Viaviamo in un mondo costruito attorno a cliché, stereotipati, a volte fastidiosi, privi di quella ragionevole certezza: “l’eccezione conferma la regola”. Non sempre gli sportivi sanno convivere con il mondo che li circonda al di fuori della loro specialità, della loro squadra, del team trasformato in una famiglia con la quale condividere tutto. Gioie e dolori. Eppure, esistono le eccezioni. Bello, sportivo ai massimi livelli, laureato in architettura, nonché, in corso d’opera per la magistrale. Educato, pacato, altresì, entusiasta, pieno di energie e grandi motivazioni. Tutto questo gli permette di non mollare mai, di essere sempre sul pezzo, di allenarsi duramente, con determinazione, equilibrio psicologico, responsabilità, passione; niente di tutto questo, però, lo distoglie dal frequentare l’università con ottimi risultati, anzi, migliori rispetto a chi avrebbe solo quello da fare. Non smetterò mai di ripeterlo: lo sport è arte, lo è proprio perché in grado di formare individui capaci di riconoscere ciò che va fatto e ciò che non va fatto. Questo non significa eliminare il divertimento, anzi, significa solo sapere di essere arte in ogni momento della propria giornata. Trasformare uno sport in un’opera atistica è un passo molto breve, basta avere le doti, innate, proprio come lui, basta conoscere i propri limiti e sapere come superarli, basta avere voglia di far fatica senza sentirne il peso. L’arte è espressione dell’introspezione dell’ego umano, ognuno ha il diritto e il dovere di farlo secondo le sue personali peculiarità. Maurizio Marassi, per gli amici Mauri; vi lascio alle sue parole, sperando che possano essere di ispirazione per tanti giovani, i quali, purtroppo, non sanno ancora dove andare a sbattere; il problema emergerà quando, sbattendo, si accorgeranno di aver perso tempo, dedicandosi a futili passatempi, senza conoscere mai il significato di Passione.

Quando sei nato e dove? Da dove nasce la tua passione e quando hai scoperto di essere un vero talento, a quanti anni? Sono nato il 26 marzo 1997 a Legnano, ho 22 anni. La mia passione per il wakeskate nasce grazie a mio papà. Lui ha sempre frequentato l’idroscalo, per andare in canoa, per correre o andare in bicicletta e fin da quando ero piccolino mi portava con sé. Passavamo sempre di fianco al cable guardandolo curiosi. Un giorno, circa 8 anni fa, era verso fine stagione, abbiamo deciso finalmente di provare. In quegli anni non c’era il system (impianto scuola), quindi si partiva direttamente nell’impianto grande: la prima volta, in wakeboard, caddi circa a metà rettilineo, mentre al secondo tentativo feci il giro, divertendomi a tal punto da non voler smettere. Cominciammo così a frequentare la struttura finché, poche settimane dopo, un cliente come noi, ci fece provare il suo wakeskate. Dopo qualche giro un po’ instabile, capii che quella sarebbe diventata la mia nuova tavola da wake, e da allora non smisi più.
2. Chi ti ha ispirato e incoraggiato a seguire questa strada? Tutti i ragazzi che negli anni hanno lavorato al cable mi hanno sempre, ognuno alla propria maniera, supportato. Mi hanno aiutato a crescere sia dal punto di vista tecnico sia come persona. Un ringraziamento speciale va poi al mio amico Marco, lui ha una vera passione per il wakeskate, è forse la persona al cable di Milano che ci crede maggiormente, a cui piace di più e che ne capisce di più. Mi ha sempre aiutato e stimolato, facendo poi sì che scaturisse una grande amicizia tra noi negli anni.

Maurizio Marassi, ollie


3. Se dovessi scegliere una persona a cui ispirarti, da prendere come esempio, chi sceglieresti? Una persona che mi ha veramente ispirato posso dire sia Tony Hawk. Ho avuto recentemente la fortuna di leggere la sua biografia e posso dire che mi abbia colpito. Premesso che non ho mai apprezzato fino in fondo il suo stile di skateboard in quanto non capisco un granché in materia di vert e ho sempre preferito guardare lo street, Tony Hawk è stato di sicuro un personaggio illuminante. La sua carriera da skater professionista, a differenza di quanto si possa pensare ha avuto alti e bassi non indifferenti, Tony ha vissuto momenti veramente difficili, ma solo grazie alla sua smisurata passione per lo skateboard non ha mai mollato riuscendo a entrare nella storia. Mi sono particolarmente rispecchiato nella sua vita e nella storia che lo skateboard come sport ha affrontato. Tony è stato sì un grande con la G maiuscola ma non da sempre: prima di vincere una gara passarono anni, anni di dedizione e impegno, fu un lungo percorso che lo portò a diventare pro. Fin qui parrebbe una normale carriera sportiva, il problema vero è che mentre lui cresceva lo skateboard entrava piuttosto velocemente in una profonda crisi. A nessuno più interessava, tutti i suoi sforzi venivano vanificati, cominciò a vedere gli skateparks chiudere, perdere i propri contratti di sponsorizzazione, fu costretto a vendere casa e a smontare il park che si era costruito per racimolare qualche soldo. Sembrava che tutto fosse finito, ma lui non gettò la spugna, con la sua piccola azienda che aveva aperto ricominciò a girare per l’America su di un pulmino, a fare demo per il paese per farsi conoscere e far conoscere il proprio brand. Piano piano le cose migliorarono, gli skateparks gradualmente riaprirono e quando ESPN decise di includere lo skateboard negli X-Games, trasmettendoli in tv a milioni di persone si arrivò rapidamente al fenomeno globale che conosciamo oggi come skateboard. Tony diventò ben presto una star, chiudendo il primo ‘900, vincendo moltissimo, producendo più edizioni del proprio videogioco. Pensando alla sua vita non posso che rimanerne colpito, ha letteralmente segnato un epoca e uno sport. È sempre andato al di là dei propri infortuni, al di là dei propri problemi spinto da una passione. Posso dire di rispecchiarmi in questo: la scena del wake in generale, pare che non abbia un grande futuro attualmente, non è stato incluso nella selezione dei nuovi sport per le prossime olimpiadi, non riceve particolari attenzioni mediatiche, molte aziende produttrici di tavole sono in difficoltà, ma non sono di certo queste situazioni e prospettive a fermarmi. Continuerò sempre a praticare questo bellissimo sport e a tentare di fare qualcosa per il movimento. Al giorno d’oggi si può dire che possa essere più semplice di allora grazie alla presenza dei social media, ma sappiamo tutti che l’attenzione delle persone è così fugace da rendere comunque particolarmente complicato arrivare alla loro mente. Allo stesso tempo i cablepark e i club sono un numero ridottissimo nel mondo e questo di certo non aiuta. Con un poco di ottimismo però, sono convinto che il wake possa veramente prendere piede, affermandosi sia come sport sia come stile di vita.

Maurizio Marassi


4. Anche lo sport è un’arte, il wakeskate lo è, forse meno conosciuto di tanti altri: vorresti raccontarcelo, spiegarci i dettagli tecnici e le sensazioni emotive che provi praticandolo?  Il wakeskate come piace definirlo a me è una vera e propria arte: è la disciplina del wake più tecnica e dove serve meno la forza, allo stesso tempo il riferimento diretto al mondo dello skateboard, che forse è la disciplina regina degli sport da tavola, suggerisce una varietà e fantasia di manovre assimilabili ad una performance più che a uno sport. Il wakeskate è uno sport da tavola che si pratica sull’acqua, si viene trainati da un impianto tipo skilift o da una barca. Si utilizzano tavole in legno, con un griptape (carta vetrata) sulla parte superiore, e come su uno skateboard si “fa girare la tavola”. Essendo solamente con i piedi appoggiati alla tavola la difficoltà sta nel far ruotare la tavola lungo i suoi possibili assi oppure di salire scivolando su strutture quali rampe o rails. La disciplina è veramente simile allo skateboard, l’unica differenza è che al posto di scivolare su di un liscio manto di cemento in wakeskate si scivola su di uno specchio d’acqua. Per questo motivo non ci sentiamo atleti, ci sentiamo skater, è una filosofia di vita. Pratichiamo uno sport dove una buona percentuale dei tricks (le manovre/evoluzioni che facciamo) viene spesso fatta una sola volta, probabilmente filmata per una nuova videopart. Abbiamo un concetto di apprendimento che è ben lontano da quello di allenamento, in quanto le gare sono qualcosa di minore rispetto alla dimensione generale della disciplina e di certo non il fine ultimo, l’espressione atletica massima, come in molti altri sport. Impariamo nuovi tricks e siamo spinti a provarli, per il gusto di farli, guidati dallo spirito del wakeskate, e non come allenamento finalizzato ad una competizione. La difficoltà di alcune manovre è tale, e questo ragionamento vale anche per lo skateboard, che sarebbe altamente improbabile riuscire a replicare lo stesso trick durante una gara, trick che magari ha richiesto mesi di tempo e migliaia di tentativi per essere fatto una sola volta. Le gare sono invece un discorso a sé, sono un mondo in cui bisogna dimostrare quanto si sia solidi e capaci nel replicare i propri tricks; ovviamente vince chi riesce a fare le manovre più difficili eseguendole al meglio, ma non è detto che il vincitore sia colui che nella sua carriera sia riuscito a chiudere i tricks più difficili o che abbia il livello tecnico migliore. La vera differenza sta proprio in questo, ed è il motivo per cui è uno sport particolarmente stimolante: siamo soliti praticare tricks molto più difficili di quelli che poi facciamo durante le gare, lo facciamo per il piacere e la soddisfazione di ottenere un piccolo risultato personale, piuttosto che concentrarci con i paraocchi sulla migliore strategia per le competizioni. Questo fa sì che il livello cresca in maniera esponenziale e che allo stesso tempo, attraverso i social networks, lo sport sia sempre vivo, in continua progressione e soprattutto interessante, per il fatto di essere vario e avere la capacità di stupire.

Maurizio Marassi


5. Essere un atleta e uno studente universitario, oggi, non è, di certo, molto semplice: come riesci a collimare il tutto, le tue amicizie si trovano più in ambito sportivo o studentesco? Chi non pratica sport, dal tuo punto di vista, è in grado di comprendere l’impegno, la dedizione e la fatica che bisogna impiegare per arrivare ad alti livelli? Sono sia un atleta che uno studente di architettura presso il Politecnico di Milano. Mi sono da poco laureato in triennale e sto adesso studiando per la laurea magistrale. Posso retoricamente dire che per essere sia studente che atleta stia tutto nel sapersi organizzare e riuscire a dedicare tempo ad entrambe le cose. Onestamente però non ho mai pensato ad una cosa simile anzi: per me l’università è stata di sicuro una svolta positiva rispetto al liceo in quanto i suoi ritmi permettono molto di più di praticare sport e gestire il proprio tempo libero. Allo stesso tempo piacendomi molto la disciplina che sto studiando non ho l’ho mai percepita come un peso, ma più come una pausa dall’attività sportiva, un intervallo. Questo perché ogni pratica sportiva necessita per il fisico e per la mente i propri tempi di riposo e recupero. Se non studiassi, ma praticassi solo wakeskate arriverei nell’arco di qualche settimana a dovermi assolutamente fermare, sia per i dolori fisici sia per, probabilmente, una mancanza di stimoli. L’università invece riesce a scandire particolarmente bene il mio allenamento. Alcuni giorni non mi è proprio possibile andare al cable a girare, questo permettendo da un lato al mio fisico di recuperare e alla mia mente di essere stimolata. Attendo la possibilità di girare con trepidazione, non vedo letteralmente l’ora e questa credo che sia la forza più grande. Naturalmente sono più difficili da collimare le relazioni interpersonali. Tutti i momenti di relazione quali possono essere le pause pranzo o lo studio con compagni di università vengono sostituite dal riding e viceversa spesso uscire la sera con i propri amici non è possibile per via dello studio. Questo però, come detto prima, riesce dare maggior valore a ciò che si fa, ogni attività acquisisce maggiore significato. Tutto questo è difficile da spiegare a coloro che non praticano sport o che al contrario non studiano, ma per fortuna sia tutte le persone che mi circondando lo comprendono e mi supportano, altrimenti non potrei considerarli amici.

Maurizio Marassi


6. Parlaci di te, dei tuoi risultati sportivi e di come gestisci la tua vita: Per quanto riguarda i miei risultati sportivi negli anni ho più volte partecipato a campionati internazionali come europei e mondiali. Ho ottenuto i miei migliori risultati l’anno scorso vincendo il Bratislava Golden Trophy e i Campionati Europei Open. Quest’anno che è comunque andato nel complesso bene, mi sono piazzato secondo agli europei, ho poi partecipato ad altre competizioni importanti negli Stati Uniti e in Russia. Un obiettivo rimangono i mondiali, dove il mio migliore risultato è stato un secondo posto 3 anni fa. La preparazione alle competizioni è particolare e soprattutto psicologica e di valutazione della propria condizione. Generalmente ci si possono porre degli obiettivi per quanto riguardano i tricks che ci si prospetta di fare, ma è solo qualche settimana prima della gara che si tirano le somme riguardo al proprio livello. Si analizza in modo oggettivo quali tricks si è in grado realisticamente di fare ad una competizione, portando in media solo una o due manovre più difficili che non si hanno sicure al 100%. Nei giorni precedenti ci si concentra sul farle in fila, come alla gara, giusto per abituare il fiato e la mente, non tanto per imparare a farle (quello lo si è fatto nei mesi prima). Arrivato poi sul campo gara ritengo fondamentale una fase di studio del percorso che si affronterà, quando è possibile facciamo con la squadra una ricognizione attorno al lago, per riuscire a farsi una vera idea di come sarà. Ci si fa un’idea di massima di quali possano essere i tricks da fare sui rails e di quanti flats si possano fare, ma è fondamentale che non si provino appena si entra in acqua. Bisogna sempre prima capire l’impianto, capire il tiro, la velocità, la posizione delle strutture, quanti metri liberi ci sono a disposizione, insomma familiarizzare con il percorso a testa vuota. Gradualmente si fa qualche approccio alle strutture ma sempre in ottica di capirle più che di riuscire subito a fare il proprio trick di gara. Questa fase è fondamentale per acquisire una conoscenza oggettiva del campo gara, senza essere influenzati dall’ansia o dalla tensione pre-gara. Conclusa questa fase preliminare, fuori dall’acqua ci si focalizza quindi sulla migliore composizione possibile per la gara, generalmente si pensa sempre alla run più difficile, in modo tale da concentrarsi il più possibile su quella; a togliere qualcosa per fare una composizione più semplice c’è sempre tempo. Durante i giorni successivi si cominciano quindi a provare i vari tricks della run, si prova a vedere se si riescono a fare in quella posizione, su quella struttura, se c’è abbastanza spazio, si considera un ipotetico ritardo nell’esecuzione e si valuta se sia possibile recuperarlo. Fatto questo sono solito provare la run per pezzi, è raro che la provi interamente. Di solito mi concentro sulle parti più complesse e ripeto quelle, poi faccio a parte quelle più semplici. Se qualcosa non funziona lo si cambia, senza sbatterci troppo la testa, porterebbe con probabilità ad una caduta in gara altrimenti. Arrivato ad una condizione di sicurezza comincio sempre a provare altri tricks, a cercare di divertirmi. Questo per due motivi, il primo è che magari si scopre che riesco a fare con facilità qualche altra manovra più complessa o più adatta alla mia run che non avevamo pensato, e in secondo luogo, ad acquisire ancora maggior feeling con il campo gara, a sentirselo proprio, quasi come se si fosse a casa, divertendosi. Poi c’è la gara e lì tutto può succedere.

Maurizio Marassi


7. Se potessi guardare nel tuo futuro cosa riusciresti e vorresti vedere? Per quanto riguarda il futuro non vedo la possibilità di farlo solo come, in quanto le prospettive economiche non sono delle migliori. Però sarebbe di certo qualcosa che mi piacerebbe moltissimo. Magari con l’ingresso del wakeboard alle olimpiadi estive la questione potrebbe cambiare. Andare alle olimpiadi è il sogno di ogni sportivo. Di sicuro posso dire per ora che vorrei lavorare nell’ambito per cui sto studiando, oppure, come seconda opzione, nella gestione di un impianto di cable wake, credo di aver acquisito sufficiente esperienza negli anni sia come cliente, sia come atleta sia aiutando talvolta nelle manutenzioni. Se ne avessi la possibilità mi dedicherei a tempo pieno in questo progetto. Sia per promuovere e far conoscere lo sport, sia perché può essere particolarmente redditizio se gestito nel migliore dei modi. Per ora mi godo il momento, quello che ha in serbo il futuro si vedrà.
8. Cosa senti quando sei in acqua? Cosa provi? Qual’è il tuo sogno più grande? Quando si scivola sull’acqua la sensazione è veramente particolare, prima di tutto si è in piedi sull’acqua, una cosa a cui non siamo abituati, solo una sottile tavola ci separa dalla superficie e questo è incredibile. A tutto questo si somma la velocità, il vento e la possibilità di spostarsi a proprio piacimento sulla superficie, di sciarvi letteralmente sopra. Queste sensazioni non sono mai cambiate dalla prima volta che ho provato ad andare su di una tavola da wake, ancora adesso quando il lago è particolarmente piatto mi concedo talvolta grandi curve per godermi la sensazione. Il mio sogno più grande sarebbe andare alle olimpiadi, come atleta, a rappresentare il mio paese.

Maurizio Marassi


9. Trovo in te una grande capacità di espressione, sia sportiva che non, sai rapportarti con il mondo che ti circonda, sai essere disponibile con chi ti chiedo un aiuto, un consiglio; è una grande dote umana che pochi atleti “arrivati” riescono a mantenere. Come pensi dovrebbe essere inserito, lo sport, nel mondo giovanile di oggi? Credi che si possa far tornare i giovani ad interessarsi allo sport praticato? La capacità di espressione è strettamente collegata agli sport da tavola. Ognuno si esprime con il proprio riding, ognuno mette il proprio stile in quello che fa, la propria firma. Allo stesso tempo è uno sport fatto di relazioni interpersonali, ci si parla, ci si aiuta, ci si suggerisce e stimola a vicenda, a prescindere dal proprio livello. È proprio questo che forma sia come riders sia come persone. Siamo da sempre abituati a chiedere consigli agli altri in quanto riguardarsi un video non riesce a dare la stessa motivazione o suggerimento. Allo stesso tempo chiunque di noi è disponibile ad aiutare gli altri: il bello dello sport sta nell’imparare come detto prima qualcosa di nuovo, non nell’essere il migliore degli altri battendoli tutti. Se qualcuno viene a chiederti un consiglio è perché vuole cimentarsi in qualcosa di nuovo, perché vuole divertirsi di più, ed è per questo che sono sempre disponibile ad aiutare gli altri. Provo sempre a spiegare i vari tricks, secondo il modo in cui li ho imparati o secondo cui ritengo più facile l’esecuzione, cerco sempre di suggerire i trucchi chiave per chiudere la manovra più che una mera spiegazione didattica. Sono conscio, allo stesso tempo però, che quello che vedo e percepisco io, possa essere molto diverso da persona a persona, ed è quindi spesso difficile capire quale possa essere la vera difficoltà di chi chiede consiglio. Ritengo però che possa essere anche motivo di crescita personale in quanto ci si sofferma maggiormente nel riflettere sull’esecuzione delle manovre e spesso si arrivano a scoprire cose a cui non si aveva mai pensato e che possono tornare utili per nuovi tricks da imparare. Questi discorsi credo che siano quelli che danno maggior valore agli sport da tavola, non sono sport estremi non sono sport individuali, si vince una propria soddisfazione non un trofeo. Ci si aiuta a vicenda, si diventa, che lo si voglia o meno tutti amici, si impara a conoscersi, a conoscere le proprie paure e a superarle grazie agli altri. Credo che per i ragazzi gli sport da tavola possano essere la chiave per risolvere molti degli attuali problemi giovanili. Prima di tutto si creano relazioni vere, negli sport di squadra non penso che questo avvenga, certo tutti si aiutano a vicenda ma c’è sempre qualcuno che prevale o è migliore rispetto agli altri, che ha un proprio ruolo, su di una tavola nessuno ha un ruolo, ognuno va e basta. Allo stesso tempo se si pensa a quanto le nuove generazioni siano condizionate dai social networks è ormai impossibile pensare che ci si possano separare da essi. Senza considerare i numerosi problemi di emarginazione e di perdita di capacità di relazione che ne derivano. Se però i social sono uno strumento sul quale pubblicare i propri risultati, essi possono unire. Se giochi a tennis e vinci il torneo pubblichi una foto con la coppa, se perdi probabilmente no. Se invece pratichi wake, indipendentemente dal tuo livello, quando chiudi un nuovo trick e qualcuno ti ha filmato, che tu abbia vinto o perso una gara, che tu sia bravo o meno, non conta più, quella clip verrà pubblicata su internet e riceverà di sicuro apprezzamenti, perché è stato raggiunto un nuovo traguardo personale e siamo tutti felici di vederlo! Le nuove generazioni dovrebbero ispirarsi a questi principi, a saper apprezzare la qualità di quello che vedono, non a fare discriminazioni, a partecipare attivamente al mondo virtuale, migliorandolo, perché alla fine, dicendocelo onestamente, se apriamo Instagram e vediamo belle foto e bei video non siamo più appagati?
10. Raccontaci qualche curiosità riferita al Wakeskate: Se si chiede ad un wakeskater se è più importante la tavola o le scarpe che si usano vi risponderà le scarpe, ad una tavola diversa o un po’ rotta ci si può abituare, ma alle scarpe no, ognuno trova il proprio modello e riuscirà a trovarsi bene solo con quello, solo quando sono nuove oppure solo quando con l’uso si sono smollate. Siamo strani lo so, ma è questo il bello.

Maurizio Marassi


11. Chi sono i tuoi Sponsor? I miei sponsor attualmente sono principalmente i miei genitori, che mi supportano in tutto quello che faccio. Il mio cable di casa in cui giro Wakeparadise Milano, che ha sempre riservato un trattamento di favore a noi atleti. Devo ringraziare Fattitesi, il brand che mi fornisce le tavole per essermi sempre stato vicino ed aver assecondato le mie richieste, è un’azienda italiana che produce tavole di qualità e sono molto contento di girare con il loro nome. Needessentials, un brand ai più sconosciuto, di mute e abbigliamento tecnico per il materiale che mi fornisce, risparmiano non mettendo né loghi né etichette sui propri capi, non fanno pubblicità, così riescono a tenere i prezzi bassi e ad offrire prodotti di alta gamma. Quello che tutti noi cerchiamo.

Dott.sa Arianna Forni

Maurizio Marassi

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