamato The House of Life ha molto di quello che stiamo affrontando in questo articolo. Si chiama civiltà, laddove anche il Minotauro riesce a scoprire una sua civiltà interiore non è possibile che noi, l’umanità intera, non riusciamo ad essere nella condizione di fare la stessa cosa. Appoggiamoci al parapetto delle nostre case e guardiamo il mondo che ci circonda. Ci piace? La risposta non devo darvela io, la risposta risiede nell’arte, nel ciclo della vita, non si ferma mai, prosegue senza farci domande, va avanti, continua fino alla fine dei giorni di ognuno. La cosa più bella, il nostro dovere più grande, è proprio quello di renderci civili davanti a noi stessi, davanti al mondo, riportando ordine, sobrietà e intelligenza in ogni nostra azione. Se è vero che siamo dotati di intelletto allora, per favore, usiamolo per fare di noi l’arte più bella che sia mai stata prodotta.

Arianna Forni

George Frederick Watts, 1860-62, Sir Galahad - da Wikipedia
George Frederick Watts, 1860-62, Sir Galahad – da Wikipedia
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